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ITALIA

Le montagne non ricrescono. Fermiamo l’estrattivismo nelle Apuane e ovunque

Il destino delle Alpi Apuane sembrerebbe segnato, condannato dalle politiche estrattiviste a diventare nient’altro che un distretto minerario. Per farsi un’idea, basti pensare che negli ultimi venti anni si è estratto più che nei duemila anni precedenti. Ma non si tratta una faccenda locale, non solo. Si tratta di una delle questioni cruciali del nostro tempo. Il 16 e il 17 dicembre 2023 si terranno due giornate di iniziative (un convegno, un corteo, una serie di workshop e tavoli tematici), promosse da diversi gruppi, comitati, associazioni, locali e nazionali. In questo articolo il collettivo athamanta – tra i promotori dell’iniziativa – racconta come siamo arrivatə sin qui e cosa sta succedendo nelle Alpi Apuane

È il 23 aprile 2023: escursione di “A•traverso” – progetto di escursioni collettive nei territori devastati. Percorriamo il sentiero CAI 31 fino al Picco di Falcovaia, uno dei simboli della devastazione in Apuane. Una vetta capitozzata, tagliata, e venduta sul mercato del marmo alcuni decenni fa. Qualche giorno prima dell’escursione, riceviamo intimidazioni da parte di Henraux tramite comunicazioni ufficiali. L’azienda di estrazione e lavorazione del marmo, che opera sul monte Altissimo, ci diffida dal sostare in aree estrattive senza autorizzazione e dal violare la loro “proprietà privata”. Nonostante le intimidazioni, decidiamo comunque di intraprendere l’escursione.

Già dal punto di incontro al mattino veniamo seguiti dalle forze dell’ordine e dal personale dell’azienda in tutti i tratti percorribili con i fuoristrada. La camminata si trasforma ben presto in un’esperienza surreale, con la presenza delle forze dell’ordine nel paesaggio lunare che circonda il sentiero. Nonostante l’intimidazione, procediamo, appendendo uno striscione con la scritta «le industrie parlano di proprietà, le montagne sono della collettività» all’accesso illegittimamente sbarrato del sentiero. La situazione si complica ulteriormente quando ci rendiamo conto che il sentiero per il Picco di Falcovaia è bloccato da dei blocchi di marmo e da un fuoristrada della polizia.

Questa situazione paradossale è solo un esempio delle sfide quotidiane affrontate in Apuane e in molti territori montani, dove si combatte contro la privatizzazione delle montagne a favore delle proprietà collettive. Da questa esperienza nasce l’Assemblea di Accesso alla Montagna, con l’obiettivo di affrontare e contrastare l’escalation repressiva subita durante le escursioni e di difendere il diritto di accesso ai territori montani.

A metà settembre 2023 decidiamo di annunciare una nuova escursione di “A•traverso”, tracciando un percorso che assume un significato simbolico e strategico, poiché attraversa il martoriato sentiero 174, situato nelle cave del Monte Borla in concessione alla ditta Walton. Per anni l’espansione delle cave ha “mangiato” parte del sentiero, trasformandolo in una strada di cava, nonostante questo risultasse ufficialmente aperto e accessibile. Tuttavia, negli ultimi mesi, la Walton ha intensificato la pressione per la chiusura del sentiero 174 per ragioni di sicurezza. Contemporaneamente, l’annuncio di autorizzazioni per l’espansione dell’estrazione nella zona ha portato a un aumento dei mezzi pesanti e a un ulteriore peggioramento dell’impatto ambientale. La situazione risulta ancora più paradossale dal momento che il sentiero 174 e le cave Walton, si trovano all’interno del Parco Regionale delle Alpi Apuane, in una zona di protezione speciale B. Le cave, a dispetto di questa designazione, sono ammesse nel parco, un fatto che rivela la collusione tra l’industria estrattiva e la politica.

La comunità di escursioniste e appassionati di montagna si mobilitano quando emerge la minaccia di chiusura del sentiero 174. Nel CAI locale, si sviluppa un dibattito intenso sul da farsi. In risposta a questo contesto, programmiamo un’ escursione per il 1 ottobre 2023. Tuttavia, la sera del 29 settembre, sfruttando l’ultimo momento utile, il sindaco di Fivizzano emana un’ordinanza di chiusura immediata del sentiero 174 per motivi di sicurezza, ignorando persino la discussione pubblica sulla possibile variante al sentiero. La mattina del 1 ottobre, decine di persone rispondono all’appello e si radunano per partecipare all’escursione. Ci troviamo di nuovo di fronte a una sbarra chiusa e a due veicoli delle forze dell’ordine, pronti a presidiare la cava. Con determinazione, procediamo oltre la sbarra su ciò che, fino a 36 ore prima, era un sentiero, ora improvvisamente trasformato in una strada di cava accessibile solo agli addetti ai lavori. La pubblica indignazione si manifesta nuovamente, la stampa dà risalto alla notizia, le associazioni locali esprimono solidarietà e rabbia, mentre il sindaco, di fronte alle domande dei giornalisti, si rifugia dietro questioni di pubblica sicurezza. Nel frattempo, la ditta Walton rimane in silenzio.

Questi spaccati raccontano la realtà di un territorio prostrato all’estrattivismo*, in una forma che riteniamo emblematica di questo modello di saccheggio dei territori. Mentre nel resto d’Italia le miniere e le cave venivano gradualmente abbandonate per ragioni ambientali, sociali e di mercato, in Apuane il settore estrattivo ha continuato a prosperare, trainato dal prestigioso brand del marmo bianco di Carrara. Tre fattori fondamentali hanno contribuito in modo significativo al boom del settore: lo sviluppo tecnologico, la globalizzazione della domanda di marmo nel mercato del lusso e l’industria del carbonato di calcio.


Durante la prima rivoluzione industriale, l’estrazione di marmo ha avuto una prima impennata, ma è stato il successivo sviluppo tecnologico a permettere un’enorme espansione della capacità estrattiva. Le nuove tecnologie hanno ridotto drasticamente la necessità di manodopera umana, portando a un radicale miglioramento delle condizioni di lavoro. Negli ultimi vent’anni si è estratto di più che nei duemila anni precedenti e negli ultimi quattro anni l’escavato è aumentato del 30% parallelamente alla perdita di duecento posti di lavoro in cava. Dai circa ventimila cavatori di inizio ’900 oggi se ne contano circa seicento.

La crescente domanda internazionale di marmo nel mercato del lusso ha creato una costante richiesta da parte dei grandi acquirenti, garantendo margini di profitto stellari al settore estrattivo apuano. Contemporaneamente l’emergere dell’industria del carbonato di calcio ha rappresentato un punto di svolta nella gestione degli scarti estrattivi. Trasformando gli scarti in risorse commercializzabili, questa industria ha contribuito a trasformare le Apuane da un tradizionale distretto lapideo a un attivo distretto minerario. Questa fase espansiva ha avuto profonde conseguenze sulla produzione di marmo, tradizionalmente caratterizzata dalla sua destinazione come prodotto di lusso. Le Alpi Apuane, composte principalmente da marmo bianco, sono diventate fonte di materia prima per il carbonato di calcio purissimo. Questo cambio di prospettiva è emerso negli anni ’80 con l’avvento dell’“economia circolare” e l’inizio delle attività di Omya in Italia, che ha acquisito lo stabilimento di Avenza nel 1988.

L’ampia diffusione del materiale estratto, utilizzato non solo per opere di lusso, ma anche in prodotti di uso quotidiano come dentifrici, prodotti per l’edilizia, sbiancanti creme e generi alimentari, ha comportato una significativa riduzione dei costi di estrazione. Questo processo di recupero dei detriti ha generato un nuovo e redditizio mercato, portando alla riapertura di cave inattive da decenni.

Nel 2020, il regolamento comunale di Carrara ha addirittura normato la quantità di detrito/scarto che ogni cava può produrre, riconoscendo come detrito medio concesso a tutti l’80%, con la possibilità, in alcuni casi, di poter estrarre anche solo il 10% in blocchi, e produrre fino al 90% di detrito. Parallelamente a queste trasformazioni, la provincia di Massa Carrara ha sperimentato un aumento del tasso di disoccupazione giovanile, e un declino nei servizi e nelle offerte culturali.

In questo scenario complesso, precario, e frammentato, si è sviluppata una narrativa mainstream che associa strettamente Carrara al marmo. La paura e il ricatto affliggono una popolazione spesso confinata nel precariato e nel lavoro stagionale sottopagato. Analizzare le mitologie che permeano la regione diventa cruciale, evidenziando la natura predatoria ed estrattivista attuata dal comparto del lapideo apuo-versiliese negli ultimi 30-40 anni. La privatizzazione e concentrazione dei profitti da un lato e la socializzazione dei costi ambientali, sociali ed economici dall’altro, sono diventati tratti distintivi di un’economia locale che, dopo essere stata profondamente dipendente dall’estrazione e dalla lavorazione del marmo, ha subìto un cambiamento radicale con la globalizzazione della filiera.

Allo stesso tempo la socializzazione dei costi estrattivi si è espressa in svariate alluvioni causate anche dal dissesto idrogeologico derivante dalle cave, dall’indebitamento da record dei comuni che si sono fatti carico di opere a uso esclusivo dell’industria, dal conseguente venir meno della spesa pubblica nei servizi alla cittadinanza, e da un sempre più ingente danno ambientale che pesa soprattutto sul reticolo idrico apuano, tra i più importanti d’Italia.

L’estrattivismo non è però un problema che riguarda solo le Alpi Apuane, quanto piuttosto di una delle questioni cruciali del nostro tempo. La domanda delle cosiddette MPC (Materie Prime Critiche) e il loro valore finanziario sono in costante crescita: le previsioni di crescita si moltiplicano e gareggiano al rialzo, si stima però che da qui al 2030 la domanda di materie prime dovrebbe nel complesso aumentare di sei-sette volte. Stiamo parlando di una crescita epocale che cambierà inevitabilmente tanto i mercati quanto i territori. Questa crescita nella domanda viene generalmente associata alla transizione ecologica, le cui infrastrutture e tecnologie presentano un fabbisogno di MPC esponenzialmente maggiore rispetto alle corrispettive basate sul fossile. Il quadro intero però è ben più complesso e non riguarda solo pannelli fotovoltaici, auto elettriche o pale eoliche.

Stiamo assistendo alla trasformazione della società secondo le linee dell’informatizzazione della vita: internet of things, smart cities, agricoltura e industria 4.0; l’elenco potrebbe andare avanti a lungo. Il principio alla base di questi concetti è comune: informatizzare i vari settori della produzione e della riproduzione attraverso l’uso di sensori, di interconnessione in rete e di intelligenze artificiali con l’obiettivo di automatizzare ed efficientare (massimizzazione del profitto) i vari comparti. La caratteristica comune a tutte queste tecnologie è proprio l’alto tasso di MPC che richiedono.

Se dunque, da un lato, nessuna persona dotata di senno negherebbe la necessità di abbandonare i combustibili fossili, dall’altro emerge l’impossibilità di una semplice transizione all’elettrico a parità di consumi e di modello di crescita infinita imposto dal capitalismo estrattivista. Al di là di ogni valutazione etica o politica sui pro e i contro di questo processo, ciò che vorremmo evidenziare qui è la sua dimensione materiale: l’enorme fabbisogno di materie prime. Nel complesso la stima di un aumento di 6-7 volte nel totale delle estrazioni da qui al 2030 è la più citata e condivisa, nello specifico delle singole materie prime troviamo però dati ben più allarmanti. Secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nel 2030 l’Unione Europea avrà un fabbisogno di cobalto 5 volte superiore all’attuale, di litio 18 volte superiore e di neodimio, (già dal 2025) di 120 volte superiore. Questi sono solo alcuni esempi, le MPC sono molte e vivono tutte dinamiche simili.

A complicare questo scenario si aggiunge il contesto internazionale in trasformazione e in particolare il ruolo della Cina che nel tempo ha solidificato le sue basi estrattive, specialmente con l’investimento in terra africana. Oggi la Cina ha una posizione egemonica per quanto riguarda il controllo di moltissime MPC, in particolare per le cosiddette Terre Rare delle quali controlla percentuali oltre il 70%, che salgono tra 80% e 90% se si considerano i comparti della trasformazione e del recupero. Questo significa che l’Europa in particolare, ma il mondo intero in generale, risulta oggi soggetto alle scelte cinesi in un settore che è e sarà tra i più strategici per il prossimo futuro.

Tutti questi ragionamenti diversi e interconnessi, sono alla base del Regolamento europeo per le Risorse Critiche e Strategiche presentato a marzo scorso e attualmente in corso di approvazione a Bruxelles. In questo documento si indicano 36 materie prime critiche, di cui 16 considerate strategiche per il futuro europeo, per le quali si richiede: 1) di diversificare le fonti di approvvigionamento esterne all’Europa; 2) investire su riciclo e recupero; 3) investire per riattivare l’estrazione interna dei Paesi europei.

In Italia, a detta del ministro Urso, che ha recepito con gioia l’invito a tornare a estrarre all’interno dei confini europei, sono presenti 16 di queste materie prime critiche o strategiche. La maggior parte dei siti estrattivi sono però stati chiusi da più di trent’anni, per ragioni ambientali e di mercato e progettarne la riapertura non è semplice. Entro fine anno il governo dovrebbe presentare una mappatura aggiornata dei siti e una roadmap pluriennale che comprenda riaperture, nuovi permessi di ricerca e individuazione di soggetti privati in grado di fornire competenze e strumentazioni necessarie.

Quel che sappiamo finora, è che la mappatura attualmente disponibile ci indica con forza la centralità dei territori montani in questa nuova corsa alle MPC: la stragrande maggioranza dei siti indicati si trovano nell’arco alpino e lungo gli Appennini, con alcune importanti eccezioni per la Sardegna e la Toscana.

Il fragile ecosistema montano appare dunque, almeno per il nostro paese, al centro di questa trasformazione/devastazione epocale. Le montagne non sono però soltanto le nuove frontiere estrattive, esse sono prima di ogni altra cosa la frontiera complessa e multiforme della vita. Lottare per la loro difesa è lottare per la vita. Per la nostra come esseri umani ma soprattutto per quella degli ecosistemi da cui dipendiamo e di cui siamo parte.

Potremmo spendere molte parole su questo punto ma pensiamo sia sufficiente fare riferimento alla più importante tra tutte le risorse: l’acqua. «Il consumo mondiale di acqua è quasi quadruplicato negli ultimi 100 anni e molte aree possono soddisfare la domanda d’acqua solo grazie all’afflusso acqueo derivante dalle regioni montane», afferma Daniel Viviroli del Dipartimento di Geografia presso l’Università di Zurigo.

Nel contesto italiano assumono grande importanza i ghiacciai alpini, dati per spacciati fino a qualche anno fa entro il 2100, previsione che ora pare spostarsi al 2050 visti gli scioglimenti record degli ultimi anni che hanno invalidato ogni modello. A questi si aggiungono le tante sorgenti montane che garantiscono acqua a milioni di persone nel nostro paese. L’estrattivismo è una minaccia concreta all’approvvigionamento idrico, sia per i consumi che richiede il suo funzionamento, sia per l’inquinamento delle acque che produce nella maggioranza dei casi. A questo dato cruciale si aggiunge l’impatto sugli habitat, la devastazione prodotta non solo dai siti estrattivi ma anche da tutto l’apparato logistico necessario al loro funzionamento. Come se non bastasse, le ricadute sociali ed economiche sono devastanti e andranno a incidere in territori già di per sé spopolati e vocati ormai al turismo di massa o al puro e semplice abbandono.

Dunque, che fare? Per non incorrere nell’errore di condannare l’estrazione tout court, consce che da tale attività dipendiamo in un modo o nell’altro da sempre, dovremmo concentrarci nel contrastare la sua aberrazione: l’estrattivismo. Per farlo, la domanda che oggi ci pare ancor più cruciale è sempre la stessa: chi decide? Chi decide cosa si estrae, a quale fine, in quali quantità, e per quali bisogni?

Sentiamo la necessità di conquistare spazi decisionali per la gestione delle risorse e delle materie prime: alla ricerca di un equilibrio estrattivo che garantisca la soddisfazione delle necessità essenziali per tuttə e che contrasti la speculazione estrattiva per consumi inutili e dannosi. Dobbiamo innanzi tutto disinnescare la retorica della necessità di materie prime per la “transizione green”: quante materie prime servono per la transizione energetica/ecologica e quante invece ne verrebbero usate per alimentare internet of things, smart cities, o banalmente armi?

E, soprattutto, la transizione non può essere transizione a parità di consumi crescenti. Su questo ormai gli studi sono chiari: non è possibile disaccoppiare (decoupling**) la crescita economica infinita dal disastro ecologico, climatico e sociale. Questo significa che non esiste soluzione meramente tecnologica alla crisi planetaria, che il modello della crescita infinita è incompatibile con la riproduzione della vita in un pianeta dalle risorse limitate.

Insomma, se vogliamo “salvarci”, qualsiasi cosa significhi, dobbiamo mettere in discussione una volta per tutte i sistemi di dominio planetario che ci sono stati presentati come unica possibilità: capitalismo, colonialismo, razzismo ed eteropatriarcato sono le facce di una sola crisi, quella planetaria, alla quale non esistono risposte interne.

Per maggiori informazioni: https://16dicembrecarrara.it

* Estrattivismo: sistema di governo del territorio che comprende dispositivi culturali, politici, economici e militari. Nelle Apuane questo modello comincia a manifestarsi negli anni ‘80 (fonte: Athamanta – radiondadurto.org “L’industria estrattiva sulle Apuane”).

** Decoupling: termine connesso al concetto di “crescita sostenibile”; in ambito ambientale si intende la scissione del collegamento tra crescita economica e danni/pressioni sull’ecosistema. In riferimento alla crisi climatica, si intende solitamente una situazione in cui si ha una crescita del PIL e una crescita minore (decoupling relativo) o addirittura una diminuzione (decoupling assoluto) delle emissioni di gas serra. è un concetto intrinsecamente vago, in quanto applicabile a parametri specifici (i.e. emissioni CO2) o, più raramente, ad ambiti più ampi (biodiversità, consumo di risorse e suolo ecc.). Il termine fu adottato per la prima volta come obiettivo dal OECD nel 2001, ed è stato incluso nella roadmap dell’EU nel 2011 (EU Roadmap to a Resource-Efficient Europe) [ndr].

Questo articolo è stato pubblicato in prima battuta su “Nunatak. Rivista di storie, culture, lotte della montagna”