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EUROPA

L’Ucraina e i giovani arrabbiati nella tormentata Odessa

Reportage di un viaggio ad Odessa: un incontro con le voci, i tormenti e la rabbia di giovani attivisti ucraini nel pieno della guerra che sta devastando il paese e della resistenza sociale e militare all’invasione

L’emozione, arrivando a Odessa, è paragonabile a quella provata a Gerusalemme, Istanbul o New York. Città che incutono rispetto per la loro storia, diversità umana e ricchezza culturale. Fiore all’occhiello dell’Ucraina indipendente, Odessa fu antico insediamento greco, possedimento genovese, porto islamico-ottomano e poi russo-ortodosso. Protagonista delle due rivoluzioni russe e baluardo della guerra di liberazione sovietica dall’invasione nazista, è una città di mare dove l’architettura, le biblioteche e la cucina portano tracce delle comunità ucraine, moldave, russe, tatare, ebree, armene, tedesche, francesi e italiane che l’abitano da secoli. I bombardamenti russi dei mesi scorsi, purtroppo, hanno indotto l’Unesco ha dichiarare il suo centro storico patrimonio dell’umanità in pericolo, e hanno causato la scelta dell’esercito di rendere i litorali inaccessibili, inclusa l’area dove si trova la scalinata Potëmkin.

La scalinata Potëmkin è così chiamata per la celebre sequenza del film che ritrae l’insurrezione operaia che qui ebbe luogo nel 1905. La città fu inoltre sfondo di un’insurrezione del comitato bolscevico ucraino dopo l’Ottobre rosso. Qui, tra il 1918 e il 1921, i comunisti mantennero presidi altalenanti ma fondamentali per la loro azione nella guerra civile, che avrebbe condotto alla costituzione, nel 1922, della prima repubblica ucraina indipendente della storia, quella sovietica.

Odessa ha però anche lati oscuri. Dai ripetuti pogrom anti-ebraici (che hanno causato l’emigrazione di molti suoi abitanti nella Palestina ottomana, trasformandoli in sostenitori del sionismo) al potere socio-economico di un persistente crimine organizzato, fino al massacro di oppositori all’ingresso dell’Ucraina nell’UE perpetrato da fascisti pro-Maidan il 2 maggio del 2014.

Odessa, ci racconta Artem, giornalista vicino al movimento di sinistra Sozialnyi Ruch che incontro assieme ai Municipi sociali di Bologna, non è Kiev e soprattutto non è Leopoli. Il senso comune è diffidente verso il nazionalismo banderista diffuso in Galizia. Per molti anziani la liberazione del 1945 resta il momento più importante della vita, e a nessuno di loro sfugge che Bandera e i suoi miliziani agirono nelle retrovie naziste. Come e più che altrove, molti qui temono l’idea di un mercato del lavoro ulteriormente de-regolamentato, secondo gli attuali standard dell’Unione Europea. Artem racconta che il Partito comunista ucraino – gruppo conservatore e xenofobo simile a quello russo – aveva qui un minoritario ma disciplinato consenso fino alla sua messa fuori legge in base alle leggi anti-comuniste del 2015. Il pur contestato sindaco della città, inoltre, è un uomo d’affari che viene dal vecchio Partito delle Regioni di Yanukovych, sciolto nel 2022 per i legami con lo stato russo.

Nessuno a Odessa, ci raccontano, credeva che la Russia avrebbe attaccato davvero. «Abbiamo pensato fosse propaganda occidentale, o un modo con cui Putin intendeva alzare la tensione internazionale senza passare ai fatti» racconta Artem. L’invasione è stata uno shock.

Non pochi, come in tutto l’ex mondo socialista, rimpiangono a Odessa aspetti dell’organizzazione sociale sovietica legati al lavoro, alla casa, alla sanità e all’istruzione. Fino a quando i bombardamenti non hanno imposto un amaro risveglio, qualcuno arrivava addirittura a identificare quel passato con l’odierno regime di destra al potere al Cremlino. Ora, ci dice David, studente universitario socialista e membro attivo di Sozialnyi Ruch, queste posizioni sono sostenute da individui isolati che definisce «mattacchioni» e «clown». Con maggiore, benché limitata, simpatia ci racconta anche di “nonnine” che postano su Facebook «ricette di cucina tradizionale seguite da esaltazioni dell’Armata Rossa che starebbe “ritornando” in Ucraina».

David dice di non aver mai dato importanza alla politica; non prima del 2022. Per lui, che ha origini ebraiche e si identifica con la storia della sua comunità perseguitata anche a Odessa, la contrapposizione tra Maidan e anti-Maidan aveva un interesse relativo. Artem aggiunge che tra il 2013 e il 2014 tanto i pro-Maidan quanto gli anti-Maidan erano minoranze in città. La maggioranza si sentiva distante da entrambe le fazioni, come spesso accade con i movimenti di piazza. Artem, socialista democratico, era chiaramente schierato con il movimento che chiedeva l’ingresso nell’Unione Europea. La sinistra ucraina era spaccata quanto il resto della società su questo punto. Il 2 maggio del 2014 si recò al raduno pro-Maidan convocato dopo che gruppi ostili all’UE avevano cercato di occupare il municipio e dichiarare una “repubblica popolare di Odessa”. Era presente quando il gruppo neonazista filo-russo Odesskaya Druzhina ha aggredito la manifestazione, e uno degli aggressori ha fatto fuoco con un kalashnikov da dietro un cordone di polizia, uccidendo un partecipante al presidio pro-Maidan (anche lui di estrema destra). Da quel momento, racconta, «nessuno ha potuto fermare la violenza per le strade», anche armata. È durata ore da entrambe le parti, culminando nell’uccisione di 4 manifestanti anti-Maidan.

Fu allora, secondo la ricostruzione del Gruppo indipendente di indagine sul 2 maggio, che un nutrito gruppo di partecipanti alla manifestazione a favore di Maidan, che comprendeva altri militanti del gruppo fascista Pravyi Sektor e supporter delle squadre di Odessa e Kharkiv (che avevano disputato una partita poche ore prima), si spostarono verso la sede dei sindacati per “sgomberare” il campeggio anti-Maidan che lì si trovava da giorni. Gli attivisti anti-Maidan si rifugiarono nell’edificio, contro cui i neo-fascisti lanciarono molotov, incendiandolo. 42 persone morirono in pochi minuti per soffocamento o per essersi gettati dalle finestre, sotto le quali gli aggressori li inseguivano se sopravvissuti. Personalmente ricordo ancora la Rai minimizzare la notizia, all’epoca, per timore di suscitare antipatie verso i movimenti che in Ucraina guardavano a Bruxelles.

La barbarie di quella strage è una macchia con cui la società ucraina e la città di Odessa non sembrano ancora in grado di fare i conti, così come le istituzioni statali. I governi ucraini di questi anni si sono limitati a sostenere che il massacro sia stato orchestrato dal regime russo, mentre quest’ultimo (che ha dato protezione ad almeno due individui collegati ai crimini di quel giorno) usa l’episodio per denigrare tutti coloro che non accettano la sua influenza sul paese.

Seguiamo David fino alla piazza della stazione, dove incontra Bohdana, come lui parte del collettivo Mutuo Aiuto Odessa. Ogni giorno distribuiscono viveri, generi di prima necessità e, d’inverno, strumenti di protezione contro il freddo ai senzatetto della città. «Non è carità – tengono a sottolineare – ma solidarietà politica». Dall’inizio della guerra (che fanno risalire al 2014 come tutti gli ucraini, di qualsiasi fazione) molti sfollati e reduci vivono per strada. «Sono vittime di traumi, emarginazione e dipendenze, e vanno ad aggravare la crisi sociale derivata dalla privatizzazione dei complessi popolari negli anni Novanta». Dal 2022 i rifugiati dalle zone occupate e attaccate dalla Russia sono aumentati vertiginosamente: «É gente rimasta senza casa, che ha patito lutti, e di cui il governo si prende cura solo in parte». Spiega Arkady, che si definisce comunista: «Agire con queste persone senza il paternalismo perbenista delle istituzioni sociali, per cui ho lavorato in precedenza, significa porre i primi mattoni della sinistra futura di questa città”.

In un palazzo che hanno occupato, da cui si apprezza la vista sul Mar Nero (privo di traffico navale a causa dell’interruzione degli accordi sul grano), David racconta il terrore della gente di fronte alla notizia dell’invasione. «Non potete capire cosa abbia significato, per Odessa in particolare. La cittadinanza temeva di essere raggiunta da unità russe aviotrasportate nel giro di pochi minuti. Si è diffuso il panico». Bohdana, che collabora con i Solidarity Collectives che organizzano il supporto alla resistenza, ed è in pena per il marito e il fratello al fronte, racconta: “Non era uno scherzo. Pensavamo che sarebbero arrivati, e di finire in qualche fossa comune come tante altre persone nelle zone occupate”. La resistenza opposta dall’esercito e dalla popolazione a Nikolaiv, ci spiegano con infinita riconoscenza, ha fatto sì che loro potessero oggi parlarci e guardarci negli occhi.

Il modo in cui David, Bohdana, Arkady e i loro amici cercano adesso di fare la loro parte è fornire sostegno alle persone di sinistra che da Odessa si arruolano e vanno al fronte. “Sosteniamo la resistenza. Il nostro lavoro riguarda i combattenti di sinistra, nostri amici e compagni. Appoggiamo l’intera azione dell’esercito, ma non è un appoggio incondizionato».

Spiega Bohdana: «Riteniamo una sciagura che gruppi fascisti abbiano spazio nelle forze armate». «A loro non daremo mai il nostro appoggio», le fa eco Arkady. David è d’accordo, ma aggiunge che non esiste forza maggiormente «fascista» e «antisemita» dell’esercito russo. È disgustato dal neutralismo di molti suoi coetanei occidentali: «Essere neutrali di fronte a un’invasione equivale a stare con l’invasore. Non ci sono scuse. Non hanno idea di ciò di cui parlano. Ripetono la propaganda di Putin sui nazisti ucraini, ma dei nazisti della Wagner o delle fottute repubbliche di Luhansk e Donesk non parlano mai. Quanti oggi assumono un atteggiamento neutrale sarebbero stati messi dal vostro Dante nel girone degli ignavi».

Come i ragazzi di Kiev e Leopoli con cui abbiamo parlato, questi ragazzi subiscono e affrontano la destra da tutta la vita. «La diffusione di questi gruppi – denuncia David – non è un problema cui le società dell’ovest europeo, per non parlare della Russia, non siano familiari. Questa è una questione che va risolta tra ucraini, non certo dalla Russia». Difficile descrivere la rabbia, a volte l’ansia e la paura che lasciano trasparire; salutano ragazzi come loro per la strada o nelle birrerie; raccontano di essersi conosciuti attraverso un gruppo di lettura. «Il primo libro è stato un testo del militante delle Black Panthers Huey P. Newton». Di lui ne hanno letti diversi; poi Marx, Freire, Gelderloos, due libri sul Rojava (“Taqmil” e “Laboratorio Rojava”); un saggio sulla comunicazione non violenta, per imparare a comunicare meglio tra loro e con le persone che non la pensano come loro. Ora devono discutere ‘L’anima dell’uomo sotto il socialismo’ di Oscar Wilde: «Ho suggerito qualcosa di esteticamente gradevole» sorride David, e aggiunge: «‘La banalità del male’ di Arendt sarà il prossimo, testo troppo spesso… banalizzato».

Ripetono costantemente le parole «colonialismo» e «colonizzazione». Paragonano la loro contestazione dei monumenti sovietici a quella dei monumenti confederati da parte di Black Lives Matter. Provo rabbia e lo vedono. Trovo il paragone inaccettabile, ai limiti dell’indecenza. Eppure so di dovermi confrontare con questi esseri umani e con ciò che io non ho vissuto, con ciò che li conduce a questa percezione dell’eredità culturale.

Sono felici di vederci affascinati dalla bellezza della loro città, ma ci impongono più di una volta di ricordare che avremmo potuto non vederla così. Mi colpisce il loro tormento, l’innocenza spiazzante della loro fluidità di genere, la chiarezza senza compromessi di principi scolpiti in così breve tempo dall’ingiustizia e dalla storia. Dmitry è anarchico, volontario nell’esercito. Quando gli chiediamo come vanno le cose al fronte si incupisce, ma cerca di nasconderlo. «E’ in corso la controffensiva. Le cose vanno avanti. Non sempre bene. È dura». Descrive scenari terribili, in cui le unità ucraine cercano di oltrepassare il fiume Dnipro su imbarcazioni che vengono facilmente colpite dall’artiglieria russa, con un’ottima visuale e ben fortificata sulla sponda orientale.

«L’ampiezza del fiume e la scarsa visibilità fanno sì che i feriti muoiano dopo aver agonizzato a lungo nelle acque, cercando di salvarsi. Gli amici dei feriti possono sentire tutta la notte le loro grida». Sono in pena per Andriy, il marito di Bohdana, che è a Kherson. Dmitry opera droni di ricognizione sopra le truppe russe su un altro fronte. Arkady racconta di come l’esercito non fornisca sempre un buon equipaggiamento ai soldati. Per questo raccolgono fondi per aiutare, attraverso i Solidarity Collectives, i loro amici con protezioni di maggiore qualità. «Il governo ha detto che la guerra durerà più del previsto. Prima o poi arriverà il turno di ciascuno di noi» aggiunge con un’ombra negli occhi difficile da descrivere. Sa che dovrebbe essere esentato per motivi di salute, ma non è ottimista che questo accada. «L’esercito blocca i giovani per strada e li porta a combattere sequestrando loro i cellulari. Le reclute ricevono poco addestramento e a volte non possono neanche chiamare i genitori una volta coscritti». Artem e Arkady raccontano il caso recente di un ragazzo dell’Oblast di Odessa che è stato prelevato nonostante avesse detto di essere epilettico. È morto per una crisi dopo appena 24 ore, senza neanche aver raggiunto il campo d’addestramento. «Questi metodi provocano rabbia e preoccupazione nella popolazione» spiega Artem. «Zelensky, politico capace di cogliere gli umori della gente, ha subito sostituito i vertici di questi uffici».

Arkady, Bohdana e David ci parlano dei loro gusti musicali e cinematografici, della loro vita ludica e lavorativa. Sono un fiume in piena. Mi rendo conto forse solo adesso di quanto sia stato un crimine lasciare sole queste persone. Mostrano un tremendo bisogno di sguardi, amicizie, e di parlare con qualcuno di vite che forse, per alcuni di loro, saranno brevi. Chiediamo se sarebbero disposti a una cessione di territori alla Russia pur di ottenere la pace. Dicono di no. «Troppe persone hanno dato la vita per questa resistenza. Dobbiamo proteggere ciò per cui sono cadute». L’80% degli ucraini ha ormai in famiglia un morto, un ferito o uno sfollato. Aggiunge Bohdana: «Non possiamo permettere che i russi si prendano le case degli sfollati che aiutiamo ogni mattina». David ci stringe la mano alla stazione; il giorno prima mi aveva detto che per loro era un onore la visita di qualcuno che era stato nelle Ypg. L’abbraccio che ci da Bohdana prima di separarci è carico di significato. Ho passato poche ore con queste persone. Resteranno per me indimenticabili.

Immagine di copertina e nell’articolo dell’autore