cult

CULT

«Il comunismo, unica costituzione possibile»

Scritte più di trent’anni ma ancora inedite in Italia, le “Venti tesi sul comunismo” di Toni Negri sono state ora pubblicate da manifestolibri in un volume curato da Paolo Do. In questa intervista, che apre l’edizione italiana, si ripercorrono le analisi contenute nel testo alla luce delle trasformazioni dell’attualità

Formulate oltre trent’anni fa, queste Tesi non hanno ancora finito di dire quel che hanno da dire. Scritte nel 1989 in italiano, non sono mai state divulgate in Italia fino ad oggi; sono state pubblicate per la prima volta in inglese nel 1992 e, successivamente, nel 1997 in francese[1].

Sono Tesi potenti che sanciscono come già nell’89 l’operaio sociale si era affermato usando il metodo della tendenza (metodo così marxiano: lo stesso Marx ci dice che ogni legge di sviluppo e della lotta di classe è tendenziale) rendono evidente quella trasformazione sociale del lavoro che oggi è pienamente dispiegata. Potresti dirmi qualcosa sulla loro genesi?

Queste Tesi che oggi vengono pubblicate per la prima volta in italiano sono state scritte alla fine degli anni Ottanta. Sono una sorta di riassunto del discorso da me costruito nelle pieghe dell’operaismo italiano per confrontarmi con compagni francesi, che non avevano nulla a che fare con questa tradizione, incontrati in esilio a Parigi nel 1983. Sono il tentativo, diciamo così, di condividere un linguaggio a me (non a loro) usuale e, da questo punto di vista, hanno un’impronta assai pedagogica. Sono dunque delle Tesi occasionali, se così si può dire, legate alla nuova collocazione politica e teorica nella quale mi sono trovato a far politica dalla metà degli anni Ottanta in Francia, obbligato come ero a confrontarmi con una relativa ignoranza del marxismo italiano e con una certa rigidità di quello francese. All’epoca mi chiedevo come farmi accettare in un ambiente nel quale paradossalmente potevo andar d’accordo con molti intellettuali marxisti parlando di Spinoza (nel 1981 L’anomalia selvaggia era stata tradotta e aveva trovato un’ottima accoglienza in ambiente althusseriano), e non essere d’accordo con nessuno parlando di Marx.

Il taglio di lettura della teoria del valore di Marx che queste Tesi propongono è qualcosa di cui sono profondamente convinto. È il modo in cui ho imparato a leggere i classici, non tanto per confermare fedeltà ideo(filo)logica quanto per aprirmi a una dimensione politica di a-venire. Credo che la lettura di ogni autore rivoluzionario debba essere fatta in questi termini, altrimenti serve a poco. Resto altrettanto profondamente convinto di quanto qui ho scritto sulla teoria del valore. Da questo punto di vista, queste Tesi sono ancora attuali. Si tratta di un’interpretazione che non ha avuto ragione di essere modificata nei suoi punti essenziali, anche se – è la mia impressione – negli anni successivi ho reso più articolata e fluida l’analisi – quando la si confronti alla relativa rigidità di questo scritto. Ho come l’impressione che qui si dia troppo peso all’aspetto teorico: c’è un surplus di teoria rispetto a quello che mi sembra essere la cosa più importante nell’affrontare la teoria del valore, cioè parlarne, discuterla, verificarla sperimentalmente da un punto di vista politico. Forse, questo fu dovuto allo spaesamento che vissi allora nella difficile condizione di emigrato – condizione che tuttavia ha anche prodotto in me notevoli sollecitazioni ed aperture alle novità e disposizione a rimettermi in gioco.

Al di là di queste notazioni soggettive, queste Tesi tracciano, da un punto di vista genealogico, una trasformazione sociale del lavoro, oggi pienamente dispiegata e allora letta attraverso il “metodo della tendenza”. La tendenza in Marx e nel marxismo è sviluppata dalla lotta di classe: non è determinata da necessità o da telos economicisti, ma si forma nello scontro tra capitale e lavoro, tra capitale fisso e variabile, tra padroni e classe operaia. La lettura della tendenza, fatta in queste Tesi, si è rivelata corretta. Tuttavia i cambiamenti sono descritti “con la falce e il martello”, in maniera abbastanza rozza. Rozza, perché all’epoca eravamo ancora nel mezzo della rottura ed io ero assai solo. Resta il fatto che il tempo ha disposto la verità della ricerca.

Ma approfondiamo questo passaggio. Per essere stata colta in un mutamento di fase, la tendenza della trasformazione sociale del lavoro emerge nelle Tesi più che altro come un bagliore, come un’ipotesi costruita all’interno di un momento cruciale. Quando la tendenza si forma dentro la rottura, quando il dispositivo si determina nella crisi, è sempre difficile farli emergere. Oggi l’evidenza della socializzazione dei processi di valorizzazione sembra essere chiara a tutti, ma allora, quando lo si affermava verso la fine degli anni Ottanta, erano ancora molte le obiezioni. Erano riserve non solamente poggiate sull’atteggiamento “reazionario”, anche in senso buono, corporativo, di chi amava l’antico – per così dire; erano anche critiche molto dure, fondate sull’illusione che l’ordinamento industriale potesse tenere, nonostante fosse palese la sua crisi – e così si pensava a un modello che fosse, in qualche maniera, la ripetizione riaggiustata di quello che nella crisi veniva scomparendo.

 

 

Nella Tesi 4 tracci una periodizzazione dello sviluppo capitalistico affermando l’inizio di una “nuova epoca” che ha inizio negli anni immediatamente successivi al 1968. Il “terzo periodo del modo di produzione capitalistico”, come lo chiami, si presenta come quello dell’operaio sociale (che segue quella dell’operaio specializzato e dell’operaio massa). Seguentemente, nella Tesi 10 definisci più nel dettaglio le caratteristiche di questa nuova epoca che affiora tra il 1971 (con l’abbandono dell’aggancio aureo del dollaro e la deregolamentazione globale del capitale) e il 1982 (crisi del debito messicano).  Affermi che il progetto del capitale si sviluppa attraverso: a. la frantumazione della fabbrica; b. l’informatizzazione del sociale; c. la centralità dello Stato-crisi (e cioè di uno Stato che pianifica la crisi); d. la mondializzazione dello sfruttamento, caratterizzata da una integrazione finanziaria mondiale sempre più spinta. A distanza di trent’anni, la descrizione del progetto del capitale che queste tesi descrivono hanno prefigurato il decollo delle politiche neoliberali attuali. All’origine del ciclo neoliberale che viviamo è possibile collocare la centralità del capitale finanziario globale che qui tu hai solamente accennato (Tesi 10). Come la finanza e i processi di finanziarizzazione hanno inverato, accelerato il progetto del capitale che descrivi? Oggi siamo ancora all’interno dell’epoca iniziata con il movimento del ’68 o la crisi globale ha compiuto una rottura di questo tempo storico?

Alla fine degli anni Ottanta non avevo ancora iniziato ad occuparmi del capitale finanziario. Giusto è il tuo riassunto delle conclusioni cui allora, in queste Tesi, ero arrivato. Mancava tuttavia un’analisi approfondita del capitale finanziario. Lo faccio solo più tardi, verso il 1995, quando con Michael Hardt cominciamo a lavorare a Impero. Abbiamo infatti scritto quel libro tra il 1995 e il 1997, ed è questo il periodo in cui ho cominciato a elaborare l’analisi del mondo finanziario all’origine del ciclo neoliberale che viviamo e che diventa effettivamente globale dopo la caduta del muro di Berlino.

È infatti dopo l’89 che la nostra società è diventata globale e la finanza, il web, la moneta, la logistica onnipresenti. Mai il mondo è stato come oggi coeso, legato in profondità, materialmente dal suo interno. Gli ultimi trent’anni hanno visto un’incredibile accelerazione della globalizzazione, cui si è tuttavia accompagnata una frammentazione dello spazio politico in mappe continentali e macro-regionali. È così che oggi siamo costretti a vedere il mondo ed i problemi che si aprono sono enormi: si tratta di capire, per esempio, in che maniera si configuri la sovranità globale (o se non si configuri più) e/o come la “costituzione mista”, che avevamo preso come modello imperiale, si sia trasformata. Se prima si poteva prevalentemente riconoscere la “monarchia” del potere americano, l’“oligarchia” dei grandi paesi e delle multinazionali e il livello democratico delle associazioni non governative fino alle piccole nazioni e ai movimenti, oggi tutto questo è dappertutto mescolato. E rispetto agli USA imperiali di ieri, la Cina oggi erode e modifica l’organizzazione globale dei poteri: di quello militare, di quello finanziario e di quello culturale/informatico. Si intravede comunque un’effettiva combinazione di ruoli e di flussi in un teatro che non è più la geopolitica degli Stati-nazione. Se nelle guerre di un’epoca passata l’uno strappava all’altro del territorio, oggi c’è in ballo il possesso del mondo intero.

Paradossalmente è l’inarrestabile movimento dei migranti che rende evidente come la globalizzazione sia oggi un irreversibile dato di fatto: i migranti non li puoi fermare. Il loro è un movimento incontenibile: vanno da una parte all’altra e non c’è nessuno che possa fermarli (quand’anche sia chiaro che le condizioni del migrare nel Pacifico non sono le stesse che alla frontiera messicana). Questi movimenti fanno parte di un mercato del lavoro globale, poiché la sussunzione reale, al cui interno ci muoviamo, si è realizzata a livello globale. Sicché anche la valorizzazione si dà a livello globale. Eccoci a fronte di un tema di enorme spessore che in queste Tesi, negli anni Ottanta, non poteva essere adeguatamente affrontato.

 

La Tesi 2 descrive le forme della “sussunzione reale” come tendenza del processo capitalistico di produzione a raggiungere “un punto talmente alto di sviluppo” da comprendere “ogni pur piccola frazione della produzione sociale” (Tesi 2). Ancora, nella Tesi 4, descrivi come il postfordismo, inteso come condizione principale della nuova organizzazione sociale del lavoro e di accumulazione, e il postmodernismo sono la forma della sussunzione reale della società nel capitale. Il lavoro, nella crisi della legge del valore, rimane la fonte del valore, ma la crescita della sua dimensione cognitiva permette alla cooperazione produttiva di organizzarsi in modo autonomo rispetto alla direzione del capitalista. Sembra che il lavoro si organizzi sempre di più fuori dall’impresa. Anche Carlo Vercellone scriveva, qualche tempo fa, come sul piano del processo lavorativo sociale, la sussunzione del lavoro al capitale sembra ridiventare principalmente formale[2]. Assistiamo a un ritorno di pratiche di sussunzione sostanzialmente formali, oppure a un approfondimento della sussunzione reale? Ancora, non potrebbe essere necessario rivisitare questo arsenale concettuale in cerca di nuove categorie analitiche complementari a quelle della sussunzione? Come è cambiato – ammesso che sia cambiato – lo sfruttamento della forza lavoro globale?

È chiaro che dopo aver insistito sulle condizioni della globalizzazione, occorre guardare alle sue cause ed agli antagonismi che essa genera e dai quali è generata – altrimenti ci si intrappola nel vicolo cieco dei francofortesi che alla maniera heideggeriana, hanno santificato la sussunzione reale e l’hanno dedicata ad un destino determinista. È qui che va ripresa anche la periodizzazione dei tipi di composizione operaia che tu elenchi nella precedente domanda. Perché ogni composizione esprime una specifica potenza produttiva e una determinata capacità di resistenza. Va comunque fortemente sottolineato che, nella sussunzione del lavoro sotto il capitale, non abbiamo un annullamento della doppia figura della forza-lavoro (che resta comunque da un lato “lavoro vivo”, dall’altro “capitale variabile”), ma piuttosto un’esasperazione di questa situazione di antagonismo.

Queste potenze ed antagonismi, nella fase che ci riguarda – che è quella dell’“operaio sociale” –, si estendono sempre di più sul terreno sociale. Ed è così che si forma la moltitudine di molte, plurime potenze sociali che esprimono valore. Non vedo il vantaggio di riqualificare queste potenze e le loro eventuali coalizioni come momenti di “sussunzione formale” (a fronte di quella “reale”) – tali che interrompano la continuità del processo di estrazione del plusvalore dal flusso produzione/riproduzione/circolazione globale. Non vedo ragione di disseminare la resistenza moltitudinaria se non per mostrare quanto essa possa essere disposta ad una ricomposizione di classe, in termini rivoluzionari (quando eventualmente questa ricomposizione si annunci).

Recentemente, Michael Hardt ed io abbiamo ripreso il tema moltitudine-classe (apice 1): M-C’, definendo la classe sociale come intersezione di classe, genere e razza e dinamica ricompositiva e cooperativa della moltitudine.

Per completare l’osservazione del fatto che non si dia necessità di “formalizzare” (di suddividere fra modi di produzione diversi) la realtà globale definita nella sussunzione reale, si può infine osservare che la finanziarizzazione dei modi di sfruttamento permette di omogeneizzarli in un’operazione “estrattiva” globale. A questo livello della valorizzazione le differenze dei modi di produzione sono tolte e la forma nella quale i differenti prodotti sono dati è unificata. È così che, ai meccanismi di eguagliamento del valore della forza-lavoro attraverso gradi diversi e successivi di astrazione, si sovrappone l’operazione finanziaria di estrazione globale. Lo sfruttamento dunque si dà oggi prevalentemente per estrazione.

 

 

Nelle Tesi, soprattutto dalla Tesi 11 alla Tesi 15, ti soffermi sui processi della lotta di classe e sul concetto di classe come dispositivo capace di seguire, preparare e rafforzare il formarsi della nuova figura politica del lavoro vivo. In queste tesi è presente anche la nozione di moltitudine nella sua polarità antagonistica, cioè come concetto di classe. Come è possibile immaginare oggi una ripresa del concetto di classe e della lotta di classe nella crisi?

Occorre sempre ricordare che, per la realizzazione della globalizzazione da parte capitalista, è stata fondamentale la distruzione della classe operaia classica. Questo passaggio è ben recepito in queste Tesi. Storicamente, esso è stato incarnato dalle esperienze di lotta dell’autonomia operaia negli anni Sessanta e Settanta. Dopo il 1989, si conferma, in maniera definitiva, il processo di “controrivoluzione reazionaria”, iniziato già negli anni Settanta, che ha mutato le figure dello sfruttamento e dato luogo alla moltitudine. La moltitudine è ora la forma nella quale l’operaio sociale si trova a vivere; è negazione della vecchia classe operaia ma è anche il principio di una nuova composizione sociale della classe dei lavoratori. Descrive la condizione di un lavoro sempre più socializzato e intellettualizzato, cognitivo, dove la singolarità del lavoratore in rete sostituisce l’individualità nel lavoro massificato.

Oggi tutto questo è arrivato ad un alto punto di tensione. Riprendendo una serie di questioni sollevate sopra, possiamo senz’altro affermare che sta nascendo una nuova classe lavoratrice. Essa ha attraversato l’inferno degli anni Settanta e Ottanta, e il caos che talora si era stabilito su quel campo aperto è dove la moltitudine faceva le sue prime prove produttive e politiche. Ebbene, dopo il 2011, riappare finalmente una nuova figura, un nuovo soggetto di classe operaia che, se recupera la potenza cooperativa della moltitudine, è anche capace di rompere con quegli aspetti negativi, caotici e oppressivi che sono stati propri della moltitudine nel periodo della sconfitta e della transizione. Il nuovo soggetto di classe operaia si presenta realizzando l’intersezione di classe, di genere e razza, e costruendo sul piano sociale la cooperazione produttiva come modalità indipendente e cosciente. È un processo difficile – la tendenza, di nuovo ci si prova, è qui disposta alla costruzione del “comune”. Queste condizioni aprono la lotta di classe, in forma nuova, alla soggettivazione politica, perché l’avviano alla critica (ed alla negazione) della “mediazione” sociale – come figura unica e necessaria del politico, come sempre è stato definito nella modernità. Qui invece il politico è tessuto con il filo delle passioni collettive e l’accumulazione del desiderio. Il politico, per il nuovo proletariato, non è un contratto, una mediazione, un risultato aritmetico. È, di contro, un dispositivo genealogico, un prodotto autonomo, un tratto geometrico – mai organico ma differenziale e tuttavia compatto, comune.

Sappiamo che la lotta di classe giunge ad un alto livello di soggettivazione passando attraverso lunghi percorsi di emancipazione. Le lotte che si svolgono nel ciclo, non ancora concluso, che segue il 2011, mostrano un grande progresso su questa via. Il rapporto politico soggettivo si è già liberato della leadership; con cautela viene ulteriormente liberandosi di ogni altro ostacolo. Ben scavato vecchia talpa!

 

Prima le lotte, poi lo sviluppo e la trasformazione del capitale. Nella Tesi 12 affermi che «la lotta proletaria e operaia è il vero motore della storia che obbliga l’industria, la natura e la civiltà a modificarsi in maniera complementare alle sue forme di organizzazione e intensità». Sono le lotte a interrompere la congiuntura della crisi, imponendo nel contempo le condizioni per una ristrutturazione complessiva dei rapporti economici e sociali, e aprendo a fasi di radicali mutamenti istituzionali. Si può ancora sostenere questa argomentazione oggi, nella crisi globale? In che modo è possibile ripensare la relazione tra lotte, riforme e ristrutturazione capitalistica?

Sembra in effetti derisoria l’affermazione “prima vengono le lotte” in un’epoca nella quale, per lunghi periodi, sembra assente la lotta di classe. Però, poi, quando la lotta di classe esplode, ci si accorge che essa si svolgeva in maniera sotterranea, invisibile, ma sempre determinante.

Si può obiettare che questo è vero per singoli episodi ed in spazi determinati – ma che non è vero come “legge” storica, a fronte, ad esempio, della complessità dello sviluppo globale del capitale. Ma chi mai pretende di qualificare come “legge” la sequenza “lotta-sviluppo”? È un’“ipotesi”, un’ipotesi “forte”, e resta tale dopo un paio di secoli nei quali se n’è sperimentata l’effettività. Il nostro punto di vista tiene per ferma questa relativa precarietà e se ne giova nell’insistere sulle sfaccettature e i mille imprevisti che ostacolano la tendenza. Un’ipotesi che continua ad essere verificata, rappresenta una verità scientifica.

Si potrebbe tuttavia, in assenza esplicita di lotta di classe, aggirare la questione (in realtà riproponendola) insistendo – ad esempio – sulla nuova ontologia del rapporto di capitale: quella rilevata dalle contraddizioni che discendono dall’altissimo grado di soggettivazione della produzione, gestita e controllata da algoritmi; oppure quella mostrata dalle contraddizioni che scuotono la dipendenza che le strutture istituzionali della ricerca subiscono dalle apparecchiature di comando del capitale; o quella determinata dalla pressione delle istituzioni del Welfare sul ciclo complessivo di capitale. Ma appunto di un aggiramento si sarebbe trattato – che cosa è rivelato infatti in ciascuno di questi casi? La preponderante presenza, in ogni consistenza o flusso produttivi, come in ogni contraddizione ontologica, di una “minoranza” di soggettivazione proletaria che è contraria, ma al tempo stesso necessaria, al funzionamento del capitale. Un funzionamento che è sempre (e non può essere altro che) una decisione di comando sopra e contro le resistenze che sono la materia prima dello sviluppo, la soggettività di quelle “minoranze” di cui parlavamo (nel nostro caso i cervelli, il cervello collettivo, il General Intellect). In realtà, soggettivazione, resistenza e lotte sono termini che la “minoranza attiva” comprende e che si susseguono o si sostituiscono nella sequenza produttiva/progressiva “lotta-sviluppo”.

Se dopo aver aggirato la questione riprendiamo il filo del nostro discorso, ci ritroviamo nel ciclo apertosi nel 2010-2011, dove, se alla formula lotta/ristrutturazione è dato poco spazio, ciò deriva semplicemente dal fatto che la sequenza (a questo livello della crisi del neoliberalismo) è toppata dal movimento congiunto della crisi del saggio di profitto e della potenza della classe operaia socializzata. Qui si può davvero dire che il ciclo ’68 sia giunto al limite ed una nuova epoca sia segnata da queste nuove condizioni della lotta di classe.

 

In queste Tesi, in particolare dalla Tesi 16 alla Tesi 20, insisti sull’organizzazione politica del proletariato e sull’autovalorizzazione, l’autorganizazione; sulla destabilizazione e la destrutturazione del nemico, la decostruzione dell’avversario e la costruzione di autonome istituzioni del contropotere, oltre che sulla passione dell’insurrezione. Del «rovesciamento della prassi e dell’organizzazione politica del proletariato» sottolinei con forza la labile divisione tra il sociale e il politico, così come la capacità delle lotte di dislocare le rivendicazioni economiche su un terreno politico, coinvolgendo l’intera società.  Ancora, interroghi la questione della rappresentanza, della delega politica.

Si sente l’eco delle lotte degli anni Sessanta e Settanta anzitutto, ma anche del ciclo delle lotte in Francia dopo la crisi dell’83-84 in corrispondenza della ripresa economica, e di quelle dell’86. Oggi, in Francia ci sono i gilets jaunes che si propongono come “classe sociale”, e che recentemente hai analizzato impiegando la nozione di contropotere[3]. La nozione di contropotere è ancora attuale? Destabilizzazione e destrutturazione sono categorie ancora utili? E i Soviet sono ancora attuali?

Queste Tesi descrivono assai bene come produzione e riproduzione siano state socialmente ricongiunte dentro il processo di valorizzazione. Qui si era fermata l’analisi, alla fine degli anni Ottanta. Oggi possiamo tranquillamente avanzare e cogliere in maniera positiva, affermativa, il movimento dei soggetti entro questo rapporto.

 

 

Ma facciamo ordine. Negli anni Settanta e Ottanta la discussione e la divisione su “destrutturazione e destabilizzazione” corrispondeva al doppio movimento di respirazione delle lotte operaie – alla doppia forma delle lotte sindacali e politiche, contro il padrone e contro lo Stato. Come tali le lotte sono ancora teorizzate in queste Tesi, e questo schema è estratto direttamente dalla riflessione sugli anni Settanta, condotta ad esempio in Dominio e sabotaggio. È chiaro che, nella globalizzazione, quelle due tensioni della lotta di classe assottigliano la loro diversità e tendono ad omogeneizzarsi: la destabilizzazione verrà sempre più a corrispondere alla destrutturazione quando i modi di produzione corrispondono con i modi di vita e le lotte, conseguentemente, destrutturano il passato, meglio, lo destabilizzano riconoscendolo come regime presente delle istituzioni del dominio. Anche dal punto di vista capitalista, del resto, quella differenza scompare, quando il governo diviene governance ed è sul continuum biopolitico che quest’ultima mette in atto la sua forza di organizzazione e di controllo.

Il passaggio tra queste Tesi e l’oggi è rappresentato dal fatto che esse (parzialmente ma effettivamente) vissero sul livello teorico, mentre adesso abbiamo la possibilità di verificarle e di agirle politicamente. Di qui si propone l’urgenza di interrogarsi sulla delega politica, sulla rappresentanza e sull’assetto istituzionale del capitalismo globale oggi, per misurarne la crisi.

La storia del movimento dal principio del secolo XXI ad oggi non è stata altro che un continuo sollevarsi di marosi in tempesta contro le istituzioni della rappresentanza. Certo, non abbiamo ancora sperimentato un definitivo tsunami distruttivo di quel fondamento archeologico del politico – ma la continuità degli attacchi fa ben sperare.

In questo contesto infatti il tema della democrazia diretta, ovvero dell’“estinzione dello Stato” attraverso l’azione di un movimento non-sovrano, è di grande attualità. Parlare di democrazia diretta significa, anzitutto, iniziare a ragionare del potere senza la necessità di ricorrere alle categorie politiche della modernità. Nella modernità “democrazia diretta” è non-senso. La democrazia è una forma del governo – della statualità –, il potere è trascendente: fra Hobbes e Rousseau su questo terreno non c’è differenza. Per noi, invece, democrazia diretta significa esigere potere, riafferrarlo, riappropriarsene. Non è possibile la democrazia né la vita civile in società né una comune convivenza produttiva (sono tutti termini interscambiabili) se non fondiamo il potere su noi stessi, se non lo strappiamo a un “loro”, se non distruggiamo l’autonomia sovrana, l’indipendenza del suo concetto, quelle presunte e quella reale.

In questa fase della trasformazione capitalista e delle tensioni che conseguentemente si aprono con il “lavoro vivo”, un altro passo in avanti è necessario. Esso consiste nel riconoscere che, sul terreno post-industriale, caratterizzato dalla sovrapposizione funzionale di capitale e Stato, ogni figura dello Stato definita nei termini dell’“autonomia del politico” (la sovranità ed il governo istallati in questo spazio) subisce un’implacabile tendenza distruttiva. In questo senso tutte le categorie politiche della modernità vengono meno. Tre in particolare: sovranità, proprietà, patriarcato. Nella modernità, esse sono proposte come categorie del “diritto naturale”, fondate cioè su una determinazione metafisica della natura umana e come tali rilegittimate dallo/nello Stato. Ora, nella post-modernità, esse valgono ancora a bloccare il desiderio di riprendersi la politica, di sviluppare una pulsione democratica radicale. Ma risultano repellenti.

Quanto a “non-sovrano”, significa un comportamento politico che non si ritiene condizionato né si adegua né lavora per costruire mediazioni fra il soggetto e i soggetti, fra la soggettivazione e il “noi” costitutivo del politico. La natura politica del soggetto comune è incondizionata.

 

Nel 1989, anno che segna la fine del socialismo, tu apri con forza la possibilità del comunismo, riapri la storia. Per Marx, il comunismo è quel movimento reale che abolisce lo stato delle cose presenti, che nasce dall’antagonismo di classe, dal rifiuto del lavoro e della sua organizzazione. Mentre il socialismo non è altro che una delle forme di gestione capitalistica dell’economia e del potere, il comunismo è invece una forma di democrazia economica e politica radicale, materia di libertà.

Anche nella Tesi 20 insisti sulla indistinzione tra politico e sociale, e sulla dimensione costituente delle lotte (Tesi 19), dove la costituzione politica si dà come investimento sul sociale. Affermi che «il comunismo è oggi l’unica costituzione possibile in rapporto allo sviluppo del modo di produzione e nella necessità del suo svelamento».

Nell’indistinzione del produrre e del riprodurre, tra terreno economico e quello politico che caratterizza il cambiamento d’epoca che abbiamo vissuto e che continuiamo a vivere, dentro quell’opacità che è propria dei momenti di transizione, il movimento di classe ha cominciato a rivendicare non più semplicemente un salario, ma un salario equo, nella globalità, in parallelo con il pieno recupero dei meccanismi della rappresentanza democratica. La capacità di combinare il tema del salario e quello della democrazia diretta è il terreno della lotta di classe dei comunisti. Nella tendenza? I gilets jaunes, ad esempio, rispondono affermativamente. La riappropriazione della democrazia non si dà più come una forma di governo dell’Uno nelle sue tradizionali forme – l’uno monarchico, l’uno oligarchico o l’uno democratico – ma come “i molti che decidono”. Senza essere condizionati da alcuna trascendenza.

Il movimento destituente di ogni trasformazione rivoluzionaria a-venire, non potrà che consistere nell’implacabile distruzione di ogni segno di sovranità, di proprietà e di patriarcato. La dimensione costituente risiede invece nella costruzione di istituzioni del comune nelle forme della democrazia diretta.

Nulla di tutto questo era chiaramente proposto nelle Tesi che abbiamo fra le mani. Su molti di questi temi sono avanzato, spesso con Michael Hardt, altre volte da solo, nei lavori discussi e pubblicati nei venticinque anni abbondanti che ci separano ormai da queste Tesi – soprattutto quando ho ragionato su Lenin, sui Soviet, e sul potere costituente.

Che dire per concludere? Semplicemente che queste Tesi sono rimaste alla base del lavoro fatto in questo ultimo lungo periodo della mia vita. Ho sempre cercato di fare in modo che il mio lavoro corrispondesse a quanto i movimenti costruivano – fuori dalle biblioteche e dalle discussioni teoriche alle quali la vecchiaia mi confina, escludendomi dalle piazze nelle quali avevo vissuto lottando per molti anni. Sono stato comunque fortunato. Il mio lavoro è cresciuto, a partire da Impero nel 2000, a diretto contatto con le lotte. Ed ora, avendo largamente superato gli 80 anni vedo dalla mia finestra i gilets jaunes – tipo ideale della più recente trasformazione della composizione del “lavoro vivo” in lotta – portare nelle strade idee alla cui produzione ho partecipato. Sono orgoglioso che la fortuna mi abbia ancora una volta dato una mano: democrazia diretta, comunismo, estinzione dello Stato, Soviet… non vi sembrano soggetti virtuosi per la riflessione di un pensionato?

 

Antonio Negri, Venti tesi sul comunismo, a cura di Paolo Do, Manifestilibri, pag. 100, euro 10

Foto di copertina di Tano D’Amico

 

[1] La prima pubblicazione in inglese è del 1992 nella rivista statunitense Polygraph numero 5 con il titolo “Twenty Theses on Marx: Interpretation of the Class Situation Today”, tradotte da Michael Hardt (Duke university press, Durham, pp. 136-70). Sempre nel 1992 appaiono con il titolo “Interpretation of the Class Situation Today: Methodological Aspects” in Theory and Practice, il secondo volume di Open Marxism edito da Werner Bonefeld, Richard Gunn e Kosmas Psychopedis (Pluto Press, Londra, pp. 69-105). Nel 1997 sono state pubblicate con il titolo “Vingt thèses sur Marx” nel secondo volume Marx après le marxisme di Futur antérieur curato da Michel Vakaloulis e Jean-Marie Vincent (L’Harmattan, Parigi, pp. 333-372).

[2] Laurent Baronian, Carlo Vercellone (2013), Moneta del comune e reddito sociale garantito (http://www.uninomade.org/moneta-del-comune-e-reddito-sociale-garantito).

[3] Toni Negri (2019) Lotte di classe. Cronache francesi, in AAVV “Gilets Jaunes”, Roma, Manifestolibri.