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Performer per un’ora. Sul “Terzo Reich” di Romeo Castellucci

Siamo stati ai Teatri di Reggio Emilia per prendere parte a “Terzo Reich” di Romeo Castellucci, prodotto dalla Societas. La video-installazione apre a una realtà fatta di linguaggio che diventa “dictatura” in cui i sostantivi occupano integralmente la scena e lo spettatore rimane catturato in un’esperienza performativa integrale

Essersi sollevati da terra non ha significato soltanto guardare dall’alto in basso gli altri animali, sentirsi isolati e vulnerabili, eppure superiori. Le mani si liberano e la schiena si drizza, la testa, alta, scruta l’orizzonte. E tutto quel che serve per parlare si dispone al posto giusto. Dominare i versi e prolungare i suoni, plasmarli, e ascoltarsi, ecco alcune capacità, e tecniche, che portano al linguaggio. E, naturalmente, lo sostengono, il linguaggio, che è fin da subito canto, prima di ogni intenzione comunicativa, prima di ogni fissazione grammaticale. O almeno ci piace pensarlo, senza dover arrivare a sostenere che «los Neandertales cantaban rap».

Dalla voce alla mano il rimando è continuo e il rapporto, forse, resta più immediato di quanto di solito concediamo. Indicare il cielo, e gli astri che lo puntellano, è una possibilità non meno essenziale del poter segnalare il cibo guasto o le tracce di una preda. Il dito puntato al cielo porta a guardare l’apertura di uno spazio che non possiamo dominare, ma solo contemplare. Il dito indica nell’apertura di un evento iniziato prima e senza di noi, di cui non vediamo la fine, e per il quale la parola “storia” è di aiuto solo per farlo entrare in una comprensione ingegnosa, ma limitata. A regolare questo infinito non domabile interviene non il nostro, ma il “dito di Dio”, che fissa la legge sulla pietra, sulle due meno famose tavole che poi, spezzate in un impeto d’ira, saranno sostituite da quelle più note, scritte sotto dettatura. Il dito divino, che precede questo antico dictare, non scolpisce dunque solo la Legge, prescrive pure il nostro destino digitale.

La colonna vertebrale deposta sul palco del Terzo Reich di Castellucci rimanda a tutto questo: alla nostra elevazione verso il cielo, al canto perduto nel linguaggio, a quella remota dictatura divina. Le note di regia che ci accompagnano nel Terzo Reich spiegano che oggi non conta più il cosa, ma il quanto, e che saremo sottoposti a un trattamento violento, calcolato al ventesimo di secondo, in cui la parola umana è subita «sotto l’aspetto della quantità». Quel che le note non dicono finisce per essere forse più importante, perché la dictatura sta subito fuori da quelle righe, comincia dove queste finiscono. Le note informano che ci aspetta una video-installazione, ma omettono di avvertire che il Terzo Reich è un’innocua installazione fintanto che non ha inizio, lo è, quindi, solo nelle note, nel loro piccolo, effimero dettato. Quando comincia, è chiaro che si tratta di una performance. Di una performance che non ha altri performers se non gli spettatori stessi, che vi si sono recati liberamente. L’ignara “pecorella” che si raduna al teatro si presta all’installazione del Terzo Reich, partecipa a un rito di massa, che, come tutti i riti, è introdotto da un cerimoniale. La colonna vertebrale, spezzata sotto il peso della dictatura, è il fulcro e l’oggetto sacrificale di un’«azione simbolica» iniziale (così nelle note) rigorosamente muta – cioè privata del canto che ha fatto spazio alla “casa comune”, al linguaggio – ma satura di gesti coordinati del corpo, di danza, il cui senso ultimo si raccoglie nelle mani e nelle dita indicanti.

Si tratta però soltanto di un cerimoniale introduttivo, una scintilla che, morendo, lascia subito posto all’evento del Reich, alla dictatura vera e propria, quella del linguaggio. Perché, prima ancora di arrivare alla perversione di una “lingua tertii imperii”, il Reich è il Regno del linguaggio, che ci dice cosa fare e come essere. Quando comincia il bombardamento, le prime parole che, da dietro, si imprimono sullo schermo nero davanti a noi – come era per la famosa cattività nell’altrettanto famosa “caverna” – ribadiscono l’ovvio, secondo la sensibilità comune. Le parole “cosa” e “ossa” non fanno che descrivere le sole realtà che si sono viste fino a quel momento nel Terzo Reich. Ma saranno state anche le uniche a potersi vedere, così come le prime parole che compaiono rimarranno tra le poche a farsi veramente vedere e comprendere. Queste, dunque, non descrivono proprio niente, danno, invece, un annuncio, o una rivelazione, innanzitutto la rivelazione che il Terzo Reich ha inizio. E non sono parole qualsiasi, sono le più dittatoriali tra le parole, i sostantivi, quelle che pretendono di sostituirsi alla realtà, quelle che fanno il commercio con le cose del mondo.

Le cautele e i divieti che circondano l’installazione (età, fotosensibilità, tappi per le orecchie, possibilità di uscire dalla sala) possono tutelare, ma non preparare l’ignara “pecorella”, che si ritrova di fronte alla dictatura del Terzo Reich come ci si trova davanti a quel Dio, il quale, come è noto, non è soltanto invisibile, è soprattutto inguardabile. Il nostro sguardo non sostiene la dictatura del Terzo Reich, non può stare a fissare la scarica di parole sullo schermo e distogliere lo sguardo, in questo caso come nell’altro, più antico e prototipico, è un atto di sottomissione, prima che di imperdonabile distrazione. La performance a cui prendiamo parte, per un’ora, nel Terzo Reich è una volontaria e volenterosa sottomissione alla dictatura con la schiena rotta. Che altro sarebbe, poi, una dittatura se non una sottomissione volontaria, “performata” inconsapevolmente in massa?

La dittatura è già cominciata quando il linguaggio è usato per comunicare. La dittatura si fa sotto una peculiare dictatura, che prevede, tra l’altro – tema che va accennato perché centrale per la riuscita performativa del Terzo Reich – la subordinazione delle parole alle immagini, che qualcuno potrebbe, a ragione, voler chiamare idolatria. Nella caverna del Terzo Reich ci finiamo per il nostro uso del linguaggio. I dodicimila sostantivi che occupano, “militarmente”, la scena fanno da supporto alla dictatura delle cose sottratte alla cura degli umani, e consegnate al muto commercio, abbandonate sui “Telai” degli scaffali. 

Sullo schermo-parete nero i sostantivi si susseguono sempre più rapidamente, e compaiono sempre più fugacemente, lavati via dal fragore delle frequenze che ne dettano il ritmo ossessivo, tanto che l’occhio non riesce neanche più a “scrollare” (non potendo, però, scrollarsi quella vista di dosso!). Li vede, senza possibilità di scampo, ma non può guardarli. La performance, che si presentava come innocua installazione, è andata senza ritorno al di là dello spettacolo, ma, va detto, pure della rieducazione. Non c’è più niente da vedere, come non c’è niente da ridere. Qualcuno vomiterà. Ma è secondario. I giochi sono finiti. Anche quelli sadici che ci vengono venduti da lontano per intrattenere il nostro grande imbarazzo. La cascata di parole-cose, ormai soltanto immaginabili, cioè dissolte in immagini, inguardabili, è come l’evento della fine del mondo. Per un’ora. Scarsa.