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MONDO

Elezioni in Bangladesh e prospettive immediate

La nuova stagione politica apertasi in Bangladesh con la vittoria di Tarique Rahman, alla testa di una coalizione nazionalista, lascia aperti numerosi problemi con i Paesi confinanti e difficoltà strutturali economiche ed energetiche

Una straordinaria affluenza alle urne inaugura la nuova stagione politica del Bangladesh. Conclusa la stagione autocratica dell’Awami League e dell’ex-premier Sheikh Hasina – ora in esilio a Delhi dopo essere stata deposta dalla ‘rivoluzione dei monsoni’ del luglio 2024 – e terminati i compiti del governo di transizione presieduto da Mohammed Yunus, venerdì 12 febbraio oltre 70 milioni di cittadine e cittadini del Bangladesh hanno votato per le prime elezioni libere degli ultimi 17 anni.

Con un’affluenza record del 60% su oltre 125 milioni di aventi diritto al voto, la maggioranza va alla coalizione guidata dal Bangladesh Nationalist Party – partito nazionalista bengalese – che vince 212 dei 350 seggi in palio. Raccoglie 77 seggi la coalizione costruita attorno al Jamaat-e-Islami, di cui è alleato il National Citizen Party – espressione di alcune frange del movimento studentesco bengalese che guidò la rivoluzione dei monsoni. Molti dei seggi conquistati dal partito islamista Jamaat-e-Islami, sono in distretti al confine con l’India dove la questione comunitaria è molto sentita a causa di pressioni e violenze dalla destra hindu-nazionalista nei confronti di musulmani bengalesi.

Con un dispiegameno di oltre 900mila unità delle forze di polizia, le operazioni di voto e lo spoglio non hanno visto gravi incidenti.

Le elezioni si sono svolte in un clima di festa collettiva tra le strade delle città e davanti ai seggi, a cui non hanno partecipato i sostenitori dell’Awami League, che hanno boicottato le urne e bollato le elezioni come farsa. La posizione rimarca quella dell’ex-premier Sheikh Hasina che ha definito le elezioni «senza elettori, illegale e incostituzionale […] denunciando la sospensione imposta alle attività della Lega Awami e chiedendo il ripristino dei diritti di voto del popolo attraverso la disposizione di un’elezione libera, equa e inclusiva sotto un governo neutrale». Meno pesanti le accuse del National Citizen Party che ha denunciato irregolarità nel processo di voto, i cui attacchi sono stati comunque smorzati da Tarique Rahman che ha invitato i propri sostenitori a partecipare alle preghiere del venerdì piuttosto che scendere in strada per festeggiare il risultato elettorale.

La sfida elettorale ha visto come protagonisti Tarique Rahman, anch’esso parte di una dinastia politica importantissima per la storia del paese, per il BNP, e Shafiqur Rahman per Jamaat-e-Islami. Controversa la figura di Tarique Rahman, rientrato nel Paese dopo una fuga iniziata nel 2008 a Londra per scappare ai capi d’accusa di corruzione, rinfocolati poi da altri emessi nel 2018 da una magistratura allora piegata al governo autoritario di Shiekh Hasina che lo incolpò di corruzione. A invalidarle anche inchieste indipendenti di Amnesty International che hanno fatto emergere la pretestuosità dei reati imputati al leader politico e a molti altri esponenti delle opposizioni.

Le elezioni appena passate sono le prime di fatto libere dal 2008, anno in cui venne rieletta a capo dell’esecutivo Sheikh Hasina, e senza la presenza dell’Awami League nella competizione elettorale. Nell’ultima tornata elettorale del 2024 le opposizioni boicottorano le elezioni da loro bollate come falsate. L’esclusione dell’Awami League deriva dalla messa al bando del partito da parte della magistratura, che tra l’altro, nel novembre dello scorso anno, ha emesso la sentenza di condanna a morte in contumacia per Hasina. Le elezioni segnano la fine della dinastia politica della famiglia Sheikh, iniziata con l’indipendenza dal Pakistan avvenuta nel 1971 per mano di Rahman Sheikh generale ed ex-primo ministro del Bangladesh, e segnano senza dubbio l’inizio di una nuova era politica per il Paese. Con la scomparsa di Khaleda Zia il 31 dicembre, si chiude un’era per la politica istituzionale del Paese. A raccoglierne il testimone è il figlio Tarique Rahman, il cui padre, l’ex-generale Ziaur Rahman, aveva creato il BNP nel 1978 definendone la linea politica prima del suo assassinio nel 1981.

Nella stessa giornata, i cittadini bengalesi sono stati chiamati alle urne per esprimersi su quattro importanti riforme costituzionali su creazione di nuovi organi costituzionali, aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni, rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario, introduzione di una camera alta per il Parlamento, limite dei due mandati per il primo ministro, ripartizioni di poteri tra primo ministro e presidente della Repubblica e regolamentazione dei partiti politici. Il referendum è espressione della “carta di luglio”, una serie di riforme proposte dai partiti all’opposizione di Hasina nel luglio 2024, e vede reintrodurre l’istituto dopo la sua abolizione nel 2011. Con il 68% di sì l’elettorato ha approvato le riforme. Ora la palla passa nelle mani dell’assemblea legislativa.

Le forze in campo

Tarique Rahman si appresta a diventare il primo ministro del Bangladesh in un momento storico più che complicato a causa delle condizioni politico-economiche internazionali e del peso assunto dai Paesi confinanti. Molte le questioni di politica interna che interessano il Paese, su tutte, lavoro povero e disoccupazione, economia, emigrazione, ed ambiente. Forte della vittoria sulla coalizione guidata dal Jamaat-e-Islami, confinato all’opposizione, Rahman assicura garanzie sull’indissolubilità dell’anima secolare ma non sulla riproposizione di dinamiche clientelari nella gestione del potere politico. Il BNP sconta una leadership giudicata da molti come debole, segnata da un esilio prolungato che l’ha allontanata dalle masse. La sua forza sarà testata in questa nuova fase di transizione: un momento certamente delicato, caratterizzato da un clima sociale in cui i cittadini hanno compreso di poter rovesciare governi e calpestare le teste dei re.

Non esplode il partito islamista Jamaat-e-Islami. Tornato nella competizione elettorale dopo la stagione autoritaria di Sheikh Hasina, il partito si è rinforzato dopo la rivoluzione dei monsoni aprendosi ai movimenti studenteschi. Le proiezioni pre-elettorali che vedevano partito e coalizione raccogliere circa il 30% dei consensi non si sono avverate, sia per conformazione del sistema elettorale – 300 seggi assegnati con sistema maggioritario e 50 con il proporzionale – che per frizioni con parte dei movimenti studenteschi. Hanno fatto molto discutere le posizioni misogine del partito che nel maggio scorso spalleggiò le proteste promosse dal Hefazat-e-Islam contro le proposte del governo di assicurare maggiori diritti alle donne, abolire la poligamia e riconoscere le lavoratrici sessuali come tali; così come la promozione di riforme contro il secolarismo motivate dalla prevalenza di musulmani nel Paese, a oggi circa il 91% della popolazione.

Raccoglie solo sei seggi il National Citizen Party, espressione di frange del movimento studentesco che destituì Hasina.

A Tarique Rahman il compito di ristabilire la fiducia nelle istituzioni, di rispondere alle richieste avanzate dalle componenti Gen-Z durante la rivoluzione dei monsoni di rompere con uno Stato visto solo come entità corrotta.

Difficoltà accentuata dal peso dell’eredità familiare dei governi presieduti da sua madre Khaleda Zia – giudicati dalla popolazione come fortemente corrotti –, debolezza della sua leadership, e corruzione dei membri del suo partito. Uno studio del Transparency International Bangladesh ha segnalato il coinvolgimento di militanti del BNP nel 91% degli episodi di violenza registrati dal 5 agosto 2024. Vengono in soccorso di Rahman la bassa età mediana della popolazione del Bangladesh – 26,3 anni –, ovvero del 42% dell’elettorato, e la sua lunga lontananza dalla scena pubblica. Quanto al programma politico, poca roba fuori dai proclami di far crescere economia e finirla con la stagione della corruzione nelle istituzioni.

Le grandi sfide del nuovo Governo

È la politica estera a essere in cima alle questioni da dirimere per Rahman, che si trova a governare il Bangladesh nel mezzo della guerra commerciale tra USA e Cina e con i confinanti Myanmar e India. USA e Cina si sono fatti sentire appena prima delle elezioni corteggiando l’esecutivo con proposte di partnership economico-commerciale, per comprendere la politica internazionale del governo ci sarà da aspettare le sue prime mosse e più in generale il volere del Parlamento bicamerale, istituito dal referendum, che si formerà entro sei mesi.

Più tese le relazioni con i due vicini. Col Myanmar attanagliato da una lunga guerra civile, è tutt’ora insoluta la questione dei profughi Royinghya cacciati dai confini di tutti i Paesi dell’area e condannati a un’esistenza tra campi profughi e centri d’espulsione governativi.

In bilico i finanziamenti arrivati dagli USA in questi anni per gli 1,2 milioni di profughi in Bangladesh, che sono i maggiori assistiti delle missioni umanitarie – l’ultimo pacchetto di aiuti ammonta a due miliardi di dollari. In via di distensione i rapporti con l’India incrinatisi dopo la fuga di Shiekh Hasina a New Delhi durante la rivoluzione dei monsoni. Il rifiuto di riconoscere il governo transitorio di Yunus, unito alla narrazione hindu-nazionalista e dei media su presunti linciaggi contro comunità hindu in Bangladesh, ha portato le relazioni tra i due Paesi ai minimi storici.

Violenza accompagnata dalla stretta ai confini da parte dell’anti-immigrazione indiana che ha irrigidito i controlli alla frontiera negli ultimi anni, culminata in alcuni casi anche con umiliazioni e attacchi sommari a migranti al confine; e dalla campagna di espulsioni sommarie dall’India di persone di etnia bengalese, in cui sono inclusi anche cittadini indiani del Bengala occidentale – parte del Bengala sotto il governo di Delhi dalla partizione del 1947. Le congratulazioni di Modi a Rahman per la vittoria elettorale e, soprattutto, la sconfitta del partito islamista Jamaat-e-Islami rassicurano sulla ripresa dei rapporti diplomatici.

Accanto alla politica internazionale, le questioni economiche e dell’occupazione, entrambe questioni alla base dell’emigrazione massiccia dal paese. Il BNP ha inserito nel suo programma un ambizioso progetto per l’incentivo per il ‘Make in Bangladesh’ in cui sono centrali la diversificazione produttiva nel settore manifatturiero – ora fortemente dipendente dal settore tessile –, e le proposte per l’istituzione di hub regionale per incentivare l’e-commerce e proposte per l’introduzione di sistemi di pagamenti internazionali.

L’intento è quello di invertire la rotta della jobless growth (crescita senza occupazione) che vede disallinearsi crescita del PIL – a ritmi superiori del 6,5% annuo dal 2010 al 2023 – e occupazione – cresciuta del solo 2,2% nello stesso periodo. Un quadro socio-economico aggravato da inflazione e calo dei salari reali, che incidono fortemente sull’aumento della povertà reale registrata al 27,9% nel 2025, di cui il 9.35% in condizioni di povertà estrema. Tutte ragioni alla base dell’emigrazione massiccia. Secondo le stime delle Nazioni Unite, sono 8,7 milioni le persone migranti fuoriuscite dal Bangladesh nel 2024 e le loro rimesse – oltre 30 miliardi di dollari nel 2025 – restano fondamentali per la tenuta contabile del Paese.

La composizione settoriale del PIL restituisce solo parzialmente i problemi economici del Paese: se è pur vero che il settore manifatturiero pesi per il solo 37,65% sulla composizione del PIL, l’industria del tessile costituisce da sola l’84,5% dei ricavi totali da esportazione. Il piano ‘Make in Bangladesh’ della coalizione del BNP si incentra su attrazione di investimenti esteri nei settori ad alto valore aggiunto e incentivi alla formazione di piccole-medie industrie.

Nel set di proposte sono presenti anche programmi per la spesa sociale, con aiuti economici alle fasce più povere e pasti gratuiti per studenti. Importante la previsione di aumentare gradualmente la spesa sociale al 5% del PIL e l’assunzione di 100mila sanitari nel Paese per i programmi di prevenzione sanitaria, e gli investimenti in infrastrutture e scuola. Tutte proposte del programma elettorale che dovranno passare al vaglio del governo appena eletto.

Molti i dubbi sulle politiche ambientali ed energetiche del Paese, attanagliato dall’inquinamento di acque e suolo dovuti al settore tessile. Impossibile non parlare in questo caso delle controversie tra Stato del Bangladesh e l’azienda indiana Adani, fornitrice del 10% d’energia al Paese, rea di aver venduto energia elettrica a prezzo maggiorato. Lo scorso anno, l’azienda dell’industriale Adani vicina al governo indiano ha intimato al Bangladesh il pagamento di 900 miliardi di dollari di debiti per l’energia fornita e non pagata, pena l’interruzione delle forniture energetiche. La questione si è risolta con l’avvio del pagamento a rate del debito. Resta la dipendenza energetica dall’azienda, che sta continuando la sua politica di aumento dei prezzi dell’energia al Bangladesh, della dipendenza da fornitori esteri e combustibili fossili – in particolare da energia a carbone, questioni dirimenti dato l’aumento della richiesta di energia elettrica e le discontinuità nella rete. Stando ai dati dell’agenzia internazionale dell’energia, il paese dipende per l’8,1% da fonti energetiche a carbone, per il 15,9% da termovalorizzatori e biocombustibili, e per il 26,5% da petrolio; il grosso dell’energia prodotta – oltre il 45% — deriva da gas naturali, la cui produzione interna è aumentata negli ultimi vent’anni grazie alla scoperta di nuovi giacimenti.

Affacciato sul golfo del Bengala e attraversato dalla parte finale del Brahmaputra, il Bangladesh è parte dell’intricata questione diplomatica con al centro la questione idrica, giocata a colpi di deviazione di corsi d’acqua, costruzione di centrali idroelettriche e conseguente inquinamento. Nel quadro di quella che è una tensione diplomatica regionale, incrinatasi con l’annuncio della costruzione della centrale idroelettrica più grande al mondo sullo Yarlung Tsangpo – fiume il cui corso cambia nome in Brahmaputra una volta entrato in India – da parte cinese e le tensioni diplomatiche tra India e Pakistan che hanno portato allo stralcio degli accordi sulle acque dei fiumi Indo, Chenab e Ravi, i Paesi dell’area giocano una partita in cui l’acqua è di fatto usata come arma di deterrenza. Sono 54 i fiumi che partono dall’India e sfociano in Bangladesh, e due di questi, i fiumi Teesta e Padma, sono oggetto di controversie a causa dei progetti di nuove centrali idroelettriche nella parte indiana del proprio corso. Questioni più che rilevanti, su cui grava altrettanto pesantemente l’inquinamento delle acque che sgorgano dalla catena montuosa dell’Himalaya.

E adesso?

Chiusa la fase di transizione, il Paese si avvia ad una nuova stagione segnata da vecchi e nuovi antagonismi. Se è pur vero che la stagione autoritaria di Shiekh Hasina è alle spalle, capi bastioni locali restano saldi nei propri distretti ed il consenso alla ex-premier non espresso alle urne non è trascurabile. Una delle prime rivoluzioni Gen-Z della nostra epoca, con i suoi oltre 1.400 martiri, si avvia alla sua fase di trasformazione ed istituzionalizzazione.

La copertina ritrae Tarique Rahman (a sinistra) e Mohamed Yunus (a destra). Da wikicommon

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