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EUROPA

L’invasione russa ha spezzato la spina dorsale della sinistra europea: intervista a Raúl Sánchez Cedillo

«Siamo di fronte al probabile inizio di una guerra mondiale nel mezzo dell’Europa, nel bel mezzo di una crisi ecosistemica del sistema mondiale capitalista»: è questa una delle motivazioni che hanno spinto Raúl Sánchez Cedillo a scrivere “Esta guerra no acaba en Ucrania”

Raúl Sánchez Cedillo, ricercatore militante, saggista, attivo nelle lotte sociali a Madrid e membro della Fundación de los Comunes, ha recentemente pubblicato Esta guerra no acaba en Ucrania (Katakrak). Il libro analizza il “regime di guerra” come una struttura politica globale che definisce le nuove logiche politiche del nostro presente. Il conflitto attuale è analizzato servendosi di alcuni riferimenti storici della Prima Guerra Mondiale, quando, in un contesto di concorrenza inter-imperialista e multi-polare, si ripresenta la forma più estrema di difesa del comando capitalista: i fascismi.

Pablo Iglesias ha intervistato Raúl Sánchez Cedillo, presentandolo come «uno degli analisti politici più intellettualmente preparati di Spagna». E non solo di Spagna, ci verrebbe da aggiungere, proiettando le brillanti considerazioni di Raúl sullo spazio europeo, che è oggi tanto lo spazio della guerra mondiale in atto e della minaccia nucleare, quanto lo spazio in cui costruire mobilitazioni convergenti, in cui le lotte sociali, ambientali e femministe per il salario, per il reddito, contro il carovita, contro la violenza sui corpi e sui territori, contro le grandi compagnie dell’energia fossile e per la decarbonizzazione, possano trainare la lotta contro l’aumento delle spese militari, per il disarmo e per un’immediata Conferenza di Pace che ponga fine al conflitto bellico.

Non c’è pacifismo senza conflitto sociale, e d’altra parte lo scenario della guerra mondiale è oggi un elemento di blocco di ogni lotta sociale.

Perché hai deciso di scrivere un libro dal titolo Esta guerra no acaba en Ucrania?

Alcuni colleghi della casa editrice Katakrak hanno apprezzato gli articoli che avevo pubblicato a partire dall’invasione russa e mi hanno chiesto di scrivere rapidamente un libro. È stata una sfida molto impegnativa per me. Anche se con un po’ di ritardo e con un numero di pagine superiore a quello previsto, ci sono riuscito. Questo scatto è stato alimentato dalla mia necessità di continuare a scrivere su un conflitto che, a mio avviso, determinerà tutto il resto del secolo. Anche se non sappiamo ancora come, ogni elemento oggi ci indica che, a meno di una rivolta politica e sociale nel continente europeo, la situazione è destinata a peggiorare.

Non si può escludere nessuno scenario. Quanto più lunga sarà l’escalation militare che contrappone blocchi armati dotati armi nucleari, nonché di altre armi convenzionali e biologiche in enormi quantità, sufficienti a provocare una distruzione senza precedenti, tanto più urgente diventa la rivolta per evitare un lungo periodo di guerra, di autoritarismo e/o di fascismo in un contesto di penuria energetica, di eventi estremi sempre più frequenti causati dal riscaldamento globale e di intensi processi migratori di persone e comunità in fuga da guerre, fame, desertificazione o mancanza di acqua potabile.

Si potrebbe pensare che io stia cadendo in una posizione catastrofista a causa di un pregiudizio eurocentrico, cioè perché, dopo aver osservato per decenni le guerre dall’esterno, ora ne sta scoppiando una in cui il continente europeo diventa il campo di battaglia, non solo della guerra guerreggiata, ma anche della cosiddetta “guerra ibrida”: infoguerra, sabotaggio delle infrastrutture, retorica nucleare 50 anni dopo la crisi dei missili di Cuba, e così via. Ma non è così.

Il sistema mondiale capitalista è entrato da tempo in quella che Arrighi e Silver hanno previsto come una fase di “caos sistemico”, che, a loro avviso, si spiega con il declino dell’egemonia statunitense a partire dal 1945. Il declino non significa, tuttavia, una perdita lineare della posizione egemonica. Gli Stati Uniti sono il Paese con il più alto deficit nel conto delle partite correnti al mondo e hanno subito un crollo non solo della produzione manifatturiera, ma anche dei principali indicatori di sviluppo a partire dagli anni ’80.

Ciononostante, rimangono la più grande potenza militare del mondo, con 750 basi militari in circa 80 Paesi, satelliti, aerei e navi che sorvolano quotidianamente ogni regione del mondo. Inoltre, gli Usa continuano a controllare il destino dell’economia mondiale e dell’umanità attraverso l’egemonia del dollaro come principale valuta di riserva e di scambio; il Dipartimento del Tesoro americano e Wall Street come i principali beneficiari netti degli avanzi delle partite correnti di paesi esportatori come Germania, Cina, Giappone, Paesi Bassi e, fino a poco tempo fa, Russia! A questo punto, è lecito affermare che l’esistenza stessa degli Stati Uniti come Stato nazionale è legata al mantenimento a tutti costi della loro posizione egemonica.

Se questo “caos sistemico” non fosse abbastanza, dobbiamo aggiungervi anche le turbolenze legate alla caduta del prezzo del petrolio e ai rendimenti decrescenti dell’estrattivismo energetico, ma anche all’irruzione della penuria e dei limiti (di energia, di cibo, di materie prime e risorse naturali) nel mezzo di un capitalismo il cui spirito è ben rappresentato da psicopatici come Elon Musk, Mark Zuckerberg o Jeff Bezos.

La ripetizione di eventi fuori dal nostro controllo, quali la vulnerabilità dei sistemi sanitari di fronte alla pandemia da Covid-19 o gli eventi meteorologici catastrofici, marcano quello che, oltre Arrighi e Silver, preferisco chiamare un periodo di “caos ecosistemico”. Un periodo opportuno per lo scoppio di una guerra tra potenze nucleari che sta coinvolgendo non solo l’Europa, ma l’intero pianeta!

Per questo abbiamo scelto il titolo Esta guerra no acaba en Ucrania, perché la realtà di un’invasione imperialista come quella russa non prescinde dal contesto in cui si svolge, il che rende ridicolo, se non irresponsabile, pensare che possa essere vista e trattata soltanto come una violazione della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione di Ginevra. Dagli attori in campo e dai loro alleati, dalla storia stessa dell’Ucraina, dobbiamo invece pensare che siamo di fronte al probabile inizio di una guerra mondiale nel mezzo dell’Europa, nel bel mezzo di una crisi ecosistemica del sistema mondiale capitalista. Ho visto buoni motivi per scrivere un libro così urgente.

Nel libro usi l’espressione “regime di guerra”. Che cosa significa?

Significa fondamentalmente l’introduzione dello schema “amico- nemico” nelle azioni dei governi in politica estera e interna. In altre parole, il regime di guerra viene applicato a ogni ambito: alla dialettica tra i partiti e le forze politiche, tra il governo e le lotte politiche e sociali, nella sfera pubblica dei media e dei social network, e nella pratica effettiva della libertà di espressione e di manifestazione.

L’introduzione di uno schema amico-nemico nelle azioni dei governi costituzionali comporta la produzione e la diffusione di narrazioni in cui il nemico (costruito, più o meno esplicitamente, affinché sia sempre presente ed evocabile, sotto nuove forme e denominazioni) viene incolpato dell’aggravarsi delle crisi e dei loro effetti. Il nemico viene incolpato delle misure antipopolari che è stato necessario adottare, che si tratti di un “patto sui redditi” [“pacto de rentas”: si tratta di un accordo tra imprese e sindacati, annunciato dal governo spagnolo, che si propone di tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori e controllare la spirale inflattiva], di moratorie e rinvii sull’abbandono dei combustibili fossili, di un aumento delle spese militari o addirittura di un intervento diretto nelle missioni militari.

Parlare di “regime di guerra” non ha oggi molto senso nel caso della Russia, perché dalla caduta dell’URSS e dal colpo di Stato di Boris Eltsin, la guerra in Cecenia è servita negli anni ad affermare brutalmente il potere degli oligarchi e dei siloviki (ex membri delle forze di difesa e di sicurezza) del Cremlino contro qualsiasi avversario politico e sociale. Dopo l’annessione della Crimea e il sostegno alle repubbliche del Donbass, abbiamo assistito a una modulazione verso un regime di crescente autoritarismo e militarizzazione.

Nel caso dei paesi dell’UE, tuttavia, il processo di instaurazione del regime di guerra avviene in un momento in cui, dopo la pandemia da Covid-19 e l’acuirsi sconvolgente della crisi climatica e ambientale, si era aperto un periodo di oscillazioni all’interno della governance. Parallelamente, i processi di lotta politica negli Stati Uniti si erano intensificati, da Black Lives Matter, alla quarta ondata di femminismo negli Usa durante il 2018, al forte crescita della sindacalizzazione della forza lavoro multirazziale nelle grandi catene e piattaforme di distribuzione, della logistica e della ristorazione. Come dopo il 2008, il neoliberismo – con il suo regime di finanziarizzazione e di estrazione di valori dall’indebitamento delle classi medie e lavoratrici – sono stati prematuramente dati per morti.

Questa volta, la situazione è aggravata dagli effetti economici, sociali e psichici della pandemia, dal ritardo criminale nei processi di de- carbonizzazione delle attività economica e sociale e, non da ultimo, dalla minaccia per l’UE rappresentata dalla crescente ascesa delle destre suprematiste e nazionaliste negli Stati membri e, quindi, nelle stesse istituzioni europee.

Green new Deal, Next generation fund, con i relativi Piani nazionali di ripresa e resilienza, direttive UE sui contratti a tempo determinato, sul salario minimo, sui falsi lavoratori autonomi impiegati dalle piattaforme logistiche (in via di definizione): è stato tutto troppo bello.

C’è un nesso molto stretto tra il progetto bellico a lungo termine condiviso dai Paesi della NATO, sotto il comando degli Stati Uniti, e la soluzione verso l’alto sia delle contraddizioni di classe tra le oligarchie della rendita finanziaria e i redditi del lavoro dipendente (formale e informale), sia delle contraddizioni regionali tra Paesi creditori e Paesi indebitati all’interno dello spazio dell’UE. Bisogna cogliere questo nesso per opporsi alla nuova ondata di austerità e autoritarismo, perché altrimenti non si capisce che il regime di guerra è la nuova “fuga in avanti” del progetto di comando europeo concentrato nelle mani delle oligarchie finanziarie, aziendali, politiche e mediatiche, le quali preferiscono la guerra e gli stati di allarme e di eccezione alle ipotesi di New Deal, di dialettica riformista con le lotte sindacali, femministe, dei migranti, ecologiche e LGTBIQ e di mutazione nel regime di accumulazione del capitale finanziarizzato.

La risposta bellica e militarista dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina ha ridotto lo spazio di una contesa riformista sul terreno dell’immane sforzo finanziario e fiscale dei piani di ripresa resilienza. Al contrario, andiamo incontro a uno scenario in cui la federalizzazione fiscale, economica, militare e diplomatica dell’UE, che non modifica la struttura del potere finanziario e aziendale ma la coordina centralmente attraverso la Commissione, si confronterà con le tendenze centrifughe e dissolutive portate dalla nuova ondata di austerità che seguirà all’aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve e della Bce. Questo può essere letto solo come un colpo di stato oligarchico per porre fine a qualsiasi ipotesi post-neoliberale o socialista di uscita dalla crisi post- pandemica e di transizione (de- carbonizzazione) fuori dal fossile.

In questo senso, la strategia a lungo termine del Cremlino non è da sottovalutare, nell’ambito della stupidità generale in cui si muovono i leader politici mondiali. La manifesta affinità tra gli imperialisti reazionari del Cremlino e parte della destra suprematista in Europa e negli Stati Uniti fa pensare che questi ultimi beneficeranno dell’esplosione delle contraddizioni interne dell’UE. E questo non sarà impedito dall’ipocrisia dei valori che l’Unione sposa: vediamo che non ha problemi a fare accordi con la destra polacca, non differente dai russi sulle politiche di genere e LGTBQI, ma nemica storica delle pretese imperiali del Cremlino, che sono contrarie alle loro. Per non parlare dell’attivista per i diritti umani Recep Tayyip Erdoğan e dei suoi alleati.

Nella prima parte del tuo libro fornisce alcune chiavi di lettura delle origini della guerra russo-ucraina nel contesto post-sovietico e analizzi i discorsi che normalizzano le dinamiche militari e civili della guerra. Quali sono questi discorsi?

Da parte degli emissari russi e bielorussi, così come nei discorsi rosso-bruni che sono sorti durante la pandemia, e di quello che nel libro chiamo neostalinismo zombie, l’invasione russa è vista come inevitabile a causa della crescente aggressività della NATO a partire dal 2004, sulla scia della rivoluzione arancione ucraina e delle risposte alle richieste georgiane dal 2003.

Per loro, il discorso di Vladimir Putin alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2007 è la prova che il regime russo ha sempre avuto intenzioni pacifiche e che aveva avvertito con largo anticipo di ciò che sarebbe potuto accadere se non si fosse fermata l’espansione della NATO e non si fosse raggiunto un nuovo accordo vincolante di sicurezza reciproca che richiedesse la neutralità dei Paesi confinanti con la Russia. In questi discorsi, tutto è un piano degli Stati Uniti per porre fine alla scarsa autonomia diplomatica e persino economica dell’UE e per eliminare un serio contendente sullo scacchiere geopolitico globale, aprendo la strada a un confronto strategico con la Cina.

Ma in questo campo ci sono delle sfumature: l’appoggio un po’ allucinante di Evo Morales a Putin, considerandolo un leader antimperialista, risponde a una forma classica di realpolitik e non è la stessa cosa della posizioni rosso-brune in atto (in altre parole, un fascismo “di sinistra”), in cui gli istinti e gli affetti più rancorosi, reazionari, razzisti e patriarcali, residui dello stalinismo tra vecchie e giovani generazioni, stanno precipitando e convergendo con le posizioni nazional-rivoluzionarie e neocomunitarie di un Benoist, di un Fusaro, di un Dugin o, recentemente, di un José Mari Esparza.

In questo campo viene rivendicata una missione civilizzatrice opposta e simmetrica rispetto ai valori rivendicati dall’UE e dagli USA: vengono difesi la nazione, la tradizione, la classe operaia bianca e le sue radici linguistiche e culturali, la famiglia patriarcale, il genere e la sessualità. Le migrazioni sono intese come una manipolazione di massa tramata dalle “élite globaliste” (sic) per distruggere la nazione e la classe operaia nazionale (immaginaria). C’è una convergenza inquietante tra l’anticomunismo sottilmente mascherato di Putin e dei suoi oligarchi e siloviki e lo stalinismo poliziesco, militarista, patriarcale e paranoico del sedicente “campo antimperialista”.

Per quanto riguarda i discorsi di quello che il Cremlino chiama “l’Occidente collettivo”, abbiamo, come ho detto, la versione opposta e simmetrica di quanto sopra. Come scrisse Bill Clinton su “The Atlantic” poco dopo l’invasione: «Abbiamo fatto del nostro meglio per portare la Russia nel campo delle nazioni democratiche, ma il tentativo si è rivelato impossibile. La NATO è un’organizzazione militare che difende le democrazie liberali in Europa e solo una potenza totalitaria può opporsi alla sua espansione». La Germania, la Francia e l’OSCE hanno fatto del loro meglio per sedare le ambizioni espansionistiche della Russia con gli accordi di Minsk, ma prima ci avevano già provato Sarkozy e Merkel.

La lunga storia della Ostpolitik tedesca è finita: dalla diplomazia commerciale siamo passati a un’idea di superiorità morale civile e di riarmo, i cui pericoli sono stati segnalati dal certo non radicale Jürgen Habermas. Bisogna vedere i legami tra i discorsi spietati di Ursula von der Leyen (“«Gli ucraini sono pronti a morire per il sogno europeo”) e il discorso su “il giardino e la giungla» del sempre più disinibito Borrell [che ha paragonato il mondo non-europeo a una giungla che minaccia il giardino della civiltà europea], che sembra un personaggio del Dottor Stranamore di Kubrick.

In Europa la guerra serve a costruire un blocco di potere condiviso tra le due facce del neoliberismo e dell’eurocentrismo neocoloniale: il Partito Popolare Europeo e l’estrema destra atlantica, come Meloni o Vox, da un lato, e le socialdemocrazie tradizionali e verdi, dall’altro, contro ogni movimento di liberazione socialista, comunista e anticoloniale e, presumibilmente, contro l’estrema destra filorussa.

Ottima idea: la storia ci insegna che in guerra vincono sempre gli estremi autoritari e dittatoriali, e che il rapporto tra neoliberismo, colonialismo e fascismo è intimo e sempre più evidente: alla fine i fascismi sono la migliore “soluzione provvisoria” per le classi proprietarie.

Immagine da Katakrak

Sostieni che il riferimento storico più importante per capire questa guerra e l’attualità del mondo presente è la Prima Guerra Mondiale, non la Seconda. Cosa intendi?

L’uso di analogie comporta sempre problemi e fraintendimenti, e deve essere gestito con attenzione. Per cominciare, è bene ricordare che le due parti in guerra si accusano reciprocamente di essere naziste e totalitarie. Putin sarebbe una riproduzione di Hitler, mentre Zelensky sarebbe a capo di un regime nazista e bandito, usato come ariete contro la Russia dalle élite degenerate e “globaliste”, senza suolo, patria, cultura o comunità, guidate dall’amministrazione Biden.

Questo ricorso narrativo e propagandistico alle figure della Seconda guerra mondiale nasconde caratteristiche che, se guardiamo alla Prima guerra mondiale, ci risultano invece più chiare: un conflitto tra blocchi imperialisti che ruotano intorno a uno Stato cardine, a sua volta lacerato da una guerra civile d’indipendenza, sullo sfondo di un’egemonia che comincia a declinare, quella britannica, e di un impero semiperiferico che lotta per entrare nel centro del sistema mondiale, quello russo.

Ci sono altri aspetti della Prima guerra mondiale che aiutano a capire questo: l’arroganza morale con cui entrambe le parti spacciano la guerra come una crociata civilizzatrice e, allo stesso tempo, l’incoscienza o, come ha scritto Christopher Clark a proposito della Prima guerra mondiale, il “sonnambulismo” con cui si promuove il militarismo e si cerca una vittoria incondizionata in un conflitto che è già l’inizio di una conflagrazione globale in cui si impugnano armi termonucleari.

Un altro aspetto che ha profonde risonanze con quel periodo di fanatismo nazionale e di “sacra alleanza” del luglio 1914 sta nella criminalizzazione del pacifismo, che viene ridotto a una maschera della parte avversa per infondere disfattismo tra i nemici.

Ciò che certamente non funziona nel riferimento alla Seconda guerra mondiale è l’analogia che presenta la guerra in Ucraina come una lotta tra democrazia e fascismo e/o autoritarismo: temo che il fascismo sia equamente diviso tra i due blocchi.

Descrivi anche una correlazione tra il regime di guerra e i nuovi fascismi: potresti spiegarlo?

Non solo una correlazione, ma anche una certa causalità, almeno nel senso in cui il regime di guerra moltiplica e accelera i neo-fascismi. Questa è una delle premesse del libro e uno dei motivi della sua urgenza: nella Prima Guerra Mondiale abbiamo assistito per la prima volta ai fenomeni di mobilitazione generale, di conversione delle popolazioni e dell’economia in un’immensa macchina bellica militare e sociale. La guerra di trincea, le armi chimiche, l’uso dei carri armati, la pioggia di granate e le “tempeste d’acciaio” di Jünger determinano una fusione di forti energie tra le varie correnti della cultura politica e della soggettività europea conservatrice, coloniale, patriarcale e militarista.

L'”esperienza” traumatica della guerra e le conseguenze della sconfitta (nel caso tedesco e austro-ungarico) o della “vittoria mutilata” nel caso italiano, catalizzano le passioni mortifere e le narrazioni di quella che è stata definita la “rivoluzione conservatrice”, da cui nascono poi le varianti fasciste. Qui c’è un’intima relazione tra la guerra, le moderne macchine da guerra e i loro effetti sui corpi e sulla soggettività.

Nelle macchine da guerra, sia militari che sociali, c’è sempre il pericolo della guerra come un assoluto dell’esistenza umana: qualcosa che Deleuze e Guattari hanno chiamato passione del “buco nero” o “linea di abolizione”, dove il provocare o subire la morte, l’anticipazione e la volontà di una catastrofe, sono una sorta di radice etica e metafisica, una fonte di valori.

Se pensiamo alla guerra di oggi, che si dice essere ibrida, non lineare, senza restrizioni, militare, sociale e anche “informativa”, l’istituzione di regimi di guerra crea una sorta di ecotopo espansivo in cui prosperano i fascismi legati alle macchine da guerra militari, sociali e mediatiche. Solo per questo motivo, fermare questa guerra è un imperativo assoluto, contro ogni campismo e la propaganda di entrambi i blocchi. Il paradosso è che, in nome della lotta al totalitarismo o al fascismo, si creano le migliori condizioni politiche, sociali e mediatiche per il fiorire di nuovi fascismi, se possibile peggiori di quelli storici.

Tu rivendichi il pacifismo come motore di quello che dovrebbe essere un grande movimento sociale e politico europeo. Sembra che in Europa siamo ancora lontani dal vedere mobilitazioni contro la guerra come quelle del 2003. Possiamo aspettarci che la situazione cambi nei prossimi mesi?

C’è qualcosa di molto inquietante e spaventoso nella passività delle maggioranze sociali di fronte all’escalation guerrafondaia prima e dopo l’invasione russa, così come nell’entusiasmo bellico del centro-sinistra “progressista” europeo e americano: la loro furia, la loro arroganza morale e la loro sfrenata propaganda bellicista in un nome di crociata civilizzatrice. Le cause di entrambi i fenomeni non sono ancora state studiate a sufficienza. Nel Regno di Spagna, il movimento per la pace è stato un terreno fondamentale di ricomposizione ed espansione della sinistra sociale e, quindi, anche politica.

Dal movimento contro l’adesione alla NATO nella prima metà degli anni ’80 fino al referendum del 1986 emerse, tra l’altro, Izquierda Unida, ma soprattutto un grande ricambio generazionale dei movimenti sociali che avrebbero poi intrapreso la campagna per il rifiuto del servizio militare dal 1989 in poi. Non possiamo immaginare il governo Zapatero, né il successivo 15M, senza la trasformazione etica di ampie maggioranze che il movimento contro la guerra in Iraq ha portato. Perché non ora, proprio nel Regno di Spagna?

Indico alcune ragioni che non possono essere lette isolatamente, ma nella loro combinazione operativa: il carattere molto brutale e mediatizzato dell’invasione russa; l’eccellente macchina di propaganda ucraino-statunitense e le sue estensioni nei social network; il fatto che la sinistra sia al governo e l’ambiguità delle forze del gruppo confederale al Congresso [si intende il gruppo parlamentare costituita da Unidas Podemos, En Comú Podeme e Galicia en Común, ndt], tranne Podemos, riguardo alla guerra e alla militarizzazione nell’UE, che distribuisce in modo condizionato i fondi che impediscono il collasso sociale.

Tuttavia, vedo due chiavi di lettura decisive. Da un lato, l’invasione russa ha spezzato la spina dorsale della sinistra europea, dividendola e accelerando la trasformazione militarista sia delle parti atlantiste che di quelle filorusse. Dall’altro, questa vulnerabilità non può essere compresa senza tenere conto della profonda depressione e dello sconvolgimento che la gestione capitalistica della pandemia ha generato sulla psiche globale e sulla percezione del valore della vita: le forti spinte psichiche della frustrazione, della vendetta e della paranoia ma anche le spinte alla riattivazione dei corpi e delle interdipendenze materiali e affettive che appartengono all’esperienza corporea. Le forze della riabilitazione del corpo, dei valori della cooperazione e dell’amore per i beni comuni sono forze contro l’assolutismo del profitto, del potere e della proprietà capitalistica.

Lo sfondo di questa guerra globale è naturalmente quello del capitalismo globalizzato con i suoi centri di potere, che si confronta con i limiti e la resilienza del pianeta Terra e della sua biosfera, e che intanto si prepara ad applicare politiche di austerity sulla classe lavoratrice, portando a condizioni di vita insopportabili per la maggior parte degli esseri umani.

In questo contesto, la guerra viene presentata come una soluzione alle contraddizioni, come una “guerra ordinatrice” interna ed esterna. La resistenza alla guerra è inevitabile e credo che la vedremo crescere sempre di più nei prossimi mesi. Ma questo non significa necessariamente che la resistenza possa diventare offensiva. L’esperienza storica dimostra che il pacifismo senza conflitto ha sempre perso la partita. Per questo propongo quella che chiamo una “pace costituente”: il collegamento della resistenza, della disobbedienza, della diserzione e del sabotaggio della guerra con le lotte operaie, femministe, LGTBIQ, anticoloniali, antifasciste, ecologiste, lotte nel campo della sanità e della formazione, in una serie di movimenti molteplici ma convergenti, in un processo di rivolta sociale che, come in Cile, potrà determinare nel Regno di Spagna, nell’Unione Europea e, auspicabilmente, in Russia, nuove forme di potere popolare.

Nel caso spagnolo, si tratterebbe di una democrazia emancipatrice e antifascista, in cui si connetta la lotta contro la guerra, l’austerità, la concentrazione capitalistica della ricchezza e l’autoritarismo alla lotta per una repubblica confederale, che è ciò che il 15M ci ha permesso di pensare come qualcosa di nuovo, fattibile e non nostalgico, e che le forze sociali e la sinistra politica non sono poi state in grado di realizzare.

Intervista apparsa originariamente su Ctxt il 29/10/200

Traduzione per DinamoPress di Andrea Moresco

Immagine di copertina La Guerre – Otto Dix