approfondimenti

MOVIMENTO

Storia vissuta. Sinistra militante e storiografia

In un convegno sull’esperienza della lotta armata in Italia, Germania e Svizzera raccontata dai protagonisti e che si tenne nel 1997 a Zurigo, Primo Moroni traccia la genealogia della storiografia di classe e dei subalterni nel nostro paese, per arrivare a spiegare la necessità di impegnarsi nella costruzione di una storia alternativa anche per quanto riguarda gli anni ’70 in Italia e non solo.

È tradizione della storiografia ufficiale di sinistra fare la storia dei partiti comunisti scrivendo la storia dei gruppi dirigenti. In genere si tratta di lavori molto noiosi e “ufficiali”. In Italia, e anche nella Repubblica federale tedesca tuttavia, si è formata, agli inizi degli anni Sessanta, una corrente di storici militanti e nel caso dell’Italia anche una corrente di storici orali che hanno dato un contributo notevole alla storia vista dall’altra parte. Questa esperienza italiana di “Orai History” è stata favorita dall’esistenza di un grande centro di ricerca di sinistra militante, l’Istituto De Martino, fondato e diretto da Gianni Bosio e Coggiola, entrambi morti, e poi da Cesare Bermani, Ivan della Mea e Paolo Ciarchi. Questi ricercatori hanno riscoperto un modo diverso di leggere la cultura delle “classi subalterne”, così allora venivano definiti gli strati proletari, ma dopo De Martino non si è più detto classi subalterne ma classi tout court. A partire dalle canzoni, dal modo di esprimersi, dalle biografie, è stata prodotta una grandissima ricerca sulla cultura popolare e proletaria, che ha elaborato una propria indipendenza dalla cultura dominante. Le cinquemila, forse seimila ore di registrazioni su nastro che si trovano negli archivi dell’Istituto De Martino parlano della lenta scomparsa e delle lotte del mondo contadino in Italia, sia al Nord sia al Centro e al Sud, e successivamente parlano della resistenza armata contro il nazifascismo. Una parte di queste testimonianze sono state rilasciate dai comandanti partigiani, a condizione che fossero rese pubbliche solo dopo la loro morte, per una serie di contraddizioni interne alla resistenza italiana.

 

Spontaneità e organizzazione

Nei nastri è contenuta inoltre una quantità di voci dei militanti di base delle lotte operaie e sociali degli anni Settanta, e una grande documentazione d’archivio, grafica, manifesti, materiale cartaceo, opuscoli, manoscritti, prodotti anche dalla base dei partiti comunisti e socialisti.

La categoria storica usata da questi ricercatori, estranei all’istituzione accademica, è incentrata sul rapporto fra spontaneità e organizzazione. L’organizzazione rappresenta la storia degli apparati dirigenti dei partiti e dei sindacati. La spontaneità significa il modo in cui i militanti, anche quando sono iscritti a un partito o a un sindacato, vivono la propria dimensione antagonista nel conflitto tra capitale e lavoro.

Sono nati così storici come Danilo Montaldi, che ha scritto un libro straordinario, Militanti politici di base, dal quale risulta con estrema chiarezza che tanti militanti della Bassa lombarda, di Mantova e Cremona, avevano una concezione totalmente diversa da quella del (ex) Partito comunista. Montaldi ha poi scritto uno studio basato sui racconti di alcuni soggetti dediti ad attività extralegali che si svolgevano attorno alle rive del Po intitolato Autobiografìe della leggera. Legera in gergo lombardo significa malavita leggera, extralegalità che non usa armi pesanti, ma utilizza l’abilità e la destrezza per appropriarsi del denaro. Borseggiatori, truffatori, làdri di appartamento: queste persone che raccontano la loro storia avevano al proprio interno una componente di opposizione profonda all’ordine costituito e provenivano proprio dall’ambiente della “leggera”.

Queste storie risalgono alla fine degli anni Cinquanta, ma hanno fornito una cultura molto forte e un substrato alla nascita della nuova sinistra e della sinistra rivoluzionaria. Pertanto la categoria storica del rapporto fra spontaneità e organizzazione è risultata una categoria molto feconda, anche se a volte troppo ideologizzata. I compagni dell’Istituto De Martino – di cui anch’io facevo parte all’epoca – hanno pensato che le classi proletarie e popolari avessero una propria cultura autonoma, indipendente dalla cultura borghese dominante e, in quanto tale rivoluzionaria in sé e per sé.

Questo era un investimento politico e intellettuale generoso, in parte fondato, ma che poi si è rivelato non del tutto vero. Non era sufficiente fare questo tipo di percorso, benché i ricercatori abbiano fornito una quantità straordinaria di materiali, sia sotto forma di “Orai History”, sia come raccolta di documenti, per conoscere e capire come comunicare con le culture diverse che si formano anche alla base di un grande partito e di un grande sindacato, nelle sue contraddizioni; essi hanno contribuito con le loro storie a spiegare come si formano le culture che muoiono – contadine – e quelle che nascono – operaie. Questa esperienza ha investito anche studiosi che erano stati prima ufficiali della resistenza, per esempio Nuto Revelli, già comandante degli alpini nella Seconda guerra mondiale sul fronte russo. Revelli ha visto morire molti dei suoi compagni, montanari e contadini piemontesi e poi è tornato nel dopoguerra in Italia e si è messo a studiare quanto di falsificato c’era sulla vicenda di questi proletari, mandati dal fascismo al massacro sul fronte, nel nome della patria. Revelli è diventato uno storico delle valli piemontesi, dei rapporti dei soldati con le proprie compagne, della percezione che essi avevano degli avvenimenti e della gestione che era stata fatta delle loro vite, tanto da portarli alla morte nelle steppe sovietiche.

Ne sono risultati libri straordinari che parlano di gente minuta, di militanti di base e di coloro che non hanno egemonizzato la storia, anzi ne sono stati dominati e truffati, ma che hanno una ricchezza che è stata sprecata dal potere, a volte quello fascista o militare, frequentemente quello autoritario dei partiti riformisti.

Purtroppo nessuna istituzione italiana ha voluto salvare questo patrimonio culturale, soprattutto quello inciso sui nastri magnetici, che tende a deteriorarsi, a morire. Nessun comune e nessuna amministrazione, nemmeno quella di sinistra dell’Emilia rossa o ex Emilia rossa, ha messo a disposizione dell’Istituto quei 200 m2 necessari per conservare una tale mole di materiali, considerata dai più grandi studiosi di storia orale del mondo uno dei più importanti archivi esistenti… Quando dico questo mi riferisco all’Oral History statunitense e all’Oral History inglese, che hanno sempre considerato la scuola italiana di storia orale una delle migliori esistenti e il suo archivio uno dei più straordinari. Ebbene, la miseria degli anni Ottanta e del post conflitto anni Settanta ha fatto si che si rischi la distruzione e la scomparsa di questi materiali. In realtà credo che ci sia anche un odio negli storici ufficiali, conservatori, borghesi, progressisti interni all’ex Partito comunista nei confronti di questo materiale che racconta l’esistenza di migliaia di militanti che non hanno avuto potere, ma hanno messo in discussione la propria vita, quotidianamente, nello scontro con il capitale. Nelle loro testimonianze c’è una diversa lettura della resistenza e dei suoi effetti sul quadro politico del dopoguerra.

 

L’uso politico della storia

Credo che della storia si faccia un uso politico sia da parte dei vincitori, dopo la soluzione di una guerra, ma anche da parte di coloro che intendono legittimarsi nel nuovo quadro politico. Faccio un esempio per quanto riguarda la resistenza italiana. Non ce dubbio che molti militanti della resistenza volessero proseguire lo scontro e fare la rivoluzione in Italia, nel 1947-48. È stata citata la Volante rossa, che non era un gruppo clandestino: era una componente della sezione del Partito comunista di un quartiere operaio di Milano, la sezione “Martiri oscuri” a Lambrate. Sotto il nome della sede c’era scritto in grande: Volante rossa. Questi compagni, provenienti da una brigata partigiana, sfilavano nei cortei del Partito comunista come servizio d’ordine – questo nel 1947-48 – con il giubbotto che portavano in montagna e la pistola personale. Sfilavano in pieno centro a Milano sotto gli occhi di tutti. Ne ho conosciuti alcuni, mentre ero un giovane operaio all’oM nel 1950, mentre una parte dei loro dirigenti era già scappata in Cecoslovacchia. Fra questi Alvaro che era il loro comandante. Conoscendoli è nata in me la passione di raccontare la storia dal punto di vista di chi ha fatto delle scelte politiche, non solamente secondo gli apparati, ma stando dalla parte di chi quotidianamente agisce, con le sue motivazioni… La Volante rossa ha effettuato nella zona di Milano e del Nord più di 160 omicidi politici. C’è stata poi un’altra formazione, di cui parla Tonino Parali in questo testo, che operava a Reggio Emilia, che ha forse effettuato un numero ancora maggiore di esecuzioni. C’é persino una leggenda che circola nella Bassa emiliana, secondo cui un pullman di fascisti partito da un qualche paese in provincia di Reggio Emilia per andare a onorare la tomba di Mussolini, a Predappio, non sarebbe mai giunto a destinazione. Si narra anzi che non siano più stati trovati né il pullman né i fascisti (come nel racconto di C. Doyle II treno scomparso). Questa può essere considerata una semplice leggenda metropolitana, che viene ancora oggi raccontata. In realtà 35 fascisti scomparvero davvero, e di ciascuno si ha nome e cognome: questa non è leggenda.

Ebbene, io credo che il Partito comunista abbia tentato di effettuare, dentro queste storie della resistenza, una lettura consolatoria per legittimarsi all’intemo del nuovo quadro politico uscito dalla vittoriosa guerra contro il nazifascismo. Il Partito comunista italiano, infatti, doveva avere legittimità in quanto rappresentante del movimento operaio all’interno del sistema parlamentare, pur stando all’opposizione; in cambio venivano attutiti certi toni dello scontro e della polemica precedente.

Esiste un caso particolare su cui hanno riflettuto anche gli storici militanti. C’é un luogo in Friuli che si chiama Malgaporzius. Quando ero giovane comunista, negli anni Cinquanta, mi raccontarono che in quel luogo un gruppo di partigiani democristiani era stato massacrato in una malga dei monti friulani dagli ustascia di Ante Pavelic il piccolo Hitler della Slovenia e della Croazia. In questo posto noi siamo andati, come giovani comunisti, in pellegrinaggio, per tre o quattro anni, per un problema di pacificazione nazionale, un riconoscimento, un rispetto, a questi cattolici morti all’interno della resistenza a Malgaporzius. Poi, negli anni Sessanta, abbiamo scoperto che questi partigiani cattolici, democristiani (allora cera il Partito popolare), erano stati uccisi dai partigiani di una brigata Garibaldi, a causa di uno scontro politico all’interno delle formazioni della resistenza. Questa falsificazione della storia non rappresentò solo il timore di raccontare un episodio difficile da dimenticare. Fu funzionale a un uso politico che riguardava la legittimazione, all’interno del nuovo quadro in cui si venne a trovare un grande partito dopo avvenimenti di trasformazione globale, quali la resistenza.

Un altro esempio per fare comprendere meglio la questione riguarda un episodio di storia americana. Sulla falsificazione storica che avviene sistematicamente negli Usa potremmo parlare per delle ore, ma ce un episodio particolarmente significativo, più facile da socializzare, perché viene raccontato in un grande film di John Ford. Il film si chiama Soldati a cavallo e racconta la Guerra di secessione americana. Ebbene in esso si vede un reparto di soldati nordisti, guidati da John Wayne che insieme al medico William Holden sono impegnati in un’azione di sabotaggio dietro le linee sudiste, e poi mentre tentano di rientrare nel loro territorio, incontrano sulla strada l’Accademia di Gettysburg piena di cadetti degli stati confederati del Sud. Tutti gli adulti erano ormai al fronte e la leva era formata solo da ragazzini di 12-13 anni. Un vecchio colonnello sudista li organizza nelle loro belle divise e li fa marciare con le armi da parata contro i duri, rozzi e giganteschi soldati nordisti. I soldati nordisti, nel film di Ford, pur di non massacrare questi ragazzini scappano, si danno alla fuga, ridono, fingono di avere paura. Nella realtà, invece, i soldati nordisti massacrarono completamente i giovanissimi cadetti dell’Accademia. Ecco: questa falsificazione storica era funzionale al fatto che i vincitori nordisti volevano la pacificazione tra Nord e Sud, nel nuovo quadro politico. Quindi esiste necessariamente un uso politico della storia che viene fatto a volte dalla sinistra, cioè dai partiti ufficiali, e a volte dai nuovi vincitori di un conflitto che vogliono la pacificazione nazionale. Tutto questo diventa cultura diffusa: cinema, letteratura, racconto, convenzione, tradizione.

 

L’invenzione della tradizione

C’è un terzo caso, che uno storico inglese, Hobsbawm, ha categorizzato come “invenzione della tradizione”, in cui cadono frequentemente anche i militanti delle lotte per la guerra di indipendenza dai paesi coloniali. Si tratta, cioè, della necessità tattica, profonda, di darsi una cultura identitaria, nazionale, in opposizione a quella del paese dominante. Il caso più esemplare, raccontato magnificamente dallo storico è quello dell’Irlanda, dove a fronte di un’invenzione della tradizione da parte del popolo inglese, per cui metà della storia della Gran Bretagna è assolutamente falsa – viene raccontata ai fini del dominio sugli scozzesi o i gallesi ecc.- a fronte di questo stato di cose gli irlandesi, negli anni Venti, inventarono una tradizione gaelica, un eroe mitico come Finn mai esistito storicamente. Ma egli rappresentava un’esigenza rivoluzionaria da contrapporre alla cultura dominante degli altri popoli.

Gli storici militanti si confrontano sempre con una quantità enorme di contraddizioni. Nel caso della storia militante italiana, che è stata consistente e oggi purtroppo non lo è più, non avendo per motivi accademici accesso alle fonti, si è dovuta basare su fonti non d’archivio. I grandi storici accreditati, come Paolo Spriano, Renzo De Felice o, parlando di revisionismo storico, Nolte per la questione tedesca e Furet in Francia, hanno avuto accesso ad archivi che non sono aperti a tutti. Per esempio, De Felice in Italia ha avuto accesso agli archivi di Grandi e di Ciano – che erano esponenti del fascismo, e che avevano carte riservate, o segrete, attraverso cui era possibile ricostruire pezzi occulti di storia. Nolte, per esempio, ha potuto affermare che non c’è stata differenza fra bolscevismo e nazismo, che secondo le sue pezze d’appoggio furono il prodotto di una analoga barbarie che distrusse la democrazia. Non diversa è stata l’operazione di Furet in Francia, che dice: l’origine di tutti i terrorismi è stato il giacobinismo della Rivoluzione francese, che si è prolungato nel tempo, fino ad arrivare alla Raf o alle Br. Questi storici, a sostegno della loro tesi, hanno a disposizione una consistente mole di documenti, e possono accedere agli archivi che non è consentito di solito frequentare agli storici orali, agli storici militanti… (Sul terreno della confutazione documentale, come sappiamo, la battaglia è molto ardua).

Storici militanti e riscrittura della nostra storia

Durante gli anni Sessanta, in quanto storici militanti e storici orali, abbiamo pensato che non ci fosse bisogno di nessuno sguardo esterno rispetto al periodo considerato. Eravamo convinti che occorresse costruire un sapere diverso da quello dominante, compreso quello degli storici della sinistra che avevamo amato. Naturalmente, però, ci si chiedeva anche: cosa dicono Ragionieri, Procacci, Paolo Spriano del movimento operaio, del Partito comunista? Devo dire che siamo stati delusi molto presto da questa storiografia ufficiale di sinistra. Spriano che ha scritto otto volumi sul Pei, di fatto ha scritto otto libri da cui non si capisce chi erano i comunisti. Si sa chi erano i trecento dirigenti del partito, ma chi c’era dietro il partito o la società? Chi si muoveva?

Nulla. Perché migliaia di operai applaudivano Mussolini quando andava alla Fiat? Nulla. Si capisce solo che i militanti comunisti sotto il fascismo erano poche centinaia, enormemente inferiori per numero alle organizzazioni sovversive, legali e illegali, degli anni Settanta. Non contavano assolutamente niente e, paradossalmente, hanno avuto la fortuna dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha permesso loro di emergere e diventare un mito di massa. Altrimenti sarebbero rimasti lì. Raccontavano Alberganti e Moscatelli, che sono stati grandi comandanti partigiani: “Ci incontravamo alla sera all’angolo delle strade e ci dicevamo ‘compagni in alto i cuori’. Poi andavamo a casa. Finito”. Nel 1937, ’38, ’39 cera questa situazione, che però non emerge, non ha collocazione nella storiografia ufficiale di sinistra.

Noi storici militanti dovevamo ricostruire completamente le metodologie, la cultura, il muoversi delle classi, della soggettività, della spontaneità sovversiva e rivoluzionaria. Anche al di fuori della forma partito con il rischio di commettere grandi errori, di essere attaccati dalla storiografia ufficiale e dai nostri stessi maestri.

Noi abbiamo un grande maestro per quanto riguarda l’Italia e la Germania, Enzo Collotti, che ci ha insegnato tantissimo sulla storia delle classi nella Rft e sugli anni Venti.

Abbiamo appreso da questi professori, che non erano schierati coi partiti ma stavano nelle università, che il nazismo ha conquistato i ceti medi che stavano andando in malora, mentre il fascismo ha conquistato le classi medie che stavano emergendo. Ce stata quindi una notevole differenza fra il tipo di vittoria dei due regimi. Però anche questo tipo di interpretazione, basato sui grandi affreschi generali della storia non ci era sufficiente. Abbiamo pensato che, dietro queste quinte, c’era la storia minuta, quotidiana, di migliaia di persone comuni, senza nome. Queste figure anonime le abbiamo considerate parte di una rete complessiva – sia che dirigessero una sezione di partito o del sindacato, sia che fossero in una lega contadina o partecipassero a una università popolare autogestita. Li abbiamo visti con una propria cultura, autonoma dal potere, con una propria originalità, che andava organizzata all’interno di un modello storico.

Tuttavia, non avremmo mai potuto riscrivere in Italia, non solo la storia della resistenza (quei 40-50 volumi che pure hanno fatto a pezzi la storiografia ufficiale), ma soprattutto le esperienze della classe operaia, e del movimento giovanile, degli anni Sessanta e primi Settanta, senza la modestia di quella categoria che è stata caratteristica della storia militante. E cioè l’inchiesta operaia.

Panzieri, nei “Quaderni Rossi”, ha considerato ampiamente la sociologia industriale come uno dei tanti saperi utili a scardinare la conoscenza del modello di dominio di governo e di organizzazione dell’avversario. Ma attraverso quel metodo c’era anche la prassi di andare a chiedere all’operaio, allo studente, alla donna, al contadino in che tipo di collocazione materiale era situato, come percepiva la fabbrica, la scuola, la famiglia, il quartiere. Ciò significava, in primo luogo, apprendere un sapere; costruire anche un organismo che nella ricerca diventava ricerc/azione. Il nostro lavoro non significava: adesso mi hai dato un sapere e allora vado a scrivere; no, piuttosto, voleva dire, studiamo insieme una struttura, facciamo storia insieme.

Questa è la categoria dell’inchiesta, posta fra spontaneità e organizzazione, fabbrica e società, che stava alla base di tutta la storiografia militante. Ecco, occorrerebbe, per riscrivere la nostra storia recente in termini diversi da quelli ufficiali, falsificanti, tornare a questo metodo, a queste categorie.

Da un lato, siamo troppo legati alla nostra storia soggettiva – esperienza, percorso – sia per chi è stato Br, sia per chi è stato nella Raf (certo non parlo di me) per essere capaci di guardare dall’esterno, di vedere i limiti di queste esperienze. Avremmo bisogno di una critica, anche se non so di chi, in quanto in questo momento, aU’interno della storiografia europea c’è solo un’enorme costruzione ideologica di falsificazione. Questo lavoro riguarda non tanto le vicende dei movimenti sovversivi delle grandi metropoli europee quanto la storia complessiva del movimento operaio e del proletariato, sia quello organizzato, sia quello esterno alle organizzazioni. Al momento credo che non ci siano le condizioni per un’analisi autentica.

Per l’altro verso è in corso una grande restaurazione culturale, che fa a pezzi gran parte di quella cultura da noi considerata una risorsa tuttora valida e che viene cancellata, invece, da tutte le case editrici in Italia, Germania, Francia… in tutta Europa. Centinaia di testi di enorme importanza non solo non vengono stampati, ma sono posti fuori commercio. Sono stati dimenticati, negati, distrutti, e quindi siamo in presenza di una restaurazione che distrugge anche i saperi connessi a queste analisi e pubblicazioni.

Infine quando parlavo di sguardo esterno rispetto alla nostra storia non intendevo la somma di singole organizzazioni: la Raf, le Br e altri gruppi che devono fare ciascuno la propria storia. No. È la somma del muoversi antagonista, che deve mettersi intorno a un tavolo e socializzare i diversi saperi, per scrivere la propria storia. Il limite sta, per noi, nel non realizzare cooperazione politica e sociale. Se uno racconta come si faceva la brigata, un altro può raccontare la storia di S. Basilio. Abbiamo costruito il comitato inquilini del Ticinese, mentre altri costruivano la Walter Alasia. Mettendo insieme questi saperi si fa storia, avendo però una filigrana di fondo che è acquisita ma che purtroppo abbiamo abbandonato nel corso delle vicende.

 

Un’altra storia

I compagni che hanno elaborato la Mappa perduta, e gli altri testi del Progetto memoria di Sensibili alle foglie, dicono che una parte importante per ricostruire i nominativi, la fisionomia, e una parte dei profili delle organizzazioni combattenti in Italia, sono stati gli atti dei processi. Gli atti dei processi politici, che hanno coinvolto nel nostro paese 4087 persone, sono un’enorme risorsa, in assenza di altro, perché in quelle sedi i militanti hanno fatto dichiarazioni, hanno elaborato strategie di offesa, difesa, di negazione del processo, che sono però sempre riportati negli atti con un linguaggio che toglie significato allo spessore della parola rivoluzionaria, perché espresso nel linguaggio più scadente, più svuotatore di significati: il linguaggio giuridico, che è quanto di più orrendo si sia mai visto per definire i processi reali.

I compagni di Sensibili alle foglie hanno cercato una quantità enorme di documentazione anche negli archivi soggettivi delle riviste, di coloro cui non era stata sequestrata la documentazione politica, e l’hanno aggiunta per equilibrare questa unicità, o questa fonte principale che gli derivava dalle fonti processuali.

Io credo che la fonte migliore consista, per chiunque ne abbia le possibilità, nel munirsi di un registratore e fare raccontare poi, anche per ore, ai singoli militanti la loro storia, soggettiva, la loro percezione del mondo, del rapporto con l’istituzione, della comprensione del quadro politico, per poi, alla fine di tale percorso, riorganizzare tutto questo immenso materiale di esperienza soggettiva in una grande sintesi che può essere fatta solo aggiungendoci documenti, e una lettura approfondita del quadro complessivo.

A molte intuizioni fondamentali dei gruppi armati negli anni Settanta – come il famoso Sim (Stato imperialista delle multinazionali) – su cui si è pure ironizzato, e che invece organizzazioni come la Trilateral hanno avvalorato a posteriori, vanno “mischiate” le storie personali, le esperienze di varie soggettività: il che è un lavoro faticoso, e lungo. L’esperienza di Sensibili alle foglie, nonostante i suoi limiti, è un enorme archivio di storie soggettive, di catalogazione della composizione statistico-sociale dei partecipanti di una parte rilevante dei gruppi; è un archivio della documentazione che diversamente sarebbe difficile da reperire, ma rappresenta solo una base per rifare la storia complessiva degli anni Settanta.

Renato Curcio ha detto, come è stato sottolineato, che per chiunque liberare le parole significa liberare i corpi. Non so se la situazione dei compagni detenuti e semiliberi che partecipano al Progetto memoria possa avere condizionato la loro ricerca. Certo la ricostruzione complessiva di quegli anni è un lavoro ancora da fare, contro la falsificazione e l’uso della storia fatto dal sistema dominante.

Condizione fondamentale resta la liberazione di tutti quanti sono ancora in carcere o in situazioni di restrizione della libertà. In questo senso, per liberare le parole, per andare in profondità nella nostra storia, occorre liberare prima i corpi.

 

“Storia vissuta. Sinistra militante e storiografia”, in “Le parole e la lotta
armata. Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e
Svizzera”, Materiali tratti dal Convegno di Zurigo
“Zwischenberichte”, 1987, a cura di Primo Moroni e IG Rote
Fabrik, Konzeptbüro, ShaKe Edizioni Underground, Milano, 1999,
nuova edizione a cura di Ermanno Gallo e Ada Negroni,
ShaKe Edizioni, Milano, 2009; ed. originale: IG Rote Fabrik (Hg.),
Zwischenberichte. Zur Diskussion über die Politik der bewaffneten
und militanten Linken in der BRD, Italien und der Schweiz, ID
Verlag, Berlin, 1998.