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Intervista a Brigitte Vasallo: quel che rimane nella memoria

Brigitte Vasallo scrive del potere della memoria e dei modi in cui questa ordina le nostre vite. È scrittrice, saggista e attivista; i suoi libri hanno dato vita a dibattiti che hanno attraversato il mondo. Il suo pensiero ha interagito in modo particolare con i dibattiti sugli affetti, sulle migrazioni e sulle trasformazioni sociali

Brigitte Vasallo scrive da anni di legami, del potere della memoria e dei modi in cui questa ordina le nostre vite. È scrittrice, saggista e attivista; i suoi libri hanno dato vita a dibattiti che hanno attraversato il mondo del femminismo e hanno trovato lettrici e lettori ben oltre i confini della Spagna. Molte delle sue opere sono state tradotte in Italia, paese nel quale il suo pensiero ha interagito in modo particolare con i dibattiti sugli affetti, sulle migrazioni e sulle trasformazioni sociali.

Parte della ricerca che ha dato origine a “La fosa abierta. Anarchivo emocional de un milagro” ( La fossa aperta. Anarchivio emotivo di un miracolo, NdT), suo ultimo libro, è stata realizzata anche in Italia, dove ha approfondito lo studio delle diaspore rurali e delle memorie condivise tra paesi. Però questa ricerca è, al tempo stesso, profondamente personale.

Vasallo è figlia di contadini galiziani espulsi dalla campagna e, partendo da questa storia familiare, conia il concetto di “diaspora rurale” per riflettere sull’esperienza di milioni di persone, costrette ad abbandonare i propri territori nel corso del XX secolo.

SD: Se dovessi spiegare cosa troverà nel libro a chi ancora non lo conosce, cosa diresti?

BV: che troveranno un saggio che cerca di esplorare altre forme di scrittura, che cerca di costruire una conversazione attorno a un tavolo, che vuole onorare tutte le lingue e le espressioni che in quella conversazione si intrecciano e che cerca di contestare la narrazione celebrativa intorno al successo del capitalismo. È anche un libro che propone un altro asse di lettura delle cose, un asse che non esclude quelli che già possediamo, ma aggiunge un ulteriore livello di informazione: l’asse campagna-città.

SD: Perché utilizzi la parola anarchivo, in luogo di archivio, per parlare della memoria?

Innanzitutto, credo esista una questione formale: bisogna includere la letteratura in questa conversazione. Il termine proviene da altre forme artistiche e, in qualche modo, ci permette di entrare in dialogo con la letteratura. D’altra parte, in Spagna non abbiamo coltivato la memoria. In questo senso, ammiriamo l’Argentina e i luoghi in cui invece questo è accaduto, e vi siamo grate, perché la vostra memoria contribuisce in parte a definire  anche chi siamo noi. Quando un paese decide di abbattere tali barriere, produce effetti positivi non solo per il contesto specifico, ma per la maggior parte di noi. Nel nostro caso non è accaduto e mi interessava mettere la questione sul tavolo e affrontarla da una prospettiva che non proponesse un monumento, un museo o una determinata storia, ma che proponesse, nello specifico, altre cose: tutte le altre forme di memoria che il termine “anarchivo” può includere. E questo ha a che fare con il molto piccolo e con il fatto di assumerci la responsabilità della storia di ciascuna di noi, di capire che quella memoria va portata avanti e costruita partendo da lì. È da lì che iniziamo a fare i conti con le cose.

SD: Ricordo che, quando sono andata a Palermo, c’era un grande edificio da cui entravano e uscivano persone, e un compagno, che ci stava facendo fare un giro della zona, ci ha spiegato che quell’edificio era la sede del Rettorato dell’Università e che lì erano state incarcerate migliaia di donne accusate di “stregoneria”. Tuttavia, non c’era né una targa né alcun segno commemorativo. La cosa mi ha colpito.

BV: E, pensa un po’, passavi lì proprio in quel momento, quel compagno l’ha detto a te e ora tu lo racconti a me. C’è qualcosa che riguarda ciò che è piccolo e il fatto che ognuna di noi debba assumersi la responsabilità di portarne avanti la memoria e ricostruirla partendo proprio da lì. È così che si creano le storie e si trasmettono. In altri luoghi, in altri modi. Il sottotitolo “Archivio emotivo di un miracolo economico” sposta lo sguardo dalla storia nazionale verso un’esperienza condivisa dal Sud Europa. Il cosiddetto “miracolo economico” appare qui come il processo che ha svuotato le campagne, trasformato i territori e lasciato un’impronta indelebile nella memoria delle persone che sono state costrette ad andarsene.

SD: Ti riferisci all’identità charnega, segnata dalle migrazioni, ma anche dallo stigma. Noi che viviamo da questa parte del Sud non abbiamo molta familiarità con questo termine: perché ritieni sia importante parlarne, in questo libro?

BV: È un insulto che io prendo e me ne riapproprio, perché non abbiamo una parola per descrivere com’è stata la diaspora contadina nell’Europa meridionale, non esiste, e a me piace che le parole possano cambiare significato, quindi prendo uno dei tanti insulti che ci sono stati rivolti per cercare di costruire qualcosa partendo da lì. Quella diaspora contadina, di cui faccio parte, si è trasferita nelle città ed è presente anche oggi in Argentina. Non vedo l’ora di scoprire come questo libro risuonerà in tutte quelle persone di origine italiana, spagnola, ma soprattutto di origine contadina; in quelle famiglie che sono state costrette ad abbandonare le loro terre nel corso del XX secolo, in particolare a partire dalla Seconda guerra mondiale o dalla Guerra civile spagnola. Cosa è accaduto in quell’espulsione di contadini? Gli arrivi in America e in Europa sono stati diversi. Lì, che cosa è successo? E che ne è di chi torna? Tornare dalla Francia o dal Sudamerica non è lo stesso. Nello stato spagnolo si parla di circa sei milioni di persone sradicate a partire dagli anni Cinquanta. Ogni migrazione è un’espulsione; come processo storico, è un’espulsione. Queste persone sono state espulse dal loro territorio e dal loro stile di vita. E poi, cosa succedeva nei luoghi di arrivo? Ci sono ostacoli amministrativi, emotivi, giudiziari, razzisti.

SD: Nel corso del libro è molto presente la memoria affettiva, una memoria attraversata dagli affetti e dalle emozioni, una forma di narrazione che spesso entra in tensione con i racconti egemonici. Ritieni che quella neutralità implichi anche una forma di cancellazione delle esperienze e dei ricordi? Perché pensi che le emozioni vengano spesso messe in secondo piano?

BV: Credo che ci sia un’intenzione sistemica sulla quale ho cercato di lavorare attraverso i mie libri. “Pensiero monogamo e terrore poliamoroso” non era un libro su come avere più partner, ma su come farci carico delle nostre emozioni, perché è proprio lì che si gioca tutto. Pensaci: da Milei in Argentina a Trump negli Stati Uniti, parlano tutti come esaltati, approfittandosi del fatto che noi non abbiamo voce in capitolo. L’affettività è come una finzione. E quei discorsi, che ne sono privi, lo sono perché questa mancanza ha un significato. È chiaro – no? – che, nel mio modo di scrivere e in quello di tante altre persone come me, l’affettività fa parte di ciò che accade e del racconto della storia.

SD: Il mio Paese d’origine, l’Argentina, vanta una lunga tradizione di attivismo archivistico, in cui la costruzione della memoria è anche una pratica politica e collettiva. Ritieni che questo lavoro di produzione della storia attraverso l’attivismo possa essere concepito come una forma di “anarchivio emotivo”? In che modo, in questo processo, possono dialogare quelle esperienze contraddittorie e complesse che spesso rimangono escluse dai racconti istituzionalizzati?

BV: Quelle storie esistono, le storie delle persone che non compaiono nella “grande storia” esistono. Il racconto non è completo senza tutte quelle storie. Quell’idea di una narrazione unica, lineare e unidirezionale racchiude in sé gli elementi di ciò che non vogliamo più.
Il fatto che sia contraddittorio è parte della questione. E, allo stesso tempo, quando parliamo di istituzionalizzazione, l’unico modo in cui questa può essere intesa è come processo in divenire, non si giunge mai a una conclusione. C’è un presente continuo in cui è proprio il percorso a generare nuovi conflitti e sfide da affrontare. La sensazione di essere arrivati e di poterci concedere una tregua nella ricerca non fa parte del pensiero collettivo. Ogni storia è più di “quella” storia. Sono le storie che in alcune parti d’Europa non avremo mai. Ecco perché quel libro è molto importante anche per l’Europa. Perché qui quelle storie non le avremo, le viviamo attraverso di voi.

SD: Passando a un piano più artistico: com’è stato il processo di scrittura e di costruzione di questo libro? E, in questo senso, perché hai sentito che questo era il momento giusto per scriverlo e pubblicarlo?

BV: Ci sono voluti sei anni per scriverlo e fare ricerche. È stato come cercare un ago in un pagliaio. Mi trovavo nel nulla, sapevo che c’era un rumore, ma non avevo la minima idea di dove sarebbe spuntato. E questa situazione è emersa perché lo Stato spagnolo ha attraversato processi di identità nazionale molto forti, semplicistici e assurdi. Persone come me, che provengono dalla diaspora, non si trovano a nostro agio. Si può mentire, dimenticare la propria storia e integrarsi. Ho imparato queste tecniche con il genere… ho la possibilità di affermarmi: sono una donna, e affermarlo così, in modo rigido e tutto il resto, e sì… ma anche no, che ne so, è che non credo nemmeno in quelle categorie, le affronto come posso. Sono cose che si costruiscono culturalmente. E con queste appartenenze culturali, così binarie, così rigide, arriva anche il momento in cui non ci si sta più. Non ci si inserisce in nessuna delle narrazioni. E, partendo da quel senso di smarrimento, e da quel libro, ho iniziato a chiedermi chi siamo e cosa siamo. Allora ho iniziato a fare qualcosa che ho sempre fatto: chiedere alla gente, intervistare la gente. Perché quando si fa una domanda, tutto si rivela.

SD: C’è stato un momento in particolare in cui ti sei resa conto che quella tua riflessione sarebbe stata pubblicata, che sarebbe cioè diventata un libro?

BV: Ho sempre saputo che si trattava di un libro. Sapevo che dovevo farne un libro; quello che non riuscivo a trovare era la forma giusta. Grazie alla ricerca, man mano che capivo meglio ciò che stavo facendo, sono riuscita a trovare la forma giusta. In quel modo di vedere il mondo, nella costruzione della teoria, la cosa che mi costava di più era trovare la forma giusta. Credo che avessi 500 pagine, più o meno ci stavo lavorando già da quattro anni. Ero stanca marcia di me stessa. Avevo le pagine, ma non un libro. E sono successe due cose. Il primo testo riguardava la Sierra de Queixa. Quel testo l’ho scritto una notte, come racconto, quando è successa la storia dei miei cugini, della casa, della Sierra. Poi la mattina seguente l’ho letto ai miei cugini e ho detto: «È questo». Questo dà un ordine al libro. E quando l’ho capito, mi sono concentrata sulle conversazioni che si svolgevano attorno al tavolo, ma, soprattutto, sul testo della Sierra de Queixa. Voglio consegnare quelle pietre con le croci, e chi le leggerà dovrà tracciare i propri percorsi, perché non voglio una mappa chiusa, voglio una mappa di sentieri aperti. Una mappa frammentaria, volutamente: che sia come un rizoma. Come quando lanci delle biglie e inizi a vedere delle figure.

SD: Come una costellazione.

BV: Sì, come una costellazione.

SD: In un contesto caratterizzato dall’avanzata della destra a livello mondiale, da tumulti politici e da sfollamenti forzati, volevo chiederti anche: come vedi il femminismo oggi?

BV: È un modo di vedere il mondo, una cassetta degli attrezzi, un metodo. Un insieme di metodi per guardare il mondo. Ed è molto difficile che scompaia. Rimane che siamo più o meno disorganizzate, questo rimane. E poi ci sono tutte le lotte che abbiamo vissuto in questi anni. Un’esperienza che nessuno può toglierci. È un patrimonio di esperienza che non possiamo sottovalutare. Penso, ad esempio, alle lotte per l’aborto. Sono un piccolo tesoro. Possono toglierci un diritto, sì, ma il piccolo tesoro di ciò che abbiamo imparato e di ciò che abbiamo vissuto, nessuno ce lo può togliere.

SD: Pensi che esista un femminismo che tenga conto delle esigenze di un’epoca caratterizzata da sfollamenti e migrazioni forzate?

BV: Il ciclo esiste, ma non tutte lo vediamo. A fine giugno scade il termine per la procedura di regolarizzazione straordinaria, un’iniziativa nata dai movimenti migratori di base in Spagna. E questa è un’azione femminista su larga scala. Perché il femminismo prende spunto dal genere, ma in realtà riguarda il mondo. Questa prospettiva esiste, che si chiami femminismo o meno.

SD: Mi è piaciuta molto questa frase: «Non siamo le nipoti delle streghe che non hanno bruciato, siamo con le delle streghe che vivono ancora e in mano abbiamo un fiammifero». Per concludere con una domanda che infonde speranza: dove si trovano, secondo te, in questo contesto, la speranza, la forza o la potenza? Dove sono le tue amiche streghe con i fiammiferi in mano?

BV: Beh, vedi, ho la grande fortuna di essere circondata da amiche e colleghe argentine dalle quali imparo moltissimo. Le prime due che mi vengono in mente sono Luciana Peker e Susy Shock, entrambe argentine. Luciana ci diceva una cosa che mi sembra importantissima: non ci attaccano per i nostri errori, ma per i nostri successi. Dobbiamo riflettere su noi stesse, sì, ma non dimentichiamo che non ci puniscono per i nostri fallimenti, bensì per tutto ciò che riusciamo a realizzare. E poi c’è Susy Shock. Ho avuto la fortuna di poterla presentare e lei diceva: «Questo ciclo finirà, come finiscono tutti. Quando finirà, cosa avremo? Avremo il mondo di sempre o avremo il mondo nuovo che stiamo costruendo?».

Quando non ce la faccio più, mi aggrappo a questo.

la copertina è di Paolo Monti da Wikimedia

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