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Gigi Riva alla conquista del west

Milieu edizioni ha ristampato per il cinquantenario della prima e unica conquista dello scudetto da parte del Cagliari, guidato dal sinistro esplosivo di “Rombo di tuono”, L’ultimo hombre vertical, di Luca Pisapia

Quando si prende in mano L’ultimo hombre vertical due domande vengono spontanee: perché il titolo mischia italiano e spagnolo?; per quale motivo pubblicare oggi un libro su Gigi Riva? Il testo è l’ultima fatica, ma anche la prima, di Luca Pisapia. Si tratta infatti di una ristampa per Milieu Edizioni di un testo uscito nel 2012 con Limina. Nel mezzo Pisapia ha dato alla luce la sua opera più riuscita: Uccidi Paul Breitner (Alegre, 2018).

Se uno ponesse allo scrittore almeno il secondo dei due interrogativi, lui risponderebbe qualcosa del tipo: «A maggio scorso si sarebbero dovuti festeggiare i 50 anni dell’unico scudetto vinto dai rossoblù, che ovviamente erano guidati da Riva. Il libro non si trovava più, perché la casa editrice della prima edizione era fallita. I diritti erano tornati a me». Un reportage su Cagliari con Radja Naingolan a fare da Cicerone nella città sarda avrebbe dovuto aprire la ristampa. Un’intervista al calciatore avrebbe dovuto chiuderla. Ma è arrivato il Covid-19 e ha chiuso entrambe le questioni, fissando i verbi al condizionale passato. Al momento, poi, non è ancora chiaro se Nainggolan indosserà ancora la maglia rossoblù.

Per quanto riguarda la genesi della prima edizione, invece, le circostanze sono quasi bukowskiane. Pisapia le descriverebbe all’incirca così: «La casa editrice stava pubblicando una collana sui più forti giocatori italiani. Il giornalista che avrebbe dovuto scrivere di Riva si tirò indietro a due mesi dalla consegna. Non so come trovarono il mio numero e mi chiesero se per duemila euro ero in grado di scrivere il libro in 60 giorni. Del grande calciatore non sapevo molto, ma avevo bisogno di soldi. Quindi accettai e mi incollai a Rai Teche. Guardai tutto quello che c’era sul Cagliari».

Nella ricostruzione della storia personale e sportiva di “Rombo di tuono” lo scrittore deve aver fatto un bel po’ di zapping digitale perché la rappresentazione del calciatore che viene fuori dalle pagine del libro travalica di molto il rettangolo verde. La scrittura lisergica di Pisapia, che caratterizza spesso anche i suoi articoli calcistici sul manifesto, trasfigura Riva ora in un personaggio western che spara verso la porta nemica col suo sinistro esplosivo, ora in un vietcong che partecipa all’offensiva del Tet agli ordini di Ho Chi Minh-Manlio Scopigno (l’eccentrico allenatore della squadra sarda che emerge come figura di spicco).

Così, al di là di anniversari storici e bisogni materiali soggettivi, le ragioni del libro si identificano soprattutto con l’interesse per l’inattuale singolarità di un calciatore che ai soldi e al prestigio delle grandi del nord ha preferito per sempre le coste meridionali dell’isola sarda, che ha rifiutato una Fiat all’ultimo grido per un balcone che affaccia sul Mediterraneo. A questo marciare contro lo spirito dei tempi, si affiancano episodi e parole che invece li anticipano. «La Sardegna non è quella che vivono Flavio Briatore e i suoi ospiti al gran galà. La Sardegna è una regione con dei problemi enormi. […] La Sardegna che conoscono loro non ha niente a che vedere con quella vera, non devono pensare che, senza di loro, il mare di Sardegna non abbia successo comunque. […] La Sardegna non va confusa con una loro proprietà. Ci sono delle regole ben precise che vanno rispettate. Se poi il signor Briatore, o chi per lui, si trova male, c’è altro mare a disposizione. In ogni caso, di certo non sentiremo la loro mancanza», dice Riva a un certo punto. Parole che dopo le peripezie isolane della prima estate dell’era Covid-19 suonano come una profetica ammonizione.

Gli spaghetti western, che danno il sapore principale alla storia, sono conditi con un miscuglio di riferimenti storici, politici, musicali, psicoanalitici, filosofici, economici e mitici. Nel senso greco del termine (l’autore ha fatto il classico). L’insieme di ingredienti crea un piatto originale, anche se in alcuni tratti il numero eccessivo di spezie rende complicato identificare il gusto. La vicenda di Riva è tessuta in modo non lineare attraverso i suoi molteplici risvolti: l’infortunio viennese, l’infanzia dolorosa, il trasferimento insulare, i tiri dinamitardi, la parabola tragica. I fili, però, oltre a tratteggiare l’esperienza del calciatore, disegnano anche le figure di alcuni temi cari allo scrittore.

Primo, il disprezzo per la teoria economica neoliberale detta del trickle-down, secondo cui i guadagni di chi occupa il vertice della piramide sociale sarebbero in qualche modo condivisi anche con chi si trova in basso attraverso una sorta di sgocciolamento, magari favorito dalla famosa mano invisibile. «La trickle-down economy è una fottuta truffa», si legge in un passaggio. Secondo, la convinzione che il «calcio non è diventato moderno, ma ci è nato», che cioè non sia mai esistita nessuna mitica età dell’oro in cui gli interessi economici e politici non condizionavano il rotolare del pallone su prati verdi o campi di tufo. Terzo, il calcio come “simulacro” nel senso in cui Jean Baudrillard definiva la parola: «qualcosa di immaginario per far credere all’uomo che ciò che lo circonda sia reale, mentre è ciò che è al di fuori dal calcio a non essere più reale».

Resterebbe ora da risolvere la prima questione: perché un titolo in spagnolo? Che significa hombre vertical? La risposta, però, va cercata nel libro. Qui diamo solo un indizio: è all’ultima riga dell’ultima pagina.

Foto di copertina via wikipedia