cult

CULT

Diego Armando Maradona. Uno e trino

Il ragazzo nato nella favela, la rockstar del calcio globale, l’uomo. Il Dieci raccontato nel nuovo documentario di Asif Kapadia e quello che rimane fuori

«Con Diego andrei in capo al mondo, con Maradona non farei neanche un passo» dice, più o meno, Fernando Signorini, storico preparatore atletico del Pibe de Oro. Diego è il ragazzo della favela di Villa Fiorito, Maradona la rock star del calcio globale. Sono i due protagonisti del nuovo documentario di Asif Kapadia. Il regista inglese di origini indiane torna a cimentarsi nella biografia di un personaggio, dopo aver raccontato Ayrton Senna (2010) e Amy Winehouse (2015). Le immagini sono tutte rigorosamente d’archivio, vere, e si combinano alle voci fuori campo di giornalisti sportivi, calciatori e dello stesso Diez.

Il piatto principale della narrazione è il periodo celeste, i sette anni trascorsi all’ombra del Vesuvio tra il 1984 e il 1991. C’è un antipasto barcellonese, soprattutto la tripla frattura alla caviglia procurata dal macellaio Andoni Goikoetxea Olaskoaga dell’Atletico Bilbao e la mega-rissa scatenata in finale di Copa del Rey contro la squadra basca. C’è l’ammazza caffè statunitense, il mondiale del ’94, quando Diego esce dal campo con in faccia un sorriso ignaro, tenuto per mano dall’infermiera che sta per prelevare il campione d’urina in cui saranno trovate tracce di efedrina. Per Kapadia, comunque, conta quasi solo Napoli.

Il periodo partenopeo è il tempo in cui l’uomo diventa Dios, staccando i piedi da terra solo per brevi attimi, alla ricerca di un pallone. Maradona dirà che prima di arrivare non sapeva dove stava andando, non sapeva cos’era Napoli. Era rimasto deluso dall’esperienza catalana e soprattutto al verde per via di investimenti sbagliati. Aveva bisogno di una rapida exit strategy. La società del Napoli, invece, lo conosceva bene. Gli stava dietro dai tempi dell’Argentinos Juniors.

Così si muove rapida e batte sul tempo le grandi del nord. Gli fa firmare il contratto prima che riesca a sapere che nelle ultime stagioni il Napoli ha lottato per non retrocedere, che l’anno prima si è salvato solo di un punto. «Voglio una villa e mi offrono un appartamento, voglio una Ferrari e mi offrono una Fiat- dice il calciatore – Ho chiesto che almeno mi sia garantita tranquillità». Sì, sì, rispondono i dirigenti della squadra. Ma intanto in città c’è gente che fa lo sciopero della fame. Un uomo si è incatenato in piazza. Tutti pretendono che il presidente Ferlaino faccia di tutto per comprare il calciatore.

Il 5 luglio 1984 Diego Armando Maradona ha 24 anni, una polo azzurra, un paio di pantaloni celesti che oggi sembrano quelli di un pigiama, i ricci morbidi in testa. Entra per la prima volta al San Paolo.

Più di 80 mila persone riempiono lo stadio, cantano, espongono striscioni, agitano bandiere. Non c’è nessuna partita. Solo lui, il Diez, il Dios, al centro del campo. Palleggia e saluta. La città è in delirio. Altro che tranquillità.

Maradona non può uscire di casa senza essere assediato dalla passione della gente. Ogni domenica è costretto a sfrecciare fuori dalla sua abitazione per raggiungere lo stadio, inseguito dai motorini. Prima del fischio d’inizio viene accompagnato al San Paolo in corteo. Dopo le partite si camuffa per non farsi riconoscere. «Ho capito che i napoletani non vivono per se stessi o per i loro figli, ma per la partita della domenica», dice Diego. E fa di tutto per rendere felice quella gente.

Esordisce fuori casa, a Verona, perdendo 3 a 1. Più che dal risultato rimane colpito da uno striscione dei tifosi dell’Hellas: «Benvenuti in Italia». Ne vede di simili in giro per tutti gli stadi del nord, sono spesso esposti vicino alle celtiche. «I napoletani erano gli africani d’Italia. Quelli che non si lavavano, i terroni. Andavamo al nord e mettevano gli striscioni: “Lavatevi”. Qualcosa di schifoso e soprattutto razzista. Sentii di rappresentare quella parte di paese», racconta Diego.

La rabbia è benzina per il Dieci. Più lo insultano, più gioca bene. Più lo fanno incazzare, più stupisce tutti sul campo. «Il calcio è lo sport dell’inganno», afferma.

Prende la palla, la nasconde, la fa comparire di nuovo, la mette dentro o la serve ai compagni. Emoziona vederlo giovane, bello e ribelle. Mentre fa impazzire le difese di Juve, Inter, Milan. Quando prende Napoli e il Napoli per mano. Dalla zona retrocessione porta la squadra all’ottavo posto. Poi al terzo.

La città, intanto, è fuori di sé. Dove arriva Maradona si scatena il delirio. Deve uscire di notte per scegliere i vestiti da comprare. Non può fare una passeggiata. Non può andare a cena fuori. La sua immagine inizia a comparire disegnata insieme a quella dei santi, in braccio alle madonne. Una volta fa un prelievo di sangue e l’infermiera porta il campione nella chiesa di San Gennaro. È il 1986 e il Dio del calcio sta per compiere le sue imprese più grandi. Ha un conto in sospeso con la nazionale. Non ha potuto giocare e vincere il mondiale del 1978, nella sua Argentina martoriata da Videla e dai militari. Nel 1982 in Spagna non è andata bene. Stavolta si gioca in Messico.

«Chi vuole raccontare il mito di Maradona parte sempre dalla semifinale con l’Inghilterra», dicono nel documentario. Da quei due gol incredibili: uno di mano, illegale; uno di piede, magico. La mano de Dios e le caviglie di Diego ribaltano il risultato di una partita che è la prosecuzione della guerra con altri mezzi. L’Inghilterra ha da poco strappato le Malvinas all’Argentina, ma contro di lui non può nulla. Oggi il primo gol lo avrebbe annullato il Var. Chissà cosa ne sarebbe stato del secondo. Ma quello è il 1986 e Diego porta il suo paese sul tetto del mondo. Riceve la coppa dai potenti del fútbol, dall’odiato capo della Fifa João Havelange. Loro un gradino sopra di lui. Lui giù in basso, ma immenso e più alto di chiunque.

Segue la stagione 1986/87. Il Napoli vince ovunque. A Torino finisce 1 a 3. «Abbiamo fatto qualcosa di incredibile. Quando hanno segnato loro lo stadio ha detto gol. Quando lo abbiamo fatto noi è venuto giù. Dopo il terzo gol cantavano tutti Napolì Napolì. Erano i lavoratori del sud emigrati al nord», scrive nella sua autobiografia.

A fine partita ci sono cinque spettatori colpiti da infarto e tre ricoverati d’urgenza per la tensione. Hanno visto Dios.

Per la prima volta il Napoli conquista uno scudetto. «Più bello della coppa del mondo perché quella l’avevamo festeggiata in Messico. Stavolta ho vinto nella mia terra», dice. La sua terra, Napoli. Con quella squadra vince una Coppa Italia (lo stesso anno), una Coppa Uefa e un altro scudetto. Oltre a due secondi posti. Al San Paolo giocherà anche una semifinale mondiale contro l’Italia chiedendo ai suoi tifosi di tifare per l’Argentina e riuscendo a convincerne diversi. «Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli perché sono come ero io a Buenos Aires» aveva detto il Dieci dopo aver capito in che città era finito e prima di diventarne il Dio pagano.

Ma dietro il Dio c’è l’uomo. C’è Diego che finisce a Forcella nelle fotografie del clan Giuliano. C’è Maradona che pippa sempre più cocaina, da domenica a mercoledì. Ci sono i conflitti con il presidente Ferlaino che sa bene di non poterlo vendere: nessuno a Napoli accetterebbe una simile bestemmia. C’è il primo figlio che nasce mentre Claudia, la fidanzata ufficiale, è ancora incinta.

Camorra e cocaina occupano una parte rilevante del periodo napoletano raccontato nel documentario. Forse troppo rilevante. Da qui le voci critiche che si sono sollevate dalla città partenopea. C’è poi un pezzo importante della storia di Diego Armando Maradona che rimane fuori dallo scorrere del film: la rivolta contro gli Havelange, i Blatter, la Fifa. È circondato dalla sua gente che lo chiama Dios, ma davanti ha tanti nemici, tanto potenti. Non è solo la cocaina a procurargli la più esemplare squalifica per doping della storia del calcio italiano. E non sono solo le tracce di efedrina a escluderlo da Usa ’94, il mondiale per cui si era ripulito e aveva lavorato duramente, contro ogni pronostico.

Diego, Maradona e Dio, alla fine dei conti, sono lo stesso uomo.

Un ribelle che gioca a pallone contro le leggi della natura e della fisica, un ragazzo tozzo che corre più veloce degli avversari e salta più in alto dei portieri, un bambino nato in una favela che si guadagna le attenzioni della stampa mondiale. Uno che dovrebbe segnare e stare zitto, invece parla sempre, dice quello che pensa, ribalta le regole e le formalità del mercato calcistico. Uno che esagera in campo e fuori. «Si yo fuera Maradona, vivirìa como él», canta Manu Chao. Forse ce l’ha con chi giudica il Dieci da buon borghese, condannandolo a centomila anni più le spese.

Nel documentario di Kapadia il corpo del Dio non è un’immagine aurea fuori dalla storia. Al contrario, si contorce di fronte agli assalti della gente che vuole toccarlo, fa le smorfie quando sente la sua libertà compressa, ingrassa per gli eccessi di alcol e cocaina, prova a ritornare in forma, cade ancora. E ancora si rialza.

Il sipario cinematografico cala sull’esclusione da Usa ’94, ma la storia di Maradona continua. Nella morte sfiorata a Punta del Este, in Uruguay, nelle cliniche cubane in cui si disintossica dalla coca e diventa alcolizzato, nel sostegno a Fidel Castro, Chavez, Morales e ai presidenti dell’ondata progressista latinoamericana, nell’avventura da allenatore della selección ai mondiali sudafricani del 2010 finita con la folla che lo acclama all’aeroporto internazionale di Buenos Aires nonostante un poker ricevuto dalla Germania.

Quella storia continua ancora oggi. Da qualche settimana Maradona è tornato nel calcio argentino. Allena il Gimnasia y Esgrima La Plata. Quando ha assunto l’incarico, il Gimnasia era ultimo in classifica. In un giorno solo i suoi soci sono aumentati del 10%. Si racconta che abbiano comprato la tessera anche tifosi del Boca, del River, dell’Independiente, del Racing. Solo per lui, solo per Diego. Qualcuno è sceso in strada a festeggiare con le armi in pugno. Ancora una volta, tanti anni dopo, la gente ha atteso Maradona fuori dallo stadio per accompagnarlo dentro in processione.

In tutte le partite gli occhi degli spettatori e gli obiettivi delle telecamere rimangono incollati alla sua panchina. L’immagine di Diego sventola nelle curve avversarie. Il suo nome è intonato da tutti i settori degli stadi.

In quattro partite il Gimnasia ha perso tre volte. È riuscito a vincere solo nell’ultima, quindici giorni fa. 2 a 4 fuori casa, contro il Godoy Cruz. Nella curva del Godoy c’era un enorme striscione con tre facce: Maradona, Messi e papa Francesco. Il Gimnasia è ancora fanalino di cosa. Ma le vicende del mondo non riguardano il Dio del calcio.