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MONDO

L’estate più calda di sempre e il futuro che verrà

L’estate più calda da quando si registrano le temperature impone riflessioni e analisi condivise. Gli scenari catastrofici sembrano sempre più avvicinarsi alla realtà mentre la politica è colpevole e continua la propria dipendenza dalle fonti fossili. Attivare battaglie ecosociali rimane l’unica opzione possibile

Anche se appena conclusa, possiamo già affermare con un certo grado di sicurezza che l’estate del 2026 è stata la più calda da quando si registrano le temperature, di sicuro in Italia, molto probabilmente in Europa e forse nel mondo.

Aldilà di quanto ci diranno i dati definitivi, che questa sia stata una stagione insopportabile è stato palpabile ed evidente. La percezione soggettiva che si è avuta è unanime, anche solo banalmente considerando quanto il tema è stato al centro della discussione, sia tra chi rimaneva in città che tra chi si rifugiava in luoghi dove teoricamente il clima avrebbe dovuto essere più sostenibile ma poi non lo era affatto – come i litorali o la montagna al di sotto dei 1000 metri. Vediamo però di capire da vicino quali sono i fenomeni più preoccupanti a cui abbiamo assistito.

Mediterraneo e Alpi

Anzitutto la temperatura delle acque del mare.  Il Mediterraneo quest’estate si è trasformato già ai primi di luglio in un brodo caldo fino a oltre 30 gradi, in cui era difficile trovare ristoro dalla temperatura insopportabile che era percepita a riva.

Un mare così caldo è un problema grave a ogni livello, la fauna ne soffre e vive delle mutazioni, la flora ne è duramente impattata, la poseidonia rischia di morire, l’ecosistema è stravolto. Si parla già di tropicalizzazione del bacino.

Il record di temperatura implicherà possibili episodi estremi durante l’autunno e la tempesta che ha travolto Cremona il 28 agosto è stata una loro anticipazione. 

Questo accade perché i mari hanno tempi di raffreddamento più lenti dell’aria e, quando le masse di aria fredda autunnale scenderanno da nord, incontreranno masse di aria umida proveniente da un Mediterraneo ancora caldo. Proprio in questo modo si generò il disastro a Valencia nel 2024, anno in cui la temperatura delle acque aveva battuto i record precedenti.  Nel 2026, ça va sans dire, la temperatura del mare ha battuto il record del 2024. 

Il Mediterraneo a luglio 2026, elaborazione satellitare, Copernicus

Un altro ecosistema estremamente impattato è quello delle montagne. I ghiacciai più imponenti delle Alpi sono tutti in grave sofferenza e la loro riduzione rispetto anche a solo qualche anno fa è visibile ad occhio nudo nelle foto a confronto. L’impatto della loro estinzione sulle falde acquifere sarà grave negli anni a venire.

Durante l’estate si è assistito pure a costanti crolli di roccia  in diverse zone dell’intero arco alpino. Questo fenomeno, secondo gli studi, è dovuto alla fusione del permafrost, ossia di quella parte di roccia e terreno, spesso sottostante ai ghiacciai in via di estinzione, che era tenuta insieme dalle temperature rigide presenti durante quasi tutto l’anno. 

Il permafrost sulle rocce montane agisce come una sorta di silicone naturale sulle fratture della roccia. Venendo meno, la montagna diventa più friabile e soggetta a crolli È possibile che sia stato lo stesso processo di fusione di permafrost nella roccia sottostante un ghiacciaio una delle cause principali che ha generato il disastro in Nepal del 26 agosto 2026.

Durante l’estate abbiamo anche assistito alla chiusura anticipata del rifugio più alto della Lombardia, sul gruppo del Bernina a oltre 3600 metri, per i continui crolli e voragini della montagna, così come abbiamo assistito attonite alle cascate di acqua in discesa dai 4500 metri della parete nord del Cervino, un tempo famosa per essere gelida. Anche le abitudini umane hanno dovuto adattarsi: per la prima volta nella storia, ad agosto non vi era più nessun ghiacciaio dove si potesse sciare in tutta la catena alpina. Chissà se servirà da monito contro il turismo predatorio e vorace che negli ultimi anni si riversa in montagna a causa dell’aumento delle temperature.

Ghiacciaio Ciarforon 1981 e 2026 a confronto, Foto di Enzo Rettori dalla pagina FB Storie Minerali

Un’Europa rovente

L’estate trascorsa è stata da incubo anche nel resto d’Europa. Il peso del radicale cambiamento del clima è stato maggiormente percepito soprattutto in paesi del centro-nord, come Gran Bretagna, Francia e Germania, dove non vi sono misure di adattamento quali quelle del centro-sud del continente – aria condizionata, soffitti alti, sistemi di irrigazione, ma a volte anche semplici abitudini quotidiane per gestire il caldo.

I danni all’agricoltura sono stati gravi mentre sono state significative le stime di morti correlate all’aumento della temperatura. Le foto degli incendi straordinari in Francia e delle campagne inglesi completamente ingiallite rimarranno nella memoria collettiva.

Il clima non solo sta cambiando, ma sta cambiando più velocemente di quanto fosse previsto. In un recente articolo di “The Economist”, ripreso da “Internazionale”, si fa notare che sempre più ci troviamo di fronte a fenomeni complessi in cui la dinamica dei fattori che determinano un clima (circolazione atmosferica, correnti, umidità) è stravolta al pari della termodinamica, ossia dell’aumento delle temperature. Il problema è che ︽è difficile ottenere dai modelli dei dati che confermino queste osservazioni: a differenza dell’aspetto termodinamico, la dinamica del cambiamento climatico è estremamente complessa e non lineare, e può essere affrontata quantitativamente solo usando modelli climatici più avanzati. Per questo, continua l’articolo, che la temperatura sarebbe aumentata nell’estate 2026 si sapeva, mentre invece che un anticiclone si piazzasse al centro dell’Europa per quasi tutta l’estate alzando ulteriormente le temperature e riducendo in modo preoccupante le precipitazioni non era stato previsto. Se questo non sarà stato un evento eccezionale ma invece reiterato, avremo un problema serio.

A queste considerazioni va infine aggiunto che possono avvenire ulteriori fenomeni che non siamo in grado di controllare e prevedere che pure accelerano il processo, come la diminuzione della capacità della Terra di rifrangere la luce solare (albedo) anche a causa dello scioglimento delle calotte polari e di nuove leggi sui combustibili marittimi, di cui già avevamo parlato su Dinamo.

Elaborazione Copernicus,

El Niño, ovvero il peggio deve ancora venire.

A partire da settembre 2026 inizieranno a farsi sentire le conseguenze del fenomeno meteorologico di El Niño. Questo fenomeno consiste in un surriscaldamento ciclico (ogni 10/15 anni) delle acque superficiali del Pacifico centro-meridionale, nel periodo ottobre-dicembre. Si tratta di un fenomeno naturale che ha sempre implicato eventi estremi a suo corollario non solo nel Pacifico ma in tutto il pianeta, oltre che un aumento della temperatura media globale.

Il legame tra El Niño e il cambiamento climatico non è stato ancora compreso a fondo ma per quello che si è inteso finora la crisi climatica aumenta la durata ma soprattutto l’intensità e la frequenza dell’evento in sé. L’intensità del Niño dipende da quanto si innalza la temperatura delle acque del Pacifico, perché tutto il resto accade come una sorta di effetto domino. Quest’anno si parla di un El Niño eccezionale, un super Niño in termini di potenza, perché l’innalzamento della temperatura delle acque è stato finora straordinario, di quasi 3 gradi. Nel 2015, l’ultima volta che ci fu un super Niño, l’aumento fu di 2 gradi.

El Niño potrebbe già aver determinato le prime conseguenze in termini di incendi in Indonesia e indebolimento delle piogge monsoniche in India. Vedremo però gli effetti veri da fine settembre fino a febbraio inoltrato.

C’è chi stima che l’impatto del Niño sarà così forte da far “assaggiare” alla Terra quello che sarà la situazione globale tra una decade, nel 2037 – una sorta di anticipazione del futuro che ci attende – visto che la temperatura media del pianeta sta aumentando di quasi mezzo grado ogni dieci anni e che El Niño determinerà un aumento simile della temperatura nel corso del 2027.

Anomalie termiche nel Pacifico che determinano il fenomeno de El Nino

La politica italiana

In questo scenario che è difficile non definire apocalittico, l’IPCC ha dichiarato che l’obiettivo di contenere il riscaldamento climatico entro gli 1,5 C – obiettivo definito a Parigi nel 2015 – è stato mancato, perché nei prossimi anni la temperatura sta già consolidandosi oltre quella soglia, mentre gli obiettivi di riduzione drastica della emissione di gas climalteranti nell’atmosfera rimangono sulla carta. Nonostante l’energia rinnovabile sia in aumento ovunque nel mondo, continuano infatti ad aumentare anche le emissioni di CO2 e di metano, poiché i bisogni energetici mondiali aumentano, soprattutto in considerazione della crescita esponenziale di energia dovuta ai data center per l’intelligenza artificiale che aumentano ovunque, anche in Italia.

Inadeguatezza, colpa e dolo, queste le parole per fare sintesi del ruolo della politica in questa situazione di disastro climatico.  Ci sono casi estremi come l’Italia dove non viene mai menzionata la crisi dell’ecosistema in cui viviamo o viene sbeffeggiata in modo indegno dalla seconda carica dello Stato.

Recentemente Meloni e Pichetto Fratin hanno persino deciso di aumentare l’estrazione di combustibili fossili. L’opposizione che avrebbe materiale sterminato per attaccare il governo su questo fronte è per lo più silente o borbotta qualcosa senza troppa convinzione, forse per non infastidire Renzi, da sempre sostenitore dell’economia fossile.

Rispetto poi agli enti locali, nessuna delle grandi città italiane – tutte a guida centrosinistra – sta facendo quello che è il provvedimento più importante per sopravvivere al clima, ossia depavimentare, fermare l’espansione del cemento e tutelare ogni area verde. Rispetto all’inadeguatezza della capitale abbiamo già scritto, ma anche in altre città non si va oltre l’aria condizionata – come se fosse la soluzione – cinema aperti, alberelli per le strade e poco più.

La politica internazionale

In altri paesi invece il tema è al centro della discussione, anche se in modo parziale e spesso distorto. Il Regno Unito è un esempio in tal senso visto che a gennaio è stato distribuito un rapporto condotto dall’Intelligence che menziona tutti i rischi a cui saremo sottoposte nel breve periodo. Questo rapporto però è stato editato in modo da non generare eccessiva preoccupazione tra la popolazione, come hanno denunciato gruppi ecologisti che ne chiedono la pubblicazione integrale. Sempre nel Regno Unito il governo ha preallertato rispetto all’imminente arrivo di El Niño consigliando addirittura di fare provviste in casa.  

Anche in Francia e Germania si è parlato a lungo di clima, ma non si intravedono provvedimenti significativi. Sui due paesi – le maggiori economie del continente – incombono i piani di riarmo e l’abbandono del Green Deal europeo voluto da Bruxelles, che sono incompatibili con seri (e costosi) investimenti dal punto di vista della tutela del clima. 

Rispetto alle altre nazioni più inquinanti è inutile menzionare gli Stati Uniti, ma – ad esempio – anche il governo liberale di Carney in Canada è salito al potere promettendo di annullare la carbon tax che aveva fatto approvare il premier precedente, Trudeau, per disincentivare il consumo da fossile, ed è stata abolita come primo provvedimento del suo esecutivo.

Il Sud globale vorrebbe invece farsi sentire.  Quanto accaduto in Nepal è l’ennesima conferma del fatto che sono proprio le nazioni del Global South le prime a subire danni catastrofici per i processi di cambiamento climatico, pur contribuendo in minima parte alle cause della crisi,  ma sono voci non ascoltate. Il Nepal ha di recente chiesto a Cina, India e Stati Uniti un risarcimento per quanto accaduto il 26 agosto. 

Anche El Niño – per ragioni geografiche – avrà un impatto molto più drammatico nel Sud Globale, soprattutto in America Latina e nel Sud Est Asiatico.

Anomalie termiche globali dell’agosto 2026, elaborazione Copernicus

Il futuro che ci attende

Come ha detto Greta Thunberg in un reel di commento ai dati dell’IPCC, la situazione è così grave ed estrema che dovremmo stare in strada a protestare per fare il possibile per uscire da questa situazione che rende il film Don’t Look Up sempre più realistico e sempre meno parodia.

Non è facile capire cosa renda così difficile una ondata di reazione collettiva.

Forse siamo ancora immerse in quella spirale di silenzio che veniva rivelata in un sondaggio di qualche anno fa, per cui la preoccupazione aumenta, ma non diventa connettore di lotte condivise e soprattutto lotte che siano di massa.

Il 15 ottobre Fridays For Future ha convocato un Global Strike for Climate nel tentativo di riattivare il movimento. Anche se anno dopo anno tutto appare sempre più in salita, agire dal basso per imporre un cambiamento rapido rimane in ogni caso l’unica prospettiva cercando di puntare sulle molteplici connessioni tra la crisi ecologica e quella sociale e costruendo convergenza. Le alternative, sempre più diffuse e pericolose, sono ignorare la realtà o lasciarsi andare a quello che è stato definito il climate doomerism, cioè accettare con fatalismo il fatto che non c’è più speranza per il futuro della vita della specie umana sul pianeta.

Foto di copertina, ghiacciai in fusione nella zona di Zermatt (Svizzera), foto Ilia Bronskiy, foto da Unplash.com