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Alberto Prunetti, non riconciliato

Intervista con lo scrittore e traduttore working class, autore di “Non è un pranzo di gala” (minimum fax, 2022), libro sullo stato dell’arte del filone della letteratura della e sulla classe lavoratrice – di certo non di nicchia, anzi, da Nobel. Per resistere all’etnocentrismo cetomedista e non trasformarsi in bravi ragazzi che ce l’hanno fatta

«Uno spettro si aggira nel mondo dell’editoria tra le due sponde dell’Atlantico, turbando i sogni di chi aveva proclamato che la classe operaia non esiste più, che neanche la società esiste e che a tutta questa merda non c’è alternativa. Questo spettro, evocato di tanto in tanto, continua a battere colpi e la sua presenza inizia a manifestarsi nel campo letterario, nell’industria editoriale, nella critica dello stato dell’arte». Così dà il via alla sua indagine sulla letteratura working class Alberto Prunetti, autore di romanzi, traduttore e direttore della collana Working Class di Edizioni Alegre.

Un autore da sempre con il naso fuori dal (piccolo) mondo dell’editoria italiana che, dopo la sua trilogia — Amianto (Alegre, 2014), 108 metri (Laterza, 2018) e Nel girone dei bestemmiatori (Laterza, 2021) — nel suo ultimo testo Non è un pranzo di gala (minimum fax, 2022) passa a una riflessione più teorica sul filone che, soprattutto all’estero, sta collezionando una serie di premi e successi letterari. C’è Shuggie Bain dello scozzese Stuart Douglas che nel 2020 si è aggiudicato il Booker Prize — ma che prima di essere pubblicato è stato respinto 44 volte; Maid della statunitense Stephanie Land, riadattato per l’omonima serie Netflix e poi divenuto best-seller; Alla linea del francese Joseph Ponthus, pubblicato da poco da Bompiani, che in Francia è diventato un caso editoriale con diverse ristampe e numerosissimi premi vinti. E in ultimo, non certo per importanza, l’assegnazione del Nobel per la Letteratura ad Annie Ernaux, un’autrice con background working class che nella sua scrittura, per usare le parole dell’Accademia di Svezia, «esamina una vita segnata da forti disparità di genere, lingua e classe». 

Nel saggio Non è un pranzo di gala, che è anche pamphlet, memoir e analisi critica, Prunetti non si limita a fornire un excursus sulla letteratura working class. In diversi capitoli si rivolge direttamente alle aspiranti autrici e autori di classe lavoratrice, mettendo a disposizione una cassetta degli attrezzi per affinare la propria scrittura — proprio come si farebbe con gli arnesi in un’officina — e alcuni consigli utili ad aprirsi un sentiero nell’industria editoriale. Perché «la classe lavoratrice è esclusa dal mondo culturale», mi spiega al telefono Prunetti, che mi risponde dalla sua casa nella campagna toscana. È domenica sera e tra poco tornerà a casa sua figlia. Ci siamo dati un’oretta, ma abbiamo già passato dieci minuti a chiacchierare delle nostre esperienze di lavoro in Inghilterra. 

«Le persone working class in Italia sono etichettate come “quelle che non leggono un libro all’anno”, che non vanno ai festival letterari più smart, ma che, dico io, hanno tutte le ragioni per leggere poco. Perché in Italia si pubblicano storie che, per quanto belle — non è quello il problema — spesso sono lontane dal vissuto delle persone comuni, ordinarie, che si sentono poco rappresentate e tutt’altro che invogliate a leggere». Ma non arrivano neanche mai a pubblicare, «perché per farlo ti serve quello che Bourdieu chiama capitale culturale: non solo devi sapere come fare a scrivere, ma devi anche avere relazioni e contatti che ti permettano di arrivare ai vertici dell’editoria». 

Ci sono delle eccezioni, ovviamente: «ma vanno a finire nel tritacarne della piccola editoria, rimangono appannaggio di piccole nicchie, mentre i libri delle grandi case editrici godono di passaggi televisivi e circuiti affermati. Fondamentalmente in Italia non riusciamo a sfondare con opere working class perché abbiamo un problema nell’usare la parola con la cclasse, e la grande editoria fatica a pubblicare opere che lo fanno». 

Oltre che agli aspiranti scrittori, il libro parla alle persone con un retroterra proletario che sono riuscite, magari sgomitando, a entrare a lavorare nell’industria editoriale: ai traduttori, ai redattori, agli editor, ai correttori di bozze che fanno vite che «sono più simili a quelle dei lavoratori della Gkn che a quelle dei partecipanti a una scuola privata di specializzazione editoriale». Purtroppo in Italia non sappiamo quante siano, «perché non è stato fatto un censimento, a differenza della Gran Bretagna dove sappiamo che il 12,6% delle persone che lavorano nell’industria editoriale sono di background working class». A loro Prunetti manda un invito: «uscire dall’armadio, prendere consapevolezza e rivendicare le proprie origini, non nascondere se loro padre lavorava come ferroviere o saldatore». 

Ma non è così semplice. Anche se in Gran Bretagna l’industria culturale è più incline a pubblicare storie che parlano di classe, questo non vuol dire che la strada sia spianata. «Adesso c’è una serie di libri di donne working class che parlano di abusi sessuali, ma così sembra che se sei una donna working class tu debba parlare solo di quello — o, peggio, che gli abusi avvengano solo nelle classi più basse — così come se sei nero ti spingono a scrivere solo del tuo essere nero e non della tua classe. Al festival di scritture working class di Bristol uno scrittore mi ha raccontato che un suo amico nero e proletario aveva scritto un libro bellissimo, ma non riusciva a pubblicarlo perché gli editori gli dicevano che non c’era abbastanza blackness. Insomma, se sei nero scrivi di blackness, se sei donna scrivi di questioni di genere, se sei donna working class scrivi di abusi sessuali. Ti incasellano ed è difficile uscirne».

Gli chiedo di parlarmi della sua esperienza di autore working class alla ricerca di un editore per i suoi libri. Anche 108 metri gli era stato rifiutato, per ben 15 volte. «Quando io proponevo Amianto, un libro sulla storia di un operaio morto per un tumore, mi dicevano che l’ufficio marketing non dava buoni segnali. Le grandi case editrici neanche mi rispondevano alle mail. E nonostante poi di Amianto si sia parlato molto, è stato comunque difficile trovare un editore per 108 metri. Mi dicevano che nel libro c’era troppa rabbia e il personaggio non evolveva. Ma l’idea che un personaggio evolva e trasformi le proprie condizioni sociali è proprio un’idea middle class: le storie working class sono storie di ordinarietà in cui tu ti trovi ad affrontare un’enorme quantità di merda e oggi è peggio di ieri. E invece per essere accettato dalla grande editoria devi riconciliarti con le cose, trasformare la realtà o trasformarti in un bravo ragazzo che ce l’ha fatta. Devi diventare come loro, trovare una sponda nella classe media. Questo io non lo voglio fare e i migliori autori working class non lo fanno».     

Fondamentale nell’analisi di Prunetti è la figura del transfuga di classe, a cui è dedicato il quinto capitolo. Secondo l’autore, se nell’immaginario comune scrivere libri o dedicarsi alla cultura è una prerogativa borghese, questo succede perché bisogna cambiare quell’immaginario in cui anche chi pubblica, edita e traduce libri può farlo senza sentire di dover abbandonare la propria classe. Un passaggio che spesso viene vissuto come uno strappo o percepito come un tradimento e che obbliga i figli della classe lavoratrice a essere degli outsider ovunque vadano: non abbastanza operai per restare working class, non abbastanza titolati per entrare nella borghesia. A questo proposito ci vengono in aiuto le parole di Mark Fisher, che in Scegli le tue armi. Scritti sulla musica. K-punk vol.3 (minimum fax, 2021) parla di quel paradosso «con cui si scontrano tutti gli individui ambiziosi di origine operaia, e cioè l’impossibilità di raggiungere il successo in quanto proletari. Se rimani al tuo posto e continui a parlare la lingua dei tuoi genitori, resti una nullità. Se scali la china sociale e impari a parlare la lingua dei padroni, allora puoi diventare qualcuno, ma soltanto a prezzo di cancellare le tue origini: il successo non consiste forse proprio in questa cancellazione? (“Sei capace di mettere insieme una frase, tesoro, com’è possibile che tu venga da una famiglia operaia?”)».

Della cancellazione evocata da Fisher sono piene le pagine di molte opere working class costruite attorno alla figura del transfuga di classe. Pensiamo a uno dei best seller italiani più letti e amati degli ultimi anni: L’amica geniale di Ferrante, intrappolato nell’etichetta di romanzo rosa ma che è in realtà «una potentissima saga working class», come ha spiegato Giusi Palomba su Valigia Blu. Prunetti guarda con sospetto a questo motivo letterario, perché a suo dire «è molto utile alla classe media. Non li mette in discussione, alimenta il loro compiaciuto senso di superiorità, perché possono leggerti da una condizione di comfort e dire: “guarda questi poveracci quanto sono brutti, ma quando li facciamo studiare diventano come noi”. La borghesia ha le chiavi dell’industria editoriale, così come quelle delle forme narrative con cui nell’industria editoriale si pubblicano romanzi, e noi ci troviamo ai margini e spesso per pubblicare dobbiamo metterci nella posizione del bravo ragazzo che vuole diventare un transfuga di classe. Solo così possiamo raccontare le nostre storie popolari, titillando allo stesso tempo il lettore borghese sul fatto che lui è una persona così buona che ci ascolta e ci legge. E questa cosa mi sta antipatica».

Si torna quindi al loop concettuale di cui parlavamo prima: se sei working class devi parlare di abusi, traumi, identità e povertà, oppure di fughe di classe. «Il frame è quello che vuole gli operai abbrutiti, rozzi, razzisti, omofobi e sessisti, mentre nella classe media sono tutte persone illuminate e rispettose delle differenze. E invece gli abusi sessuali si trovano in ogni famiglia e classe sociale, ma le persone di classe media possono curare i loro traumi privatamente con uno psicoterapeuta e poi scrivere libri sul giardinaggio e le vacanze in Normandia, mentre ai poveracci tocca esibire le proprie ferite di classe, che va benissimo perché è un atto di affermazione, ma nel momento in cui lo pretendono ti ingabbiano». 

Eppure ci sono autrici e autori che sono consapevoli di questo rischio e fanno tutto il possibile per non essere fraintesi e sfuggire dalla narrazione che li vede vittime o “bravi ragazzi che ce l’hanno fatta”. È il caso di D Hunter con Tute, traumi e traditori di classe (Alegre, 2022), scritto proprio con l’obiettivo di distruggere la narrazione che lo voleva presentare, dopo la pubblicazione del suo primo libro (Chav, Alegre, 2020), come un cattivo ragazzo che diventa un brav’uomo grazie ai libri letti in carcere. Tutto questo nonostante in Chav affermasse esplicitamente di non essere diventato una persona migliore, ma di aver semplicemente avuto la possibilità di vivere in un contesto diverso da quello di origine, dove aveva potuto ammorbidire i suoi tratti più duri. «Il rischio è che tu scriva un’opera ottima, ma che questa venga letta come un libro vittimario. Come quando presentavo Amianto e mi davano una pacca sulla spalla. Il problema è che tu pensi di aver fatto le cose per bene e poi passi per quello che ha subito gli abusi. Il fatto è che raccontare in narrativa questa oppressione non è semplice e per imparare a farlo bene serve tempo, cosa che gli scrittori working class non hanno perché lavorano tutto il giorno». 

C’è poi il rischio di fare un racconto ombelicale: «Ora è diventato un trend scrivere memoir e biofiction, proiettare te stesso dentro al testo. Questo di per sé non è sbagliato, ma è l’atteggiamento con cui lo fai che è importante: quando io uso la prima persona non lo faccio per narcisismo, ma per asserire un senso di responsabilità sulle cose che dico. Il motivo per cui tanta letteratura sul precariato non è narrativa working class è che c’è sì il tema del lavoro, c’è sì il personaggio che parla di se stesso, ma mancano i compagni. Parlano della loro sfiga personale ma non dei lavoratori. La coralità invece deve poter emergere, utilizzando la propria storia per poter parlare degli altri. Altrimenti il rischio è di dare in pasto dosi di te stesso. Quando lo fa Carrère, che ha la penna che regge, va bene, ma quando non hai le sue capacità vedi questo io ipertrofico borghese fighetto che un po’ ti scassa i maroni».

È già passata un’ora. Dall’altro capo del telefono sento la porta aprirsi, è tornata sua figlia. Prunetti si interrompe per dirle di iniziare a fare i compiti di matematica. Abbiamo altri cinque minuti. Gli chiedo di raccontarmi del suo lavoro come direttore della collana Working Class, che oltre ad aver portato in Italia i libri di D. Hunter, ha recentemente ripubblicato il romanzo dell’operaio pugliese Tommaso Di Ciaula, Tuta blu, dato alle stampe nel 1978 nella collana dei Franchi Narratori curata da Nanni Balestrini e Aldo Tagliaferri. «Questo lavoro mi permette di esplorare zone di una working class diversa da quella classe operaia in cui sono stato socializzato io, che poi era una aristocrazia operaia. Penso appunto ai lumpen, alle donne migranti impiegate nella cura, alla nuova classe lavoratrice dell’agroindustriale e della logistica, composta da lavoratori razzializzati. Insomma, la classe lavoratrice è una realtà composita e frammentata e non posso pretendere di raccontarla tutta io. Farei appropriazione culturale».

Gli chiedo infine: qual è il sassolino più grande che ti sei tolto con questo libro, e se dovessi scegliere un solo messaggio da far arrivare ai tuoi lettori borghesi quale sarebbe? «Quanto al pubblico borghese dei miei libri, posso dire tranquillamente che mi fa molto piacere se mi leggono. L’importante è che si rendano conto della propria collocazione, dei propri privilegi, che possano pensare a mondi e immaginari diversi dal loro. Vorrei che invece di commuoversi sulle vite dei poveri, si facessero qualche domanda su un sistema che ad alcuni spiana la strada e ad altri rende anche impossibile leggere una pagina di un libro dopo tante ore di lavoro disumano. Quanto all’industria editoriale, il problema di fondo è quello dell’esclusione delle persone di classe lavoratrice dalle case editrici, soprattutto dai piani alti. Questo porta al rifiuto delle storie di classe operaia e a una sorta di etnocentrismo cetomedista che alimenta lettori simili a quelli di chi lavora nell’editoria. Chi non legge non è una persona schifosa, come sembra a volte trasparire in certi commenti: è soltanto una persona che non si riconosce nelle storie che si pubblicano».

Immagine di copertina: punte di trapano (publicdomainpictures.net)

Nell’articolo: la copertina del nuovo libro di Alberto Prunetti, e un suo ritratto