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MONDO
Rojhelat: la guerra che i curdi non vogliono, ma nella quale Teheran può trascinarli
Nel Rojhelat, nonostante la tregua, la repressione iraniana contro la popolazione curda continua. Il PJAK evita una guerra imposta dall’esterno e punta su organizzazione politica, autonomia e democratizzazione dell’Iran
In Rojhelat, il cessate il fuoco non ha mai coinciso con la fine degli attacchi. Nei mesi trascorsi dalla tregua dell’8 aprile, mentre Washington e Teheran alternavano negoziati, minacce e nuove operazioni militari, sulle sedi dei partiti curdi piovevano bombe. In Iran sono proseguiti gli arresti, le esecuzioni e gli attacchi contro la guerriglia. L’invasione curda immaginata nelle prime settimane della guerra non si è materializzata. La guerra contro i curdi, invece, è continuata.
Il 24 aprile erano già diciotto gli attacchi registrati dopo la tregua, attribuiti ai Pasdaran e alle milizie irachene a loro affiliate, che avevano causato quattro morti. Al 17 giugno i bombardamenti censiti erano diventati cinquanta, distribuiti tra le sedi del Partito democratico del Kurdistan iraniano (PDKI), del Partito della libertà del Kurdistan (PAK), delle diverse organizzazioni di Komala e di Xebat. Missili e droni hanno raggiunto anche gli insediamenti dove abitano le famiglie dei militanti. Il trasferimento dei campi e le restrizioni imposte ai partiti non sono bastati a proteggerli. Il rifiuto di diventare la fanteria di Stati Uniti e Israele non è bastato a sottrarre i curdi alla repressione iraniana.
Intanto il Rojhelat, il Kurdistan orientale dentro i confini dell’Iran, ha cominciato ad assumere un peso nuovo nella geografia politica curda.
Mentre in Turchia e in Siria processi diversi e ancora reversibili stanno ridisegnando il rapporto tra movimento curdo, lotta armata e Stato, in Iran rimane aperta la questione di quale assetto possa emergere dalla crisi. Il Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) è uno degli attori meglio preparati a intervenire in questa fase.
La strategia dei tunnel, affinata dall’esperienza dell’ultimo decennio di guerra tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e lo Stato turco, tiene i membri del partito in relativa sicurezza, ma nessuna tattica può evitare indefinitamente lo scontro se Teheran insiste nel cercarlo. Il 28 giugno, sulle alture di Gagesh, tra Mahabad e Piranshahr, quattro membri delle Unità di Protezione del Kurdistan orientale (YRK), la forza di autodifesa legata al PJAK, sono caduti combattendo contro i Pasdaran. L’operazione iraniana, condotta con droni, artiglieria e mezzi corazzati, ha interessato un fronte di circa 400 chilometri ai piedi dello Zagros, a ridosso del confine con la regione del Kurdistan in Iraq. Le YRK hanno annunciato le perdite il 30 giugno e rese pubbliche le identità il 4 luglio: Arjîn Garzan, Bawer Cûdî, Cîhan Sîrwan e Şahan Gabar, due donne e due uomini. La geografia delle loro biografie attraversa il Kurdistan: Tatvan e Muş a nord, Marivan e Khoy a est. Anche mentre cambiano le forme organizzative della lotta, i percorsi dei militanti continuano a ignorare confini che sul terreno restano molto più porosi di quanto appaiano sulle carte politiche.
La repressione non si ferma ai combattenti. Il 26 luglio il fotografo e attivista Mehdi Tavakoli, sua sorella Somayeh e la madre Maryam Aslani sono stati uccisi sulla strada tra Baneh e Marivan. La restituzione dei corpi sarebbe stata subordinata al silenzio della famiglia e alla presentazione dell’accaduto come incidente stradale. Nel solo mese di agosto sono state arrestate in Iran 117 persone, 75 delle quali curde. almeno 89 le esecuzioni.
Per settimane partiti diversi, reti clandestine e popolazioni civili sono stati compressi nell’immagine di un esercito in attesa degli ordini americani. Quando Donald Trump ha accusato i curdi di avere trattenuto armi destinate ai manifestanti iraniani, questa rappresentazione ha offerto a Teheran un argomento ulteriore per presentare l’opposizione come un’emanazione dei servizi stranieri.
Gli attacchi e le esecuzioni restano responsabilità di chi li ordina e li compie. Ma trasformare una società in una presunta riserva militare dell’Occidente significa contribuire a renderla un bersaglio politicamente spendibile.
All’inizio di luglio sono cominciati a emergere i dettagli del piano con cui il Mossad avrebbe voluto provocare il rovesciamento del regime iraniano, abortito nelle sue fasi iniziali. Il nome in codice, «Gatto con gli stivali», non era nemmeno la parte più surreale del piano. Secondo le ricostruzioni emerse, i gruppi curdi avrebbero dovuto scendere in battaglia per favorire il ritorno al potere di Mahmoud Ahmadinejad, questa volta come figura sulla quale Israele riteneva di poter esercitare influenza.

A ispirare la strategia, secondo una ricostruzione pubblicata da Haaretz, sarebbe stata la rapida caduta di Assad: l’Iran, dopo pochi mesi di bombardamenti, avrebbe dovuto cedere come la Siria dopo anni di guerra civile. Un’avanzata curda avrebbe dovuto produrre un’insurrezione iraniana; l’eliminazione dei vertici avrebbe dovuto disarticolare gli apparati repressivi e le capacità tattiche delle forze armate iraniane; l’indebolimento dello Stato avrebbe dovuto generare un nuovo ordine controllabile dall’esterno. La popolazione, le sue organizzazioni e i suoi obiettivi politici comparivano come variabili subordinate a questa sequenza. Quando i funzionari israeliani presentarono il piano alla delegazione americana, la reazione sarebbe stata un misto di sconcerto e ilarità. Marco Rubio avrebbe definito il progetto una «stronzata», il direttore della CIA John Ratcliffe una «farsa». Alcuni ufficiali israeliani, racconta una fonte citata dal giornale, scherzavano sul momento in cui si sarebbe aperto il «tiro al bersaglio» contro i curdi. È forse il particolare che racconta meglio la gerarchia delle vite su cui poggiava l’intera operazione.
Tutte le fonti concordano su almeno un punto: le organizzazioni considerate portatrici di «un’agenda esplicitamente antiturca» erano state escluse a priori. «Abbiamo fatto in modo di non entrare in questo gioco» rivendicava il 25 Agosto Ahwen Chiako, dirigente del PJAK.
La vicenda racconta bene il rapporto intermittente dell’Occidente con la questione curda. I curdi vengono periodicamente riscoperti quando possono contribuire alla strategia di qualcun altro. La loro visibilità cresce insieme alla presunta disponibilità a combattere; diminuisce quando chiedono riconoscimento politico, garanzie e il diritto di stabilire tempi e forme della propria lotta.
Il problema riguarda anche lo sguardo di chi racconta la regione: all’inizio del conflitto, mentre circolavano le voci di una prossima offensiva, in molti si sono affrettati ad accusare il movimento curdo di partecipare a supposti piani imperialisti sulla sola base delle dichiarazioni degli stessi attori in guerra. Quando quella narrazione si è sgonfiata di fronte ai fatti, sul Rojhelat è tornato il silenzio.
In Turchia, dopo l’annuncio dello scioglimento del PKK nel 2025, il nodo centrale è diventato il rapporto tra disarmo e garanzie. Il Parlamento ha approvato il 10 agosto la legge numero 7595, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 18, che definisce il quadro giuridico successivo al disarmo. È un passaggio concreto, ma una legge, da sola, non risolve la questione curda: molto dipenderà da come verrà applicata e dallo spazio che saprà aprire alla politica democratica. Il movimento ispirato a Öcalan si trova così davanti alla possibilità di trasferire una parte decisiva del conflitto sul terreno politico e dell’organizzazione sociale. Ma la sequenza conta. Chiedere prima la rinuncia a ogni capacità di difesa e lasciare a un momento indefinito le garanzie significa trasformare il negoziato in un atto di fiducia unilaterale.
Il 25 agosto Mazloum Abdi ha annunciato lo scioglimento delle Forze della Siria democratica (SDF) come forza militare indipendente, dopo l’integrazione dei suoi combattenti nell’esercito siriano. Abdi ha annunciato anche l’integrazione delle istituzioni dell’Amministrazione autonoma nello Stato siriano. Le SDF cessano così di esistere come struttura militare indipendente dopo aver difeso per anni l’autogoverno del nord-est. Lo scioglimento formale, però, non basta a stabilire quale spazio resterà alle istituzioni nate dall’autogoverno e alla società che le ha costruite.
Presentare il Rojava come già cancellato impedisce di vedere la continuità delle sue organizzazioni e la portata del cambiamento sociale che ha promosso; leggere l’integrazione come il pieno riconoscimento delle sue rivendicazioni nasconde invece i rapporti di forza e i compromessi che hanno accompagnato l’accordo con Damasco.
Turchia e Siria pongono così, in forme diverse, lo stesso problema: come trasformare la forza accumulata durante un conflitto in diritti capaci di sopravvivere alla sua conclusione? In Iran manca persino l’avvio di un percorso comparabile. Qui il potere continua a trattare l’organizzazione politica curda come una minaccia da eliminare, mentre la crisi rimette in discussione la struttura stessa della Repubblica Islamica.
Il peso assunto dal Rojhelat dipende anche da ciò che è accaduto nella società iraniana dal 2022. La rivolta di Jin, Jiyan, Azadî, esplosa dopo il femminicidio di Jina Amini, ha mostrato come una mobilitazione radicata nel Kurdistan potesse parlare all’intero Iran. La libertà delle donne, la contestazione dell’autoritarismo e il riconoscimento delle comunità oppresse si sono saldati nella stessa mobilitazione. La rivoluzione delle donne nel Rojava ha contribuito ad alimentare un immaginario che nel Rojhelat si è tradotto anche in forme civili, politiche e sociali, ben oltre la lotta armata.
Il PJAK condivide riferimenti ideologici, una storia politica e relazioni transfrontaliere con il PKK. Rivendica però strutture decisionali proprie e una strategia determinata dalle condizioni iraniane. Il 26 agosto Rivar Abdanan ha ribadito che lo scioglimento del PKK non comporta automaticamente quello del PJAK. In Iran, ha osservato, non è stato aperto alcun processo politico che renda praticabile lo stesso percorso. «L’integrazione non è il primo passo e al momento non è nella nostra agenda», ha affermato Gelawêj Ewrîn, portavoce stampa del PJAK. Perché diventi una possibilità occorrono il riconoscimento dell’identità e della volontà politica curda, la cessazione della repressione e garanzie che rendano la partecipazione una scelta libera. Se Ankara e Damasco trattano, pur con contraddizioni profonde, mentre Teheran continua a colpire, l’appartenenza alla stessa famiglia politica non rende sovrapponibili le tre situazioni.
Il rifiuto di entrare in guerra, inoltre, non significa neutralità verso il regime. Nella prima parte di agosto si sono susseguite uccisioni di uomini indicati dalle organizzazioni curde come jash: membri o collaboratori dei Pasdaran. Il 12 agosto le YRK hanno rivendicato l’uccisione di Omar Dehqan, avvenuta alcuni giorni prima nell’area di Mahabad, accusato di avere contribuito all’operazione in cui erano caduti i quattro guerriglieri di Gagesh e di aver preso parte alla repressione di Jin, Jiyan, Azadî. Il 6 agosto, a Sarvabad, è stato ucciso Mohammad Ali Rahimzadeh; l’8 agosto, a Sine, Salar Rangamiz.
La scelta di non aprire un’offensiva non dipende dunque dall’assenza di capacità militare. Conservare le forze, sottrarsi a una guerra di logoramento imposta dall’esterno e organizzare la società sono decisioni politiche. «La nostra strategia non deve essere dettata dagli eventi». Riassume Amir Karimi, co-presidente del PJAK. Nella sua analisi, la crisi dello Stato iraniano può creare possibilità, ma aspettare semplicemente il suo indebolimento consegnerebbe il futuro a chi dispone già di un piano e delle risorse per imporlo. La coalizione dei partiti curdi, annunciata a febbraio, serve a costruire una posizione comune nel Rojhelat e a impedire che l’ingresso in un fronte iraniano più ampio dissolva le rivendicazioni condivise del Kurdistan. La partecipazione all’Iran Freedom Congress porta invece quella posizione dentro l’opposizione iraniana: senza un accordo sulla natura plurale del paese, un eventuale cambiamento a Teheran potrebbe lasciare intatta la subordinazione politica curda.

La mobilitazione, però, non passa soltanto dai partiti. Il 4 settembre, alla vigilia del quarto anniversario di Jin, Jiyan, Azadî, diverse organizzazioni di donne e per i diritti umani hanno sottoscritto un comunicato comune: Tra le firmatarie figurano KJAR, il Consiglio delle donne del PJAK, Asû, legata a Komala, Shivar del Baluchistan e il gruppo delle donne dell’Iran Freedom Congress. Il testo richiama la solidarietà tra comunità e individua nella libertà delle donne una condizione del cambiamento.
All’inizio di settembre è ripresa l’escalation diretta tra Stati Uniti e Iran; il 5 settembre il CENTCOM ha annunciato di avere colpito tre petroliere iraniane dopo il lancio di missili contro due navi militari statunitensi. A Kuhestak, un bombardamento statunitense ha colpito una festa di matrimonio. L’Iran parla di almeno quattro morti e decine di feriti. La pressione militare ed economica continua dunque a crescere, senza indicare di per sé alcuna via d’uscita per la popolazione iraniana. Secondo Ahwen Chiako una nuova guerra potrebbe compromettere il controllo iraniano sul Rojhelat.
L’indebolimento del regime, tuttavia, può diventare un’opportunità solo se incontra una società organizzata e un processo politico capace di garantire che i curdi non vengano ancora una volta sacrificati a un accordo tra Stati.
Nei comunicati di questi giorni ricorre il nome di Simko Serhildan, Majid Kaviani, caduto il 3 settembre 2011 in uno scontro con i pasdaran. Quindici anni dopo, il conflitto che lo portò alla morte resta, nella lettura del PJAK, politicamente irrisolto. Ma la memoria dei caduti non coincide necessariamente con la volontà di aggiungerne altri. Lo afferma Fûad Bêrîtan, nell’intervista diffusa il 2 settembre: «Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra».
Nella prospettiva del PJAK, la possibilità di evitare una nuova guerra dipenderà ora da ciò che farà Teheran. Se il potere iraniano aprirà la strada a un cambiamento radicale, aprendo un processo democratico che riconosca i curdi e gli altri popoli del paese, il PJAK vuole parteciparvi e risparmiare alla propria società la morte e la distruzione di un’altra guerra. Un cambiamento reale dovrà significare fermare la repressione e aprire uno spazio reale all’organizzazione e alla partecipazione politica, non semplicemente sostituire qualche dirigente o concludere un’intesa con Washington. Se invece Teheran continuerà a chiudere ogni strada politica e ad attaccare il movimento e la popolazione, per il PJAK non resterà altra opzione che la guerra. La strada che il partito afferma di voler evitare.
Tutte le immagini sono state fornite dal PJAK Media Center
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