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La ripetizione come spazio di gioco

Il libro di Marina Montanelli, “Il principio ripetizione. Studio su Walter Benjamin“, (Mimesis, Milano 2017) chiarisce come la ripetizione necessaria per costruire un mondo attraverso l’abitudine sia anche il meccanismo indispensabile a partire dal quale si può pensare la novità estetica, antropologica e politica

A pensarci bene, non c’è nulla di più importante della ripetizione. Anzitutto dal punto di vista etico: il mondo diventa abitabile, la vita vivibile, solo nella misura in cui acquistiamo delle abitudini. Alla radice dell’abitare, insegna l’etimologia, troviamo l’iterazione dell’avere (il latino habitare è frequentativo di habere). Eppure, basta poco perché quelle stesse abitudini grazie alle quali la nostra vita assume una forma, si trasformino in potenze maligne, in una prigione da cui sembra impossibile evadere: sempre gli stessi gesti, ogni giorno lo stesso tragitto in metrò, al lavoro l’eterno ritorno delle solite mansioni, weekend attesi con trepidazione che finiscono per assomigliarsi tristemente. Di qui quel legittimo desiderio di novità che sembra fare a pugni con la ripetizione. Ma la ricerca affannosa del nuovo non è forse uno dei tratti caratteristici della società capitalistica? Con l’avvento della borghesia, si legge nel primo capitolo del Manifesto del Partito comunista, «tutto ciò che è sacro viene sconsacrato», la tradizione viene liquidata per dare inizio al tempo nuovo: la modernità (in tedesco Neuzeit). Non sarebbe dunque azzardato definire la modernità come l’epoca dell’ossessione per il nuovo, dell’estenuante ricerca del nuovo, ripetuta e ribadita nei modi più diversi. Alla gloriosa stagione delle avanguardie del primo Novecento, con le loro sperimentazioni sempre più audaci, è subentrata però, nella seconda metà del secolo, una sorta di stanchezza, esemplarmente incarnata dai personaggi di Beckett. Alla proiezione verso l’avvenire si è sostituito un ripiegamento sul passato di sapore spesso nostalgico, su cui ha efficacemente richiamato l’attenzione Simon Reynolds nel suo bellissimo Retromania (2011). Verrebbe da pensare che sia lo stesso desiderio di novità a provocare frustrazione: se si cerca l’assolutamente nuovo, si rischia alla fine di rimanere delusi di fronte al parzialmente nuovo.

L’antidoto a questa frustrazione non consiste certo nell’accontentarsi di quel che c’è, nel predicare la saggia accettazione dei piccoli piaceri della vita, come ci invita a fare Philippe Delerm nel fortunatissimo La prima sorsata di birra (1997). Bisognerebbe piuttosto interrogarsi sul senso stesso del nuovo: siamo davvero sicuri che la novità implichi l’abbandono del già noto e che il tempo del nuovo sia necessariamente il futuro? Possiamo presupporre come ovvia la triviale contrapposizione tra il nuovo e il vecchio? Ha ragione il dizionario Treccani quando definisce il nuovo come «diverso, nell’essenza e nelle caratteristiche, nelle manifestazioni, negli effetti, da ciò che c’era o che si aveva prima»?

Indicazioni preziose per cominciare a rispondere a queste domande in maniera filosoficamente accorta si possono trovare nel libro di Marina Montanelli Il principio ripetizione. Studio su Walter Benjamin, che alla fine del 2017 è venuto ad arricchire l’ottima collana “Estetica / Mente / Linguaggi” diretta da Fabrizio Desideri per i tipi di Mimesis. Tra i tanti meriti del libro mi piace indicarne in prima battuta almeno tre. Per cominciare, Montanelli mette in chiaro che Benjamin è a tutti gli effetti, accanto a Freud, Lacan e Deleuze, uno dei più originali pensatori della ripetizione nell’ambito della filosofia contemporanea. Si tratta di una tesi che viene ad arricchire la già ampia e sfaccettata ricezione italiana (e non solo) del pensiero benjaminiano, aprendo una prospettiva inedita e molto promettente. In secondo luogo, Montanelli rende giustizia alla complessa stratificazione del pensiero benjaminiano, offrendoci una mappatura perspicua delle diverse angolature da cui Benjamin affronta il tema della ripetizione. Si tratta di tre “assi fondamentali”, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo del libro: il primo affondo privilegia la dimensione gnoseologico-ontologica e linguistica (con un approfondito esame degli scritti giovanili); il secondo asse (lo snodo decisivo) è quello antropologico-estetico, tutto incentrato sul tema, particolarmente caro a Benjamin, del gioco infantile; mentre il terzo, dedicato al grande progetto incompiuto sui passages di Parigi, ruota attorno alla storia, alla politica e alla rammemorazione. Infine, ulteriore pregio di quest’agile monografia è che Montanelli, a differenza di troppi esegeti del testo benjaminiano, fa interagire quest’ultimo in modo fecondo con altri autori, tra cui Huizinga, Fink, Benveniste, Fachinelli, Virno e Agamben, spezzando così l’incantesimo filologico a cui, come sapeva bene lo stesso Benjamin, non è facile resistere.

Perché dunque rivolgersi a Benjamin nel tentativo di ripensare il senso stesso del nuovo? Anzitutto perché Benjamin pensa il nuovo non contro il vecchio, bensì a partire dallaripetizione: come effetto della ripresa di ciò che già c’era. Nel saggio sul surrealismo del 1929, ad esempio, egli dice di quest’ultimo che «per primo si imbatté nelle energie rivoluzionarie che appaiono nelle cose “invecchiate”, nelle prime costruzioni in ferro, nelle prime fabbriche, nelle prime fotografie, negli oggetti che cominciano a scomparire, nei pianoforti a coda, negli abiti vecchi più di cinque anni, nei ritrovi mondani, quando cominciano a passare di moda». Benjamin non esita a parlare in proposito di una «scoperta stupefacente». Certo, a distanza di quasi un secolo dalla pubblicazione di Nadjadi Breton, il surrealismo è per noi ormai retaggio del passato: uno tra i capitoli certo più avvincenti della storia delle avanguardie novecentesche, ma pur sempre chiuso. E tuttavia, vale la pena ritornare su quella «scoperta stupefacente» per misurarne le implicazioni teoriche e pratiche, le virtualità ancora inespresse.

Affannati come siamo a rincorrere le ultime novità – le news, le mode, le tecnologie, le ultime tendenze e via dicendo –, raramente abbiamo il tempo e l’agio per ripensare al nostro passato prossimo. Se lo facessimo, se prestassimo maggiore attenzione alle cose appena invecchiate, ci scopriremmo probabilmente surrealisti: la scintilla del nuovo scoccherebbe inattesa, proprio mentre indugiamo sul vecchio. La mossa dei surrealisti, per molti aspetti affine a quella di Proust che si lascia guidare dal ricordo involontario, sabota il regolare funzionamento della macchina capitalistica, tutta protesa alla produzione di merci sempre nuove. Ma il “sempre-nuovo” della merce ricade fatalmente nell’eterno ritorno del “sempreuguale” (Immergleichen, neologismo caro all’ultimo Benjamin). Ben prima di Horkheimer-Adorno (Dialettica dell’illuminismo, 1947) e di Debord (La società dello spettacolo, 1967), Benjamin ha contribuito a smascherare il carattere mitico e fantasmagorico-spettacolare della modernità capitalistica. Dobbiamo quindi fare i conti con una ripetizione letteralmente cattiva, ovvero prigioniera di un’organizzazione sociale che ha la pretesa totalitaria di imporsi come migliore dei mondi possibili, addirittura come fine (in entrambi i sensi) della storia. Lungi dal ridursi a fase arcaica della storia umana, il mito per Benjamin ritorna attuale laddove si avanzi la pretesa di catturare il vivente in un ordine giuridico ed economico che vuole imporsi come totalità: una totalità che, come sottolinea Montanelli, «non ammette fuori da sé» (p. 26). La legge che regge ogni contesto mitico, sia arcaico che moderno, è quella dell’eterno ritorno del sempre-uguale simboleggiato dal cerchio.

Di qui la questione su cui Benjamin non ha mai smesso di arrovellarsi: come è possibile spezzare il cerchio magico del mondo mitico? In che cosa consiste la redenzione dal mito? Con una mossa per tanti aspetti spiazzante, Benjamin cerca una possibile interruzione dell’eterno ritorno del sempreuguale non già nell’attesa messianico-apocalittica del mondo nuovo, bensì in un approfondimento e in una radicalizzazione della ripetizione: «La ripetizione si tramuta così in principio costruttivo che salva» (p. 59). Vi sarebbero cioè, suggerisce Montanelli, almeno due distinti principi metafisici della ripetizione: da un lato l’accadere circolare del mito, simboleggiato dal cerchio, dall’altro la ripetizione come duplicazione senza fine, come ripresa allegorica che è «rottura continua del cerchio» (p. 57), simboleggiata dal due. Molteplici sono le possibili declinazioni teoriche e pratiche della ripetizione allegorica (del due) come via d’uscita dalla totalità mitica. Sul piano linguistico incontriamo anzitutto la traduzione: perfetto esempio di ripetizione nella differenza, l’attività del traduttore consiste nel «trovare quell’atteggiamento verso la lingua in cui si traduce, che possa ridestare, in essa, l’eco dell’originale» (Il compito del traduttore) – ciò implica un’intima alterazione della lingua che, ripetendo il modo di intendere dell’originale, fa scoccare la scintilla del nuovo sotto forma, ad esempio, di una sintassi inedita, addirittura barbarica.

Ma è soprattutto nel gioco infantile che Benjamin vede all’opera i formidabili effetti liberatori del “principio ripetizione”. Nell’ancora una volta che accompagna l’insaziabile passione ludica del bambino possiamo scorgere, insieme a Montanelli, «un rapporto virtuoso tra ripetizione e novum» (p. 69). Per cominciare, i bambini «si sentono attratti in modo irresistibile dai materiali di scarto che si producono nelle officine, nei lavori domestici o di giardinaggio, in quelli di sartoria o di falegnameria» (Strada a senso unico): il gioco appare qui come attività di riciclaggio creativo che trasvaluta continuamente il vecchio in nuovo. Inoltre, l’infanzia è l’età in cui con più intensità si esprime quella facoltà mimetica che secondo Benjamin costituisce la radice sia onto- che filogenetica del linguaggio: «Il bambino non gioca solo a “fare” il commerciante o il maestro, ma anche il mulino a vento e il treno» (Dottrina della similitudine) – l’attività mimetica come ripresa del linguaggio delle cose sul piano del corpo. In terzo luogo, l’attività ludica si fa beffe del sacro, configurandosi come profanazione nel senso che a questo termine ha dato Giorgio Agamben. Con le parole di Montanelli: «Il gioco sospende la ripetizione rituale dell’identico rovesciandola in ripresa costruttiva: non reitera il ciclo né finge una linearità progressiva, piuttosto procede orizzontalmente per serie di combinazioni, per salti e contrazioni in cui il nuovo emerge dalla “manomissione” continua e gioiosa del vecchio» (p. 91). Più di un indizio corrobora l’ipotesi che proprio dall’attento studio del gioco infantile Benjamin avrebbe sviluppato alcuni dei cardini metodologici della sua «storia originaria (Urgeschichte) del XIX secolo», in particolare la pratica del montaggio di citazioni.

Ma allora, per tornare alle domande di apertura, come è possibile il nuovo? Da quanto esposto, pare che l’unica risposta attendibile sia: in virtù della ripetizione. Di qui una domanda ulteriore, che il libro di Marina Montanelli lascia però in sospeso: come è possibile la ripetizione? È evidente che, perché il due possa essere riconosciuto come tale, l’uno – o la prima volta – deve avere lasciato traccia (secondo il proverbio tedesco: Einmal ist keinmal, una volta è nessuna volta). Detto altrimenti: non c’è ripetizione senza memoria. Non è un caso che le note di Benjamin nella sezione Ndel libro sui passages ruotino intorno alla nozione di rammemorazione (Eingedenken). Nelle ultime pagine del suo libro, Montanelli parla di «ripetizione rammemorativa» (p. 131) e suggerisce molto opportunamente di ripensare l’ora della conoscibilità benjaminiano come ora della ripetibilità. Ma non sarebbe il caso di distinguere più chiaramente il piano trascendentale della ripetibilità, garantita dalla memoria, da quello della ripetizione nelle sue molteplici declinazioni? In questa direzione si muovono sia Gilles Deleuze nel secondo capitolo di Differenza e ripetizione, dove – come Benjamin – attinge a Bergson e a Proust, che Jacques Derrida, le cui illuminanti riflessioni sui temi dell’iterabilità della traccia permetterebbero di approfondire ulteriormente i problemi sollevati da Montanelli.

Insomma, intorno alla questione del rapporto tra ripetizione e memoria si gioca una partita decisiva non solo sul piano filosofico, ma anche e soprattutto su quello politico. Il “risveglio” dalla fantasmagoria capitalistica auspicato da Benjamin può essere innescato da un’etica della ripetizione che ci abitui a captare le «energie rivoluzionarie» nascoste nelle «cose invecchiate».