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OPINIONI

Un referendum tutto sbagliato

La riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari non diminuirà la corruzione mentre acuisce il deficit democratico del nostro paese

Il dibattito sul referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari è forse tra le cose più noiose di questo settembre. Anche a sinistra, tra gli scivoloni del PD e i commenti degli emeriti costituzionalisti – quasi sempre tutti uomini – è difficile appassionarsi alla questione. Insomma neanche i meme sul taglio dei parlamentari fanno ridere!

Questo referendum esprime il massimo scollamento tra il ‘paese reale’ e la ‘politica’. Il paese reale – piatta definizione giornalistica – non è altro che le nostre vite, attiviste, precarie, disoccupate, in attesa di essere richiamate, sospese, doloranti, difficili, senza sicurezze, senza salario. La ‘politica’ invece secondo questo dibattito non è altro che la politica dei partiti e delle istituzioni. Un’interpretazione ristretta che disconosce come le stesse relazioni sociali, lavorative, familiari, sentimentali siano immensamente politiche. La pratica politica è, infatti, la capacità di interconnettere la propria esperienza individuale con l’agire sociale e farne una questione di portata generale. Tutto il contrario di questa ‘politica’.

 

L’antipolitica non esiste: la lotta alla corruzione in Italia

Questo referendum è analizzato da molti come l’espressione dell’antipolitica, ma se assumiamo una visione non ristretta di politica, l’antipolitica è un concetto vuoto che ha come scopo solo la denigrazione del campo avversario. Sotto il cappello dell’antipolitica rientrano tutti coloro i quali hanno fatto della lotta alla ‘casta politica corrotta’ una battaglia di portata generale – in questo senso già politica. Questa battaglia ha una lunga storia e affonda le sue radici etiche nella giusta lotta alla corruzione, al clientelismo e alla mafia. Parte con Mani Pulite, passa per il Popolo Viola, per arrivare alla fondazione del Movimento 5 Stelle e alle sue vittorie elettorali. Il fulcro di queste diverse istanze, coagulate oggi nel programma dei 5 Stelle, è la lotta alla corruzione come problema individuale o di un gruppo di individui, una visione che elimina qualsiasi visione strutturale della questione.

 

La corruzione, però, è una questione strutturale intrinsecamente collegata alla produzione capitalista. Nelle società contemporanee accumulare soldi e profitti è un valore in sé e questo distrugge qualsiasi argine etico alla corruzione

 

Per avere un’idea della portata strutturale di questo processo basta guardare gli indici di corruzione elevatissimi in tutto il mondo. Questa visione individualista ed eccezionalista (‘solo in Italia è così), porta i sostenitori del SI a sostenere che il taglio dei parlamentari libererà risorse da investire in economia. E certo è che basare una programmazione di politica economica di lungo periodo sul taglio di 345 stipendi sembra alquanto difficile.

Questa lunga storia della lotta anti-casta va di pari passo con un lungo processo di riforme costituzionali mancate e monche. È dal crollo della prima repubblica che si discute di riformare il bicameralismo perfetto italiano. Si è partiti con la commissione bicamerale di D’Alema nel 1997 per arrivare alla riforma costituzionale del titolo V del 2001, la quale ripartisce le competenze tra stato e regioni ma non muta la forma del Parlamento. Si è passati per la discussione della devolution leghista per arrivare alla mancata riforma costituzionale di Renzi. Per approdare a questo referendum che perde completamente di vista sia il tema della rappresentanza territoriale che del bicameralismo perfetto.

Il punto più problematico di questo referendum è che tagliando il numero dei parlamentari si diminuisce la rappresentatività dei singoli territori, cioè il legame tra eletto e circoscrizione elettorale. Ma è proprio questo vincolo tra rappresentate e territorio l’unica possibilità per controllare l’azione dei rappresentanti, unico vero antidoto alla corruzione. Avremmo un Parlamento meno corrotto, solo quando istituzioni popolari lo controlleranno dal basso, e non un generico popolo verrà rappresentato dall’alto. Il taglio dei parlamentari allontanerà ancora di più i rappresentanti dagli eletti, rischiando di aumentare la corruzione, e non il contrario.

 

Il parlamento europeo

 

Istituzioni nazionali ed europee

Il problema della forma di governo non è certo un problema solo italiano. Le istituzioni nazionali e globali sono ancora formalmente quelle forgiate dal secondo conflitto globale, mentre il mondo dopo la caduta del muro di Berlino si è completamente trasformato. Questo ha portato delle trasformazioni di fatto nei modi di governo mai veramente discusse o votate. Da tre decenni, in tutte le democrazie rappresentative nel mondo, il potere si è accentrato nell’esecutivo e il Parlamento ha perso via via il potere di iniziativa legislativa.

Nei paesi europei, si è trasformata l’idea stessa di relazioni industriali, i ministeri del lavoro e per le politiche sociali hanno perso centralità, mentre ne hanno guadagnata i ministeri dell’economia e delle finanze. Al contempo, le banche centrali nazionali, in quasi tutti i paesi europei, e non solo quelli che hanno adottato l’euro, sono diventate organi indipendenti slegati da ogni legame con i ministeri del Tesoro.

Nel contempo l’integrazione europea si è rafforzata e ha cambiato forma. Con il trattato di Maastricht, la Commissione Europea, organo esecutivo e con il potere di iniziativa legislativa, è diventata il centro della governance europea. Nonostante il Parlamento europeo abbia guadagnato dei poteri, in particolare con la procedura di co-decisione nel Trattato di Lisbona, il suo ruolo è rimasto comunque marginale. Questa situazione è peggiorata dopo la crisi del 2008, e con l’approvazione delle riforme della nuova governance economica europea. Queste riforme, infatti, hanno aumentato enormemente i poteri della DG affari economi e finanziari della Commissione, diventata ormai un vero e proprio ministero delle finanze europeo con potere di indirizzo e controllo sui bilanci dei paesi membri. Insieme a questa centralizzazione sulla Commissione è anche aumentato il ruolo di indirizzo politico che gioca il Consiglio Europeo – la conferenza dei capi di stato e governo degli stati membri – e dell’Ecofin – la riunione dei ministri dell’economia e finanze.

 

In questo senso, i governi nazionali e i ministeri delle economie e finanze non sono opposti alle istituzioni europee, ma al contrario formano un insieme euro-nazionale di apparati di governo strettamente collegati tra loro

 

Un insieme di apparati di governo esecutivi ed economici che tende a indebolire le istituzioni delle politiche sociali e industriali su tutti i livelli di governo. 

Questa riforma costituzionale, quindi, deve essere inquadrata all’interno di queste trasformazioni dei modi di governo euro-nazionali, e non semplicemente sull’attacco all’antipolitica e sul ruolo del parlamento nazionale. Per questo il taglio dei parlamentari non solo non risponde a nessuna questione di politica economica, ma acuisce il problema deficit democratico a livello nazionale ed europeo. Certo ci si può chiedere che senso abbia fare una campagna per il NO, quando questo Parlamento è svuotato di senso e i suoi rappresentanti non sono mai stati così lontani dalle nostre vite.

Nel corso dei secoli, la rivendicazione dei diritti politici da parte di chi non ne aveva ha rotto gli stessi argini preposti dalla democrazia rappresentativa. La storia del suffragio universale senza distinzione di ceto, genere e razza, può essere letta come la rivendicazione degli esclusi dalla storia della propria esistenza politica. Allora oggi la legittima campagna per il NO non può non legarsi a una battaglia contro i processi de-democratizzazione in atto da decenni nello spazio europeo. E questo si può fare solo rivendicando diritti politici per tuttæ, in primo luogo per chi nasce e cresce in questo paese, e per chi ci approda dopo viaggi e tragedie in mare, a cui oggi viene negato qualsiasi diritto.

 

Immagini da: wikipedia images