ROMA

Piazza dei Navigatori: Tronca tratta con i grandi speculatori

Mentre nega moratorie e soluzioni agli spazi sociali, il commissario Tronca tratta e scende a compromessi con i palazzinari che hanno commesso gravissimi abusi edilizi e inadempienze. Con l’unico scopo di monetizzare ogni spazio pubblico, cancellando qualsiasi possibile uso sociale. Il caso esemplare di Tor Marancia.

Firma la petizione: No al condono a Caltagirone e Mezzaroma per le inadempienze in piazza Navigatori

Roma. Le costruzioni intorno Piazza dei Navigatori rimandano ai “grandi lavori” per l’Esposizione Universale che si sarebbe dovuta tenere nel 1942. La prima urbanizzazione, nata a metà degli anni ‘30, si sarebbe impreziosita di due grandi edifici. Due falansteri destinati prima ad albergo per i molti visitatori previsti e poi, una volta finita la “kermesse”, a diventare residenze popolari. Saltata con la guerra l’Esposizione Universale, solo uno dei due edifici fu costruito, lasciando l’ampio spazio antistante privo del suo gemello in cemento.

Non ci fu mai un secondo palazzo, ma chi aveva costruito il primo e solo iniziato il secondo continuò a rivendicare a lungo la proprietà di quel largo spazio che non era stato espropriato, così come era successo per tutte le aree fino all’Eur di bordo alla Cristoforo Colombo, il lungo nastro d’asfalto teso tra le mura e il mare.

Si andò avanti per lungo tempo, intanto questa vasta area di raccordo tra la Colombo e Tor Marancia divenne presto preda di funzioni improprie: una trattoria, pompe di benzina e un vivaio. Un vuoto circondato da tutti i lati dall’imponente attività edilizia che gli si stava tessendo intorno per giunta in una situazione ormai diventata pressoché centrale.

Aree importanti per il Piano regolatore del 1962. Dopo averla destinata a “completamento” e a servizi con una variante Generale (1974) si decise di realizzare proprio lì strutture per servizi pubblici locali. Questo fino al 1996 quando, proprio mentre una delibera d’iniziativa popolare aveva la meglio su un riluttante Consiglio comunale strappando per le aree di bordo della Colombo la destinazione di “verde pubblico”, l’area venne sacrificata. Avrebbe accolto servizi generali di proprietà privata per 150mila metri cubi. Poco distante, più o meno di fronte, lo stesso. Servizi privati per 34mila metri cubi, quale bottino di cemento riconosciuto dal Consiglio di Stato in seguito ad un contenzioso con la Confcommercio.

Una cubatura monstre di 150 mila metri cubi che il Comune si è vista scippare in parte per “usucapione”! “Costruibile” con un Accordo di Programma. Accadeva qui e, a pioggia, sull’intero territorio. Dalla muraglia costruita intorno la sede dell’Alitalia alla Magliana, alla Nuova Fiera posta alla “fine della terra”, alla marmellata edilizia a Porta di Roma…

Parte di quella manovra urbanistica con cui l’Amministrazione Rutelli iniziò a prendere le misure per il nuovo piano regolatore (strozzato nella culla da una forte opposizione dei movimenti e resuscitato poi da Veltroni). Una serie d’interventi che, senza una visione d’assieme, misero le premesse per 52 milioni di metri cubi.

Calati giù silenziosamente ricorrendo, come nel caso di Piazza dei Navigatori, ad Accordi di Programma che anche in questo caso, come ampiamente dimostrato e denunciato dalla lotta dei comitati cittadini, non si configuravano né come opera pubblica, né come opera di interesse pubblico.

Il Comune prima lanciò un concorso d’architettura ad inviti per arrivare ad un progetto di qualità. Non ebbe alcun seguito e il progetto si chiuse senza ricercare la qualità, con un paio di edifici mostruosi e con una serie d’impegni sia di natura finanziaria che costruttiva (opere pubbliche) per chi avrebbe realizzato l’intervento.

Impegni che avrebbero dovuto essere assolti contestualmente alla realizzazione delle opere.

Invece? Nulla. Nulla del mega programma del 2002 comprensivo dell’interramento della Colombo, della realizzazione di una piazza verde aerea che passava sopra la strada riunificando due tratti urbani divisi in modo pericoloso, nulla di un asilo nido, di un campo per bambini, della realizzazione di negozi di vicinato.

Non è stato fatto nulla. Neppure quando, con la convenzione del 2004, i nuovi proprietari, cioè l’impresa Mezzaroma (quella distintasi per la cementificazione della Bufalotta fatta di palazzi color pastello in lotti ad alta densità abitativa) e Acqua Marcia (il noto Bella Vista Caltagirone, quello di Parco Leonardo e dintorni), sono subentrati ai vecchi proprietari impegnandosi a realizzare opere di urbanizzazione per 9 milioni di euro, a pagare quali oneri concessori altri 5,5 milioni di euro e 7 per l’acquisizione di alcuni terreni limitrofi di proprietà comunale.

Non solo non c’è nessuna traccia delle opere. Non è stato versato neppure un euro. Di più la fidejussione rilasciata a garanzia, alla prova dei fatti, non ha retto. Troppo anche per il Comune di Roma che, solo a seguito di un interessamento della magistratura, lo scorso anno, dopo 12 anni (!), ha inviato ai proprietari l’avviso che erano “iniziate le procedure per inadempienza”.

Una bomba, perché questo può significare che il costruito, almeno in parte, può essere acquisito nella disponibilità del Comune.

Troppo per la giunta di Marino che affronta, finalmente, la questione nella seduta del 6 febbraio 2014 della Commissione Controllo, Garanzia e Trasparenza. Il presidente Andrea Catarci del municipio VIII, territorio su cui tutto questo avviene, si fa relatore della pratica e denuncia le gravi inadempienze dei costruttori. L’assessore Giovanni Caudo rileva che, secondo l’Avvocatura, le fidejussioni sono risultate false. Potrebbe bastare per mettere un punto ed andare a capo. Non la pensa così il rappresentante della Giunta che rileva : “non ci sono motivi sostanziali per poter mettere in discussione la convenzione” e quindi “bisogna raggiungere un fine comune che è obbligare i contraenti della convenzione al versamento degli oneri destinati alle opere pubbliche e da parte della amministrazione pubblica dare l’ok per la realizzazione dei 150 mila metri cubi come da convenzione “ (cfr verbale della Commissione).

C’è, dice, una novità rappresentata dal fallimento della società Acqua Marcia che è attualmente in concordato fallimentare. Il commissario potrà liquidare quanto da lei dovuto. Solo che questo puntare alla monetizzazione, significa innanzitutto accettare la presenza di un terzo edificio. “Uno smacco politico” per il presidente Catarci. Lui sarebbe voluto andare fino in fondo e acquisire quel patrimonio per destinarlo a funzioni pubbliche in una zona che proprio in quel periodo vedeva salvare la nuova fiera di Roma usando come bancomat la densificazione dell’area della vecchia.

Solo che il boccino è stato preso con una certa prevaricazione dal Commissario Tronca che, forte proprio di quanto discusso in quella commissione, ha deciso di intavolare una mediazione con i costruttori per cercare, in analogia a quanto diceva l’assessore di Marino, la monetizzazione al posto delle opere.

Chiede i soldi a Mezzaroma (Barbara) come sta facendo con l’altra mezza roma: quella sociale. Due operazioni con una matrice comune, il patrimonio edilizio non deve essere usato a fini sociali. Lasciare a chi non rispetta i patti di continuare, riconoscendogli con atto transattivo qualche sconto, di continuare a farlo, per magari mettere le mani su alcuni tra gli 800 spazi sociali che si vorrebbe sgomberare.

Un’ ipotesi, quella dell’accordo monetario, che non piace ai cittadini che immediatamente hanno promosso un tavolo con il Municipio. Dove sono nate alcune proposte. Il presidente Catarci chiede, visto che dopo 12 anni non si è vista nessuna opera pubblica realizzata, di “scontare” quello non fatto acquisendo per la comunità parte di quanto fin qui realizzato.

Un’ ipotesi non gradita dal Pd, che punta ad un atto di transazione per chiedere al curatore fallimentare di Caltagirone Bellavista di veder riconosciuto il Comune come “creditore” e permettere di acquisire denaro per fare opere.

Una soluzione non condivisa da chi nel territorio vuole decidere come giocare questa partita, cosa fare in quei metri quadri che riuscirà a strappare di costruito e soprattutto decidere della città. Ad iniziare con l’impedire che un commissario interpreti, come ordinaria amministrazione andare incontro agli interessi di chi finora non ha fatto nulla di quanto si era impegnato a fare e cerca ancora una volta di far vedere che chi comanda è ancora lui. Che è lui a decidere cosa fare a Roma.

Intanto è partita una petizione che invita il Commissario a lasciar perdere “ogni trattativa con i proprietari inadempienti e a vigilare sugli uffici affinché la procedura di decadenza della convenzione sia portata a termine nel più breve tempo”.

Di che fare, una volta acquisiti gli immobili al patrimonio pubblico, dovranno decidere la comunità e le sue componenti sociali chiamate a riscrivere un territorio colpito così pesantemente da un capitale finanziario, che intende riplasmare anche questa parte di Roma con una geografia omogenea: quella della rendita.