approfondimenti
ITALIA
Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci
Nel manifesto di Futuro Nazionale, salute, demografia e famiglia diventano strumenti della “sovranità”. Il corpo è “patrimonio della Nazione”, la natalità uno “shock generativo”. Dietro le parole, un’idea precisa di società
Nel documento “ideologico-programmatico” di Futuro Nazionale, un centinaio di pagine firmate dal generale Roberto Vannacci e dal suo responsabile del programma Lorenzo Gasperini, la parola “salute” compare quasi sempre insieme a un’altra parola: “civiltà”. Non è un caso. Nel capitolo dedicato a demografia, vita, famiglia e identità cristiana non si parla mai di corpi, di persone, di scelte concrete. Si parla di “sostenibilità antropologica”, di “shock generativo”, di “patrimonio della Nazione”. Il nostro corpo diventa, testualmente, uno strumento di “sovranità economica e fiscale”. Proviamo a leggere questo testo per quello che è.
La pillola RU-486 come “problema di sicurezza nazionale”
Il programma propone il divieto di somministrazione della pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, ripristinando l’obbligo di ricovero già superato dalle linee di indirizzo ministeriali del 2020. Il pretesto è sanitario (“tutela della salute della madre”), ma la sostanza è politica: rendere l’aborto farmacologico il più difficile, lento e umiliante possibile, moltiplicando le tappe burocratiche e mediche.
Questo capitolo del programma di Vannacci ci risuona rispetto a quello che sta succedendo dall’altra parte dell’Atlantico.
Negli Stati Uniti, con l’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, il mifepristone, l’equivalente della RU-486, è diventato il bersaglio principale di una strategia legale coordinata da procuratori generali repubblicani e gruppi conservatori: non si abolisce il farmaco per legge, lo si rende inaccessibile per via amministrativa.
Sei stati a guida repubblicana, attraverso una serie di cause ancora pendenti, stanno cercando di limitare l’accesso al mifepristone. Per citare alcuni esempi: la Louisiana ha aperto le ostilità contestando una norma del 2023 che permette la prescrizione a distanza del farmaco e la spedizione per posta, e similmente anche il Texas e la Florida. Questi tre Stati hanno lanciato un attacco ancora più ampio, puntando direttamente all’approvazione originaria del mifepristone da parte della FDA (Food and Drug Administration) nel 2000.
Il fine di questa offensiva legale è eliminare la prescrizione da remoto, la distribuzione in farmacia e la spedizione postale del mifepristone su scala nazionale, incluse le zone dove non vige un divieto totale dell’aborto.
A maggio 2026, la battaglia è arrivata fino alla Corte Suprema: il 14 maggio la Corte ha bloccato un’ordinanza di un tribunale inferiore che avrebbe ristretto la distribuzione nazionale del mifepristone, lasciando in vigore le regole FDA attuali. Una tregua, non una vittoria definitiva, perché i contenziosi non solo proseguono ma aumentano.
Il “ripristino del ricovero obbligatorio” italiano sembra molto simile: si moltiplicano le tappe, si allungano i tempi, si colpiscono soprattutto le persone che hanno meno mezzi per permettersi viaggi e permessi dal lavoro. Da una parte all’altra del mondo, la stessa architettura politico-ideologica produce le medesime soluzioni tecniche: non serve vietare un diritto, basta renderlo logisticamente insostenibile.
Il linguaggio è lo stesso, e non è un caso
Chi segue le destre europee riconosce subito il lessico. La retorica del “vero problema è la denatalità” mutuata dal dibattito tedesco, l’ossessione per il quoziente familiare, l’idea della famiglia “naturale” come unico argine alla “sostituzione etnica”: sono le stesse coordinate che da anni strutturano la propaganda di AfD in Germania.
Natalità come compito nazionale, famiglia eterosessuale come “cellula” biopolitica dello Stato, LGBT+ come “ideologia” da arginare nelle scuole e nei media.
Nel documento di Vannacci queste categorie non sono citate per caso: sono riprodotte quasi punto per punto, fino alla proposta di premiare con quote riservate nei concorsi pubblici (“quote azzurre”) solo chi fa figli e a quella di introdurre il “voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”.
“Chi non vuol lavorare neppure mangi”: la salute come premio di produttività.
Il programma introduce il cosiddetto “principio economico di San Paolo” anche in materia previdenziale e assistenziale: chi non ha lavorato abbastanza, o si è “rifiutato” di farlo, potrà vedersi azzerata la pensione minima, ricevendo in cambio solo “mensa dei poveri, dormitorio pubblico e assistenza sanitaria essenziale”.
È la trasformazione del welfare da diritto a premio di produttività: si ottiene la possibilità di continuare a sopravvivere con cura e assistenze proporzionalmente a quanto si è stati utili alla Nazione. Chi non rientra nello schema – chi non lavora, chi non genera figli italiani, chi non “si assimila” – riceve solo il minimo per non morire.
L’eutanasia negata in nome del dolore altrui
Sul fine vita il programma è altrettanto netto: nessuna apertura a eutanasia, suicidio assistito o disposizioni anticipate di trattamento reali, bollate come “omicidio del consenziente”. Alimentazione e idratazione artificiali vengono ridefinite per legge come “sostegni normali” e non come trattamenti sanitari. Si rivendica esplicitamente, come modello, il mancato via libera di Napolitano al “decreto salva-Eluana” del governo Berlusconi.
Anche qui la logica è la stessa del capitolo sulla natalità: il corpo, quello che nasce e quello che muore, non appartiene alla persona, ma alla comunità, alla “civiltà”.
Utero in affitto, reato universale, pena raddoppiata
Coerente con questa impostazione, la maternità surrogata (già reato universale in Italia dal 2024, ma abbiamo capito che qui si gioca a spararla più grossa) vedrebbe la pena minima salire da uno a cinque anni e quella massima a dieci, equiparandola sostanzialmente alla schiavitù. Ma il bersaglio dichiarato è impedire in ogni modo la genitorialità delle coppie omosessuali, esplicitamente citata come obiettivo nel testo, insieme al divieto di trascrizione degli atti di nascita esteri con due madri o due padri.
Il fantasma del Ventennio nella retorica natalista
Non serve nemmeno leggere tra le righe: il programma stesso richiama esplicitamente il 1978-79, il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, l’identità “romana e cristiana”, l’idea di un’Italia che deve “risvegliarsi” da un sonno imposto dall’esterno.
È lo stesso registro retorico della “battaglia demografica” annunciata da Mussolini nel discorso dell’Ascensione del 1927: natalità come misura della potenza nazionale, madri “medaglia d’oro” della patria, corpo delle donne mobilitato per il “destino della razza”. Ottant’anni dopo cambiano gli strumenti ma l’impianto resta lo stesso: la natalità è un dovere da imporre e la sanità riproduttiva diventa lo strumento con cui lo Stato decide chi deve nascere, chi deve curarsi, e chi deve morire in silenzio.
Perché ce ne dobbiamo occupare ora
Questo non è un programma marginale: è la base ideologica dichiarata di un partito guidato da un generale con seggio al Parlamento europeo. Ogni misura presentata come “buon senso” o “tutela della vita”, dal blocco della RU-486 domiciliare alla revoca della pensione per chi non ha figli o non ha lavorato abbastanza, è un tassello dello stesso disegno: trasformare la salute riproduttiva e il fine vita da diritti individuali a strumenti di ingegneria demografica nazionale.
Non si sta discutendo soltanto di aborto, di fine vita, di natalità o di maternità surrogata. Si sta discutendo di una domanda molto più radicale: chi decide della nostra vita?
Non possiamo permetterci di normalizzare una cosa del genere. Non possiamo aspettare che il giorno dopo un’elezione qualcuno venga a dirci che “era solo un programma”. I programmi servono esattamente a questo: a dire quale società si vuole costruire quando si avranno abbastanza voti per farlo.
Se qualcuno pretende di trasformare l’utero in una risorsa strategica dello Stato, la risposta deve essere politica, collettiva e senza ambiguità: i nostri corpi non sono patrimonio della Nazione. La nostra salute non è uno strumento di sovranità. La nostra libertà non è una concessione del potere, è un diritto.
Immagine di copertina di Daniele Napolitano
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