approfondimenti
OPINIONI
La cultura dello stupro come tecnica di potere
Dalla guerra alle carceri, dai centri di detenzione ai tribunali, la violenza sessuale emerge come dispositivo politico e strumento di dominio. Un’analisi che intreccia genealogia storica, conflitti contemporanei, contesto italiano e il dibattito sul consenso e sul ddl Bongiorno
Quello che stiamo osservando oggi non è una semplice somma di casi di violenza sessuale, né una nuova emergenza morale. È qualcosa di più profondo: la piena visibilità politica della cultura dello stupro come tecnica di potere, esercitata senza più bisogno di nascondimento da uomini che occupano posizioni centrali nei rapporti di dominio globali.
Per cultura dello stupro non intendiamo una predisposizione individuale o una devianza psicologica. Intendiamo un sistema di norme, pratiche, silenzi e impunità che rende la violenza sessuale uno strumento legittimo di controllo, punizione e annientamento simbolico. Uno strumento che non riguarda il desiderio, ma la gerarchia. Non il sesso, ma il potere.
Se guardiamo insieme Palestina, Iran e Libia, questa grammatica appare con chiarezza. Nei territori palestinesi occupati, nelle carceri e nei centri di detenzione, la violenza è parte di un apparato repressivo che non mira solo a contenere, ma a spezzare: il corpo come luogo di dominio.
In Iran, la repressione delle proteste esplose dopo l’uccisione di Mahsa Amini ha mostrato come la violenza sui corpi – inclusa quella sessuale – venga usata come strumento di intimidazione politica. In Libia, nei centri di detenzione per persone migranti, la violenza sessuale è parte di un’economia della cattura: serve a disciplinare, disumanizzare, rendere i corpi definitivamente disponibili.
Colonialismo, imperialismo e militarismo condividono questa logica. La violenza sessuale non è un effetto collaterale della guerra, è uno dei suoi linguaggi.
Dalla guerra al diritto internazionale
Questa consapevolezza è stata messa a fuoco dalla letteratura femminista e postcoloniale che ha analizzato la violenza sessuale come strumento di conquista e riorganizzazione violenta dei rapporti sociali. Ma diventa patrimonio esplicito del diritto internazionale negli anni Novanta, con le guerre nella ex Jugoslavia.
Durante il conflitto bosniaco, l’esistenza dei cosiddetti campi di stupro rese impossibile continuare a considerare la violenza sessuale come un “eccesso” della guerra. Le inchieste internazionali e i processi del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia segnarono una svolta storica: lo stupro venne riconosciuto come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, strumento intenzionale della strategia bellica e della pulizia etnica.
Nel 1995, la Conferenza mondiale delle donne di Pechino recepisce questa svolta, riconoscendo la violenza sessuale come violazione dei diritti umani e come dispositivo strutturale del potere. È dentro questo nuovo paradigma internazionale che molti ordinamenti nazionali vengono messi sotto pressione.
Anche l’Italia arriva a riformare la propria legislazione solo nel 1996, riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale. Una riforma tardiva, frutto di decenni di lotte femministe, ma resa ormai inevitabile dal mutamento del quadro internazionale dei diritti umani.
Le denunce: la violenza sui corpi detenuti
Questa grammatica della violenza non appartiene solo al passato né ai conflitti lontani. La ritroviamo oggi nei contesti di detenzione, repressione e controllo delle popolazioni. Negli ultimi anni sono emerse denunce di violenze sessuali subite anche da uomini in questi contesti. Non episodi isolati, ma pratiche ricorrenti documentate da testimonianze di ex detenuti e sopravvissuti.
Nel caso dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, uomini rilasciati dopo lunghi periodi di detenzione amministrativa hanno raccontato percosse, umiliazioni sistematiche, strip search coercitive [perquisizioni personali obbligatorie, ndr], minacce di stupro e violenze a sfondo sessuale durante interrogatori e detenzione. Queste testimonianze sono state rilanciate anche dalla stampa italiana, attraverso inchieste e traduzioni.
In questo quadro si colloca anche la denuncia dell’attivista italiano Antonio La Piccirella, membro della Global Sumud Flotilla, che ha presentato un esposto alla Procura di Roma dopo l’abbordaggio dell’imbarcazione e la detenzione dell’equipaggio. Nella denuncia si parla di percosse, ammanettamenti, perquisizioni degradanti e trattamenti inumani e degradanti.
Denunce analoghe emergono con forza anche nel contesto iraniano. Dopo la repressione delle proteste del 2022–2023, uomini e ragazzi arrestati dalle forze di sicurezza hanno raccontato di essere stati torturati e sottoposti a stupri e violenze sessuali durante la detenzione, utilizzati come strumenti di punizione e intimidazione. Tutto questo è documentato da Amnesty International e Human Rights Watch con rapporti molto chiari del 2023 e 2024. Sappiamo che proprio in questi giorni la repressione in Iran sta uccidendo, incarcerando, torturando ancora.
Anche nei centri di detenzione per migranti in Libia, sopravvissuti uomini hanno denunciato violenze sessuali sistematiche subite durante la prigionia. Le testimonianze raccolte negli ultimi anni parlano di stupri, abusi a sfondo sessuale e torture utilizzate come strumenti di controllo e ricatto.
Un altro caso emblematico è quello di Mazen Al-Hamada, attivista e artista siriano sopravvissuto alle carceri del regime di Assad. Durante la detenzione ha subito torture sistematiche, comprese violenze a sfondo sessuale, che ha poi denunciato pubblicamente.
Queste denunce non producono simmetria tra le esperienze di violenza, né mettono in discussione il carattere strutturale della violenza maschile contro le donne. Rendono però visibile un dato politico decisivo: la violenza sessuale è una tecnologia di dominio, impiegata contro tutti i corpi resi vulnerabili da guerra, detenzione e repressione.
La scuola: consenso, violenza e disciplinamento
Questa cultura non resta confinata ai contesti di guerra o di detenzione. Il militarismo, come forma di organizzazione del potere, produce una pedagogia della violenza che filtra nei contesti civili, normalizzando la gerarchia, il controllo dei corpi e l’impunità. La scuola è uno dei luoghi in cui questa pedagogia si rende oggi più visibile.
Negli ultimi anni, in diversi istituti italiani, ragazzine hanno denunciato l’esistenza di vere e proprie “liste dello stupro”, elenchi informali in cui i loro nomi vengono associati a giudizi sessuali, disponibilità presunte, minacce e fantasie di violenza. Non si tratta di episodi isolati né di “ragazzate”, ma di pratiche di potere che riproducono precocemente la cultura dello stupro: il corpo come oggetto di valutazione, il consenso come irrilevante, l’umiliazione come forma di controllo sociale.
Questo clima convive con un machismo diffuso, raramente nominato come tale, che viene spesso rimosso o spostato altrove attraverso il panico sociale contro figure come i cosiddetti “maranza”. Una retorica razzializzante e classista che consente di esternalizzare la violenza, attribuendola a soggetti “altri”, mentre si evita di interrogare le dinamiche di dominio maschile che attraversano quotidianamente le scuole, le relazioni tra pari e le istituzioni educative.
A questo si affianca un processo crescente di militarizzazione degli spazi scolastici, denunciato da tempo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole: presenza delle forze armate nei percorsi di orientamento, progetti di educazione alla “difesa”, normalizzazione del linguaggio bellico e securitario. Un immaginario che rafforza l’idea dell’autorità come comando e della forza come soluzione, invece di promuovere pratiche di responsabilità, cura e conflitto non violento.
In questo quadro, il contrasto sistematico all’educazione sessuale, affettiva e di genere, portato avanti dall’attuale governo, non è un dettaglio culturale ma una scelta politica precisa.
Rifiutare strumenti che permettono a ragazze e ragazzi di nominare il consenso, il limite, il desiderio e la responsabilità significa lasciare campo libero alle forme più brutali e informali di apprendimento: quelle fondate sul dominio, sull’umiliazione e sulla paura.
Ciò che accade nelle scuole non è separato da ciò che vediamo agire su scala globale. È la stessa struttura di potere che si riproduce in forme diverse: la violenza come linguaggio, il corpo come territorio, il silenzio come condizione dell’impunità.
Consenso, diritto e perché il ddl Bongiorno va fermato
La legge del 1996 ha segnato una svolta storica, spostando la violenza sessuale dal terreno della morale a quello della tutela della persona. Ma negli anni successivi è stata soprattutto la giurisprudenza a spingersi più avanti, chiarendo che il consenso non è una formula astratta né un atto isolato, bensì un processo situato: deve essere libero, continuo, revocabile, privo di costrizione. Le sentenze hanno riconosciuto che il silenzio, la paralisi, la paura, lo shock o l’asimmetria di potere non possono essere letti come consenso e che la violenza può manifestarsi anche in assenza di una resistenza fisica esplicita.
Il ddl Bongiorno interviene su questo impianto in un contesto politico segnato da attacchi all’educazione di genere, ai diritti riproduttivi e agli spazi di autodeterminazione. Il rischio non è astratto: è quello di riportare la violenza sessuale su un terreno prevalentemente probatorio, rafforzando l’idea che spetti alla persona che denuncia dimostrare attivamente la propria non volontà. In termini concreti, questo significa moltiplicare le domande, gli interrogatori, i passaggi processuali, aumentando il carico su chi già oggi attraversa percorsi giudiziari spesso lunghi e traumatici.
Non è un’ipotesi teorica. È un problema strutturale già presente: i processi si trasformano frequentemente in esperienze di esposizione, sospetto e colpevolizzazione per le vittime. In questo quadro, una riforma che indebolisce l’asse interpretativo costruito negli anni dalla giurisprudenza rischia di aggravare una situazione già critica, scoraggiando ulteriormente le denunce.
I dati sull’accesso alla giustizia, infatti, sono incompleti e preoccupanti: oltre 4,6 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni hanno subito violenza sessuale nella vita, mentre le denunce registrate ogni anno sono solo poche migliaia: il confronto tra questi numeri rende evidente un sommerso enorme, in cui la stragrande maggioranza delle violenze non entra mai nel circuito giudiziario.
Ma anche questa fotografia è parziale: restano fuori persone trans, bambine e adolescenti, donne senza cittadinanza italiana e l’intero universo maschile, a causa di un sistema di raccolta dati che non disaggrega, non integra e produce invisibilità, come denunciato dalle reti femministe e dai centri antiviolenza, nonostante la legge 53/2022.
Le conseguenze diventano ancora più evidenti se guardiamo ai corpi che il diritto fatica storicamente a riconoscere. Cosa accadrà a quelle persone con disabilità, che possono non essere in grado di esprimere o dimostrare una “non volontà” secondo criteri normativi astratti? A chi è stat* drogat* o sedat*? A chi, per paura, shock o trauma, si “paralizza”? A chi si trova dentro relazioni di potere – familiari, lavorative, educative, sanitarie – in cui reagire apertamente significa esporsi a ritorsioni o a danni ulteriori? Quante volte dovranno raccontare la propria esperienza? Quante domande dovranno subire? In quante sedi?
È per questo che questa riforma non è un dettaglio tecnico né una semplice modifica normativa. È emblematica. Dice molto del tempo politico che stiamo attraversando e del modo in cui si intendono governare i corpi: non ampliando le tutele, ma spostando il peso della prova su chi subisce violenza.
Per questo oggi è necessario fermarsi e fermarla. La campagna “No sui nostri corpi” nasce da questa consapevolezza: dal rifiuto di una riforma calata dall’alto, in questo clima politico, su una materia che riguarda direttamente libertà, sicurezza e autodeterminazione. Aderire alle iniziative del 15 e del 28 febbraio, che mettono in rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, i centri antiviolenza e Non Una Di Meno, significa riconoscere che la difesa del consenso non è solo una questione giuridica, ma un terreno di conflitto politico.
Queste mobilitazioni guardano allo sciopero femminista e transfemminista dell’8 e 9 marzo non come a una ricorrenza simbolica, ma come a un passaggio necessario. Perché la violenza non è un’emergenza da gestire, ma una struttura da smontare. E questa riforma, oggi, è uno dei suoi nodi.
Come ricorda Bell Hooks, il femminismo non è un recinto identitario, ma una pratica di liberazione per tutt*. Oggi questa pratica passa anche dalla capacità di dire no: non ora, non così, non sui nostri corpi.
La copertina è di Margherita Caprili
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