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OPINIONI

Genova 2001 – 2026 #4. «Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto». Genova nel tempo lungo dei movimenti

Cos’è Genova 2001 per chi ha cominciato a fare politica molto dopo? Per evitare di viverla come un macigno identitario o un trauma muto, l’autrice (storica dei movimenti e militante) propone di provare a ricostruire la complessità storica e di lungo periodo delle contestazioni del luglio 2001

Tra il 19 e il 22 luglio del 2001, quando a Genova si contestò la riunione del G8, non avevo ancora compiuto cinque anni. Nella mia famiglia non c’era nessuno di vagamente politicizzato, nessuno che avesse amiche e amici o conoscenti che presero parte a quelle giornate, nessuno che seguisse le cronache dei telegiornali con l’attenzione angosciata di chi sa che sta succedendo qualcosa di drammatico. Eppure, sono cresciuta politicamente sapendo che quelle giornate facevano parte della mia storia anche se nessuno, per molto tempo, me le ha raccontate (e io stessa non ho mai chiesto). 

Per me, la consapevolezza di ciò che era accaduto a Genova è arrivata dopo, quando ho iniziato a fare politica attiva, almeno un decennio più tardi. Nel frattempo, nei primi anni di collettivi e assemblee nella mia città, il Movimento dei Movimenti rimaneva uno spettro che si aggirava per l’Europa, o forse solo per l’Italia, o addirittura solo per Pistoia, perché ancora non riuscivo a dargli dei confini e a capire fino a dove arrivasse la sua onda lunga. 

È una condizione che sento di condividere con buona parte della mia generazione politica: avere trent’anni e fare i conti con Genova, qualcosa che ci precede e ci grava addosso come un macigno, senza che l’abbiamo vissuta, ma che comunque ci riguarda.

Cosa vuol dire ereditare un evento fondativo – forse il trauma fondativo del movimento di cui ci sentiamo figlie e figli – senza averne memoria diretta? Genova, per chi come me è arrivata alla politica successivamente, ha rappresentato per lungo tempo un racconto fatto da altri, sedimentato in pratiche ma soprattutto in diffidenze e silenzi. È stata un’eredità che non si poteva rifiutare, ma nemmeno maneggiare con la stessa disinvoltura di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi c’era, di chi ha visto morire Carlo Giuliani a pochi metri da sé, di chi è stato brutalmente picchiato e umiliato alla Diaz o di chi ha passato interminabili momenti sospesi, senza sapere cosa fosse successo alle persone care.

A ventisei anni, ventidue dal G8, ho iniziato a fare ricerca storica sugli anni Novanta proprio per questo motivo. Anche se all’epoca forse non lo sapevo formulare con questa chiarezza, sentivo che per capire Genova, per darle davvero dei confini e non solo subirla come spettro, dovevo guardare a cosa c’era stato prima. Ho scelto di occuparmi di musica e politica di movimento negli anni Novanta, dell’evoluzione politico-culturale dei centri sociali, dei linguaggi che circolavano tra fanzine, concerti e cortei. Un decennio, quello dei Novanta, che nella vulgata post 2001 rischiava di diventare semplicemente la preistoria di Genova, l’antefatto necessario a spiegare da dove fosse uscita “quella” generazione di militanti. Ciò che invece avevo in mente fin da subito era alimentare una lettura che rovesciasse il rapporto tra le cose: evitare una storia dei movimenti teleologica che convergesse tutta verso il luglio genovese, come se gli anni Novanta non avessero una loro autonomia, una loro grammatica interna, conflitti e sconfitte che nulla dovevano a un evento che doveva ancora accadere.

Quando ho iniziato a fare ricerca, ho scelto deliberatamente di fermarmi prima del 2001. Quello che mi interessava, da storica e da militante non era tanto l’analisi della sconfitta, quanto i fili rossi che non si erano spezzati. Volevo capire cosa avesse attraversato gli anni Novanta e i Duemila senza interrompersi, fino ad arrivare a me. Il G8, in questo senso, andava tenuto fuori dall’inquadratura non perché irrilevante, ma perché troppo ingombrante: rischiava di diventare l’unico punto di fuga possibile, la lente che avrebbe fatto convergere ogni traccia verso di sé. E la musica, in questa ricerca di continuità piuttosto che di rottura, si è rivelata un osservatorio privilegiato. È infatti spesso nei repertori, nei suoni e nei linguaggi che si vedono meglio le eredità che sopravvivono a una sconfitta politica, anche quando le pratiche militanti sembrano azzerarsi.

Quella scelta non mi ha impedito, anni dopo, di tornare su Genova da un’altra angolazione. Recentemente mi è capitato un piccolo cortocircuito che spiega bene questa prospettiva: mentre qualche settimana fa lavoravo a una ricerca su come il G8 sia stato raccontato attraverso la musica, una persona mi ha chiesto, senza premesse, quale fosse la mia canzone preferita su Genova. Io ho risposto di getto Zeta Reticoli dei Meganoidi. Quando la stessa persona mi ha chiesto il perché della mia risposta così sicura, mi sono ritrovata a spiegare che quella canzone l’avevo ascoltata per anni prima di accorgermi che parlava del G8. L’avevo fatta mia ignara, come una canzone qualunque, molto prima di poterci riconoscere dentro l’evento che nel frattempo mi perseguitava sotto altra forma. 

Ed è proprio qui che si gioca a mio avviso la differenza tra il tempo breve dell’evento e il tempo lungo della storia dei movimenti.

Genova 2001 è stata una vera cesura – nella percezione pubblica, nella repressione, nella memoria collettiva della sinistra italiana ed europea – ma trattarla come “anno zero” rischia di cancellare tutto ciò che l’ha preceduta: le pratiche di autorganizzazione dei centri sociali, le culture musicali come spazio di politicizzazione informale, i conflitti sindacali e post-sindacali, la costruzione lenta e non lineare di un immaginario di movimento che a Genova è arrivato già formato, che non è nato lì.

Allo stesso tempo, isolare Genova come trauma originario rischia di schiacciare anche ciò che è venuto dopo: chi, come me, ha fatto politica dopo, non semplicemente nell’ombra di quell’evento, ma dentro percorsi propri, con problemi propri, che al Movimento dei Movimenti devono qualcosa ma non tutto.

Fare politica oggi, a venticinque anni dal 2001, significa allora anche provare a restituire a quell’evento la sua complessità storica invece che viverlo esclusivamente come macigno identitario. Non per sminuirne la portata – che resta enorme, e che mi guarderei bene dal ridimensionare – ma per liberarlo dalla logica del trauma muto, quello che si trasmette per allusioni e non si riesce a interrogare. Studiare gli anni Novanta è stato, per me, un modo per andare a cercare le radici di quello spettro, per capire che dietro l’evento c’era già una storia, fatta di persone, pratiche e sconfitte, e che quella storia è continuata anche dopo, sia pure trasformata.

Immagine di copertina di FrDr tratta da Wikimedia commons. Immagine nell’articolo: copertina e una pagina del terzo numero di Dinamoprint uscito nel 2021 e dedicato ai vent’anni di Genova.

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