OPINIONI
Genova 2001 – 2026 #5. La città 25 anni dopo
Tra caldo torrido e decine di eventi, Genova ricorda le giornate del luglio 2001, mentre arriva la notizia della morte di Abderrahim Fakir. Molte persone arrivate da fuori e tante persone giovani, ma è mancato un coordinamento e un percorso unitario
A Genova fa caldo. Quando il corteo si muove il sole è ancora altissimo, siamo abbondantemente sopra i 30 gradi, per non parlare dell’umidità. Forse l’orario di inizio, in pieno pomeriggio, è stato un po’ improvvido, ma il punto non è questo. Il punto è che fa sempre più caldo.
Quando 25 anni fa denunciavamo i rischi e le conseguenze già in atto della globalizzazione neoliberista, il riscaldamento globale era tra questi. Se ne pagano le conseguenze anche nel corteo di commemorazione di quelle giornate, domenica scorsa 19 luglio, parte di un variopinto e frammentato programma di iniziative che si sono svolte a Genova un quarto di secolo dopo. Seminari, eventi di tipo diverso organizzati da diverse associazioni (e istituzioni), una lunga e partecipata assemblea di No Kings, mostre, si fa persino fatica a darne conto.
Si sente la mancanza di un coordinamento unitario (questione sia organizzativa sia soprattutto politica), sicuramente moltissimi sono stati i momenti degni di nota. L’atmosfera in città non era quella di un funerale, piuttosto quella gioiosa di quando ci si ritrova per ricordare un pezzo della nostra storia, senz’altro tragico, ma anche capace di esprimere una conflittualità, un’elaborazione teorica, una capacità di incidere nel mondo forse non più ripetuti (ma, senz’altro, auspicabilmente ripetibili).
Come successo in passato soprattutto negli anniversari con le cifre tonde, per chi arriva da fuori fa impressione vedere come la città continui a sembrare viva e pronta ad accogliere. Nei vicoli, si incontrano compagn* che arrivano da altri posti, si ricordano anni di militanza e iniziative, ci si scambia pareri su quello che succede nelle rispettive città.
Può capitare di imbattersi nel cantante Willy Peyote che parla di come il G8 ha cambiato il mondo della musica in un’iniziativa organizzata da AVS, o in un workshop sull’azione diretta gestito da Extinction Rebellion, finanche nella presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. D’altronde la potenza di quel movimento dei movimenti che aveva riempito le strade di Genova stava anche nella capacità di tenere assieme anime e pratiche radicalmente differenti.
Questo nonostante la situazione in città, oggi, sia invece più complicata, con i centri sociali storici sgomberati o che cambiano forma e la percezione che forse si potesse fare di più in termini di allargamento, coordinamento e dialogo nei mesi che hanno portato a questo venticinquennale.

Una delle grandi novità di quest’anno è la “presa” di palazzo Ducale, al centro di quella zona rossa dove i “grandi” della terra si barricarono per decidere il futuro del mondo. Proprio in un’elegante sala al secondo piano del palazzo già sede dei dogi della Repubblica genovese si è tenuta l’assemblea nazionale di No Kings, il percorso transnazionale contro i re e le loro guerre che negli ultimi mesi ha portato in piazza migliaia di persone.
Una lunga assemblea, sabato 18, con la partecipazione di centinaia di persone da tutta Italia e da molte realtà diverse. E poi il corteo nazionale, “Nessun rimorso”, che si è mosso nelle vie simbolo degli scontri di un quarto di secolo fa, da piazza Alimonda verso il centro cittadino passando per via Tolemaide.
Una decina di migliaia di persone hanno dato vita a un corteo abbastanza variegato, nel quale, se da un lato si nota l’assenza di ampia parte del mondo dell’associazionismo e dei sindacati, dall’altra fa ben sperare la grande partecipazione giovanile, coi collettivi studenteschi già in piazza dal primo pomeriggio, con un coraggioso concentramento sotto il sole delle 14.30 davanti alla scuola Diaz.
Dopo pochi metri dalla partenza, la sede di Casa Pound, a qualche metro da Piazza Alimonda, viene simbolicamente “murata” con del cartongesso e delle scritte. Man mano che ci si avvicina a piazza De Ferrari si diffonde la voce che la polizia ha ucciso una persona durante un fermo a Bologna. Ancora.
Con buona pace di coloro che nei mesi di avvicinamento a questo anniversario raccontavano che i tempi sarebbero stati maturi per una pacificazione e una riconciliazione fra Stato e manifestanti. Dimenticando, forse, che fra Carlo e Abderrahim ci sono stati Federico, Aldo, Stefano, Moussa, Ramy e decine di altre vittime della violenza poliziesca.
In questi 25 anni le forze dell’ordine non hanno mai smesso di manganellare, torturare, uccidere per le strade delle nostre città, così come dentro galere e CPR. Un paio d’ore dopo la fine del corteo ufficiale, un altro corteo spontaneo attraversa i vicoli al grido di “Genova, Bologna, Palestina. Polizia bastarda, polizia assassina”.
Ogni anno, quando ricorre l’anniversario, la domanda è come evitare la ritualità e, peggio ancora, i reducismi. Una delle risposte arriva il 20 luglio, durante il consueto presidio in piazza Alimonda. Alle 17.27, orario dell’omicidio di Carlo, un enorme sudario bianco viene srotolato, andando a occupare una grande fetta della piazza. Sopra di esso sono scritti i nomi dei 18.457 minori uccisi dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Saif Abukeshek e Maria Elena Delia, membri della Global Sumud Flotilla, dal palco sottolineano che essere a Genova oggi per ricordare Carlo significa non dimenticare il genocidio in corso a Gaza e tutte le vittime del colonialismo e delle guerre del capitale, dalla Palestina al Sudan, passando per il Congo e lo Yemen.
D’altronde, come scrivevano gli Assalti Frontali – che su quel palco si esibiranno poco dopo – «il 20 luglio è segnato, è un segnale, il 20 luglio per noi è I’introduzione alla guerra globale. Ho studiato strade e tutta la cartina, ma ormai la Palestina è Genova, e Genova è in Argentina».
Foto di copertina di Luca Peretti, foto nell’articolo di Miriam Aly, entrambe 19 luglio 2026, Genova.
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