approfondimenti

ITALIA

Una mattina al picchetto con Sudd Cobas

Come un sindacato costruito dal basso sta aiutando lә operaiә nella lotta per un lavoro dignitoso. Un racconto in prima persona dalla vertenza Acca

Da un paio di giorni lo scirocco spingeva le polveri del Sahara sulla penisola, l’aria scintillava di una luce lattiginosa e le temperature superavano di nuovo i trentacinque gradi. Sempre meglio delle tormente che allagano l’asfalto, con l’acqua che da sotto entra nei gazebo e ammolla ogni cosa: materassi, coperte, provviste, vestiti, libri… Quando si sente arrivare la tempesta, bisogna correre, subito. Ficcare tutto ciò che si può in macchina, chiudersi dentro e aspettare che passi. Poi uscire e lentamente smontare, stendere sotto al sole quel che rimane e aspettare. Aspettare davanti al magazzino Acca srl di Campi Bisenzio (Fi), per bloccare i cancelli e impedire l’ingresso e l’uscita dei capi d’abbigliamento che da lì vanno in tutta Europa.

È così che va avanti dal 21 giugno: ogni giorno, ogni notte, in ogni momento, quei due gazebo sono abitati da attivistә e operaiә che sorvegliano chi entra e chi esce. È così che abbiamo trovato, la mattina del 28 agosto, sdraiatә sulle brandine e sui materassi, lә attivistә e lә operaiә iscrittә al Sudd – Sindacato Unione Democrazia Dignità.

Erano là per difendere il loro lavoro, minacciato dalle continue manovre illegali dei vertici di Acca, azienda a conduzione cinese che, da anni, sfrutta, minaccia e percuote lә novantacinque operaiә dipendenti, la maggior parte di origine pakistana e bangladese.

I picchetti ai cancelli di Acca andavano avanti a oltranza da settanta giorni in quattro località della piana fiorentina: Seano (Po), Agliana (Pt), Osmannoro (Fi) e Campi Bisenzio. La resistenza alla violenza dei «padroni» dell’azienda ha avuto inizio nel 2023, quando lә operaiә hanno cominciato a sindacalizzarsi e a chiedere un contratto di lavoro legale, che rispettasse i turni di otto ore per cinque giorni a settimana contro le dodici ore sottopagate sette giorni su sette, regime di lavoro a cui erano fino ad allora sottoposti. I capi non ci stavano, lә hanno seguiti sotto casa alla sera; con le mazze hanno spaccato le auto, le bici, lә hanno intidimiditә. Il sindacato ha risposto così: lә attivistә si sono organizzatә per accompagnare personalmente lә operaiә in macchina. I padroni, vedendo le macchine con lә italianә, hanno fatto cessare gli attacchi; poco dopo, lә lavoratorә hanno ottenuto il contratto otto per cinque. Grande vittoria.

Nel 2025 l’azienda è uscita vincente dalla «guerra delle grucce», il conflitto dal carattere mafioso combattuto a colpi di pacchi incendiari e spranghe fra le aziende del territorio per assicurarsi le commesse dalle grandi aziende di moda. In tutto ciò, Acca si trova sotto custodia giudiziaria per presunta frode fiscale ai danni dello Stato per tasse e contributi non pagati pari a 71 milioni di euro.

È in questo clima che, a giugno, sindacato e operaiә hanno fiutato la manovra decisiva: l’azienda stava progettando di chiudere il magazzino per riaprire altrove sotto un altro nome, licenziare gli iscritti al sindacato e assumere lavoratorә nuovә, ripartendo da zero, secondo l’ormai nota (e illegale) strategia del «chiudi e riapri». È per bloccare questa operazione che il 21 giugno scorso è scattato lo sciopero.

Due giorni dopo, il 23 giugno, l’assalto al presidio di Seano. La mattina avevano già investito un operaio che impediva il carico della merce destinata ai pronto moda, finito in pronto soccorso. Nel pomeriggio sono arrivatә davanti al magazzino di Seano: circa duecentocinquanta persone scese dai furgoni bianchi, alcune armate di mazze e bastoni, per rompere il blocco e riaprire il lavoro. Non operaiә, ma imprenditorә dei pronto moda e caporali. A sostituire lә lavoratorә in sciopero dentro il magazzino, denuncia il sindacato, erano i padroni stessi. Vengono presә alla sprovvista anche lә pochә agenti che si trovavano già là: negli scontri restano feritә cinque agenti, tre imprenditori vengono arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Se ne vanno solo dopo aver distrutto i gazebo. La voce si sparge in fretta: in poche ore arrivano trecento persone e partono scioperi di solidarietà in decine di aziende del distretto.

All’alba del 3 luglio, le forze dell’ordine si presentano al picchetto di Seano con ordine di sgombero e decreto di sequestro preventivo della merce, disposto dalla Procura di Prato. L’abbigliamento doveva partire subito: stavano iniziando i saldi. Operaiә e attivistә vengono trascinatә sull’asfalto e caricatә su un pullman diretto in questura. «Trattati come criminali mentre lottiamo contro la mafia, lo sfruttamento e l’illegalità», dirà il coordinatore Luca Toscano, ricordando che la stessa solerzia non c’era stata quando lә operaiә venivano sprangatә sotto casa per aver chiesto un contratto. Il giorno dopo lә agenti si sono ripresentatә davanti ai gazebo prontamente rimessi in piedi: «Ragazzi, avete bisogno di qualcosa?»

A introdurre questa storia è E., una ragazza poco più che ventenne. Ci ha accolto con un sorriso e una stretta di mano dalla brandina piazzata all’ombra, fuori dal gazebo bianco. Le spalle arrossate dal sole, fumava un drum. Fumavano tutti il drum, uno dopo l’altro: «Che vuoi fare se no?»

«È difficile non pensare che sarebbe meglio che chiudesse, questa fabbrica», ci ha confessato. Ma se andasse così, gli operai perderebbero il lavoro. Bisogna quindi che i tavoli delle trattative, promossi e mediati dalla Provincia di Prato e avviati proprio qualche giorno prima dopo una inaspettata chiamata della dirigente, vadano bene.

Proprio mentre stavamo parlando avveniva l’incontro, erano tuttә ottimistә. E., da due anni e mezzo attivista nel Sudd, si è fatta tutto lo sciopero contro Acca. Questo significa dormire in strada nel gazebo, una notte sì e una no. Tornare a casa, farsi la doccia, mangiare, rientrare nel gazebo. Significa attuare quello che ormai è il motto del sindacato: «devi durare un secondo in più di loro». Le ho chiesto se non sia difficile fare questo tipo di vita. Lo è, a volte lo stress è molto forte, «ma per me il sindacato sta qua», mi ha risposto alzando la mano sopra la testa.

Dopo l’assalto e lo sgombero la reazione è stata immediata. Attivistә e operaiә hanno fatto leva sulla «rabbia buona e sana» e «gli hanno fatto il culo, iniziando a dargliene secche a diritto, trovando i carichi illegali e i magazzini dove spostavano il lavoro, come questo». Queste parole sono di S., poco più grande di E., da due anni nel sindacato, si barcamena fra l’attivismo, il lavoro come assistente a una persona con disabilità e tutto il resto. Al telefono fumava un drum organizzando turni e spostamenti. Le ho chiesto se occupava una posizione particolare nel sindacato. «No, non esistono posizioni particolari», ha risposto, «o una organizzazione verticale, siamo tutti sullo stesso piano, tutti con le stesse responsabilità». Ci sono però quattro persone che sono dentro da più di tuttә e che sono un po’ la faccia del sindacato, oltre a seguire in prima persona le trattative.

Sono proteste che non potrebbero avvenire in Pakistan, ci ha spiegato Sa., che ha vissuto in altri cinque Paesi ma in Italia si trova benissimo e non se ne andrebbe mai. Era lì da giugno, tornava quando poteva a casa a lavarsi e a prendere acqua e ghiaccio, come le altrә. «Loro sono la nostra forza», ci hanno spiegato lә attivistә. È proprio così, mi sono detto, si aiutano reciprocamente. Lә attivistә ricevono qualcosa di molto prezioso, una comunità e qualcosa che dà valore alla vita, qualcosa per cui lottare, un significato.

L’ottimismo che si respirava quel giorno si è rivelato ben riposto. La sera successiva era un venerdì; avevo ritrovato i «compagni» in sciopero all’assemblea congiunta fra il movimento Insorgiamo, che da cinque anni occupa la fabbrica GKN a Campi Bisenzio, promuovendone la riconversione ecologica, e Sudd Cobas.

La notizia era arrivata proprio quella sera: l’accordo per il reintegro immediato di sessanta operaiә era stato raggiunto, con la promessa di riassumere i restanti appena possibile.

Dopo una settimana di trattative serrate, era stato individuato un nuovo soggetto disposto a investire nella logistica, Held srl, e disposto a riassumere lә operaiә senza soluzione di continuità, mantenendo contratti e diritti conquistati negli anni di lotta.

Era una serata di festa: si ballava e, chi poteva, beveva; lә altrә, come sempre, fumavano.

Tutte le foto sono dell’autore

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