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ITALIA

A Prato non c’è spazio per i fascisti di Remigrazione e Riconquista

Il raduno squadrista convocato per la giornata del 7 marzo è stato impedito dal presidio dei lavoratori in sciopero e da tanti e tante accorsi in solidarietà. Quella data ricorda lo stesso giorno del 1944 quando 133 operai che avevano aderito allo sciopero generale per disobbedire al fascismo e all’economia di guerra furono deportati. Oggi a Prato non c’è spazio per chi parla di espulsione di stranieri dalla città

Dopo quattro anni il blocco della destra di governo si ritrova a gestire una sua prima fuga a destra all’indomani del referendum sulla giustizia, o meglio, per il controllo dell’esecutivo sulla magistratura.

Il passaggio di esponenti di Lega e FdI alla nuova creatura politica di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, rappresenta il sintomo più attenzionato della ristrutturazione interna alla maggioranza Meloni; ma la politica non è solo cronaca di palazzo: per quanto significativa l’apertura di un’opzione sfacciatamente zemmouriana all’interno della competizione elettorale, il dissenso che più preoccupa arriva dall’esterno della competizione partitica.

Infatti, il governo Meloni indaffarato sul referendum da «depoliticizzare» davanti al pericolo sconfitta, è tamponato dai gruppi della destra extra-parlamentare traditi dall’ operato del governo sull’immigrazione, accusato della non difesa dell’identità italiana e della razza latina. Con il dibattito pubblico spianato da un decennio e più di razzismo istituzionale di destre e sinistre di governo, Casapound, Rete dei Patrioti, Veneto fronte skinhead, e Brescia ai Bresciani lanciano la sfida da destra al governo con il referendum per la legge di iniziativa popolare sulle politiche di espulsione degli stranieri. Nel farlo la destra extra-parlamentare alza la posta: non più fermo dell’immigrazione ma «remigrazione», termine gentile per promuovere la deportazione delle persone straniere.

Il termine remigrazione, da cui prende il nome il comitato promotore del referendum “Remigrazione e Riconquista”, è mutuato dal vocabolario delle destre radicali europee che hanno al cuore dei propri programmi politici ideologie identitarie. Qualche avvisaglia di penetrazione di termine e tematiche in Italia si è avuta con i convegni internazionali dello scorso anno a Gallarate e Livorno, a cui hanno partecipato anche esponenti politici di Fratelli d’Italia e Lega.

Il mezzo attraverso cui sdoganare nazionalismo identitario e comunitarismo – ideologie da cui nasce remigrazione – nel discorso politico è la metapolitica, intesa dall’ideologo della nuova destra francese Alain De Benoist come «formazione di un atteggiamento spirituale, diffusione di una visione del mondo e trasformazione delle mentalità collettive», necessaria per fondare le basi di un’egemonia politica identitaria attraverso la quale avanzare la propria guerra di posizione ideologica e culturale. Il metodo per raggiungere l’egemonia politica da destra avanzato da De Benoist è accolto da molti gruppi identitari della destra italiana extra-parlamentare neofascista – che sono stati e sono ancora oggi campo di formazione di quadri politici dei partiti della destra di governo – alla ricerca di quello che lo studioso Massimiliano Capra Casadio definisce un «veicolo di penetrazione a livello culturale al fine d’influenzare il panorama politico e magari occuparne alcuni spazi, o come metodologia d’intervento per capovolgere i paradigmi culturali ritenuti dominanti».

Perché Prato è un simbolo

Tra i gruppi ad aver adottato la prassi come fondativa c’è il gruppo neofascista pratese Etruria 14, tra i promotori della campagna sul referendum per la deportazione degli stranieri. Parte del network diffuso di associazioni neofasciste non del tutto organiche ad aree neofasciste nazionali, l’associazione culturale è stata tra le promotrici della giornata di mobilitazione nazionale del comitato Remigrazione e Riconquista a Prato. Il capoluogo della piana è stato individuato dal comitato come «città simbolo dell’immigrazione di origine cinese e che ha visto negli anni una progressiva trasformazione in Chinatown del centro Italia» che si sostiene su «un sistema di “nuovi schiavi della moda” che tutti giustamente condannano quando riferito all’import dal sud-est asiatico, ma che viene ignorato quando capita in quella che dovrebbe essere casa nostra».

Un dettaglio non secondario della narrazione è il recupero delle tematiche care alla destra sociale, con la proposta politica corporativa di una «rinnovata alleanza italiana, tra imprenditori che non riescono più a contrastare la concorrenza al ribasso della Cina e lavoratori che non vogliono accontentarsi di pietire lavori in nero e salari da fame dai nuovi padroni cinesi». È qui palese l’appropriazione del campo della destra sociale ormai abbandonato dai suoi alfieri missini e acquisito come proprio dalle frange delle destre extra-istituzionali. A dare corpo alle tesi è la riproposizione dello schematismo becero della guerra tra poveri incentivata dall’immigrazione incontrollata e la sostituzione etnica promossa da supposti agenti esterni con l’ausilio dei governi progressisti. Entrambe le ipotesi sono individuate come cause della deriva depressione morale ed economica della nazione dai fascisti della destra extra-parlamentare.

Proclami dietro i quali si nascono dettagli più che sostanziali. Individuare in Prato la sede della manifestazione nazionale identitaria è un attacco diretto a quella classe lavoratrice multinazionale che sostiene con i propri corpi il sistema del made in Italy e il primato di capitale europea del tessile; farlo nel momento storico in cui questa classe operaia multinazionale alza la testa per rivendicare i propri diritti, è un attacco sfacciatamente fascista ai diritti conquistati dalla classe.

Per di più la convocazione del raduno squadrista nella giornata del 7 marzo è un maldestro tentativo di riscrivere la storia antifascista della città, che nello stesso giorno del 1944 pagò con la deportazione di 133 operai scesi in sciopero generale il prezzo della propria libertà di disobbedire al fascismo e all’economia di guerra. I fascisti a questo giro hanno fatto male i conti: non bastano quattro tricolori e un discorso sbandierato a favore di media a far sbiadire l’orgoglio di una classe libera, operaia, antifascista.

Il protagonismo della Classe Operaia multinazionale

A prendere le redini dell’iniziativa è la classe operaia multinazionale stessa con il sindacato SUDD Cobas, Comitato 25 Aprile, e Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, che hanno lanciato la mobilitazione antifascista nell’ambito di un’assemblea aperta. Ai margini si è mossa la mobilitazione dall’alto di partiti, sindacalismo confederale, e associazioni, che hanno fatto vani appelli istituzionali per l’annullamento della manifestazione neofascista.

La coalizione sociale della classe operaia multinazionale e comitati antifascisti è promotrice di una mobilitazione diffusa. Centrale la rivendicazione del diritto a disobbedire a un apparato legislativo silente davanti allo sfruttamento padronale e dormiente negli sportelli per il rilascio dei permessi di soggiorno; l’orgoglio del proprio antifascismo di classe, mai domo davanti alle violenze squadriste nei picchetti ai cancelli delle fabbriche per ottenere la giornata lavorativa di otto ore nonostante i tentativi di criminalizzare lotte e dissenso dei vari decreti sicurezza, e, non da ultimo, del ddl antisemitismo. Rivendicazioni da cui emerge la chiarezza di chiamare la remigrazione per quella che è: deportazione di lavoratrici e lavoratori, proprio come successe quel 7 marzo 1944. Che questo sia un nuovo pezzo dell’attacco di oligarchi e governi fascisti dell’occidente alla classe operaia è cosa ormai nota, tanto da bastare a chiarire quanto vadano di pari passo svuotamento dello Stato di diritto dall’interno delle istituzioni e legittimazione politica dei gruppi neofascisti.

Di convesso, l’antifascismo istituzionale si è limitato a esprimere le proprie preoccupazioni sulla tenuta della democratica e la difesa della Costituzione, dimenticando nei propri proclami la volontà di esponenti del centrosinistra a sostegno di Giani di aprire un CPR nella regione.

Infuocati a parole i proclami di destra e sinistra istituzionale a ridosso della giornata del 7 marzo, sedati solo dalla comunicazione del commissario prefettizio – subentrato alla ex sindaca in quota PD Bugetti per accuse di corruzione – di autorizzare i presidi statici del comitato neofascista, della coalizione partitico-sindacale di centrosinistra, e di classe operaia multinazionale. Un contentino per accontentare tutti, per sedare eventuali battibecchi a ridosso di una campagna elettorale comunale nata già polarizzata.

Sono le parole del comitato Remigrazione e Riconquista a riaccendere il dibattito, con l’accusa di negazione del diritto a manifestare da parte della «mafia antifascista», termine che va a definire sindacati e il tessuto socio-culturale toscano in cui resta forte l’identità antifascista della resistenza, a fronte della non autorizzazione del corteo da parte della Questura.

La costruzione della mobilitazione antifascista dal basso passa anche per le risposte alle intimidazioni di istituzioni e destra locale occorse nella settimana, tutte sul fronte studentesco. È la studentessa Haji segnalata ai servizi sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba davanti a un negozio di Patrizia Pepe – di cui lo stabilimento pratese è fornitore – a Firenze. Alla minaccia segue la straordinaria mobilitazione cittadina. L’assemblea pubblica tenuta in una gremita piazza Santo Spirito sottratta per un pomeriggio ai turisti, vede la partecipazione di studenti, operai e solidali da tutta la piana fiorentina, uniti lì per ribadire che la partecipazione politica non è un reato.

A soffiare sul fuoco ci pensa il leghista locale Claudiu Stansel, di origine rumena e sostenitore del comitato Remigrazione e Riconquista, che ha montato una polemica per un volantino distribuito presso le scuole cittadine dov’è definito «un fatto che considero estremamente grave» l’uso del termine antifascista.

Per un antifascismo di classe e radicale

È in questo clima che si giunge all’indomani di sabato 7 marzo. Il sindacato SUDD Cobas alza la posta indicendo uno sciopero generale del distretto pratese per la giornata del 6 marzo, a riprova che la memoria dell’antifascismo vive nella classe operaia che ne pratica i valori. Il successo dello sciopero è confermato dalla capillarità del lavoro politico nelle fabbriche della «zona economica speciale» di fatto del macrolotto, dove il sistema del chiudi e riapri fa le fortune dei marchi del made in Italy. La pratica del blocco non si ferma a produzione e circolazione delle merci, ma diventa strumento di contestazione politica dei gruppi neofascisti.

La conferenza stampa indetta dal SUDD Cobas in piazza Europa afferma che dove istituzioni e coalizioni partitico-associazionistiche chiuse nei giochi di palazzo non arrivano, c’è il protagonismo della classe operaia multinazionale ad affermare l’essenza operaia e antifascista del territorio.

Lo sciopero da diffuso diventa presidio operaio-cittadino permanente per togliere con i propri corpi il terreno sotto i piedi ai gruppi neofascisti che vogliono «deportare il 25% dei cittadini di questa città». Nelle ore che si susseguono il presidio si riempie di solidali e operai che accorrono al presidio lasciando immediatamente il lavoro.

Le tende e i gazebo piantati in piazza Europa, ribattezzata in piazza Europa Antifascista, ospitano durante la giornata i momenti dell’iftar comunitario e l’assemblea serale. Qui emerge il filo rosso che lega la storia degli operai scesi in sciopero generale contro l’occupazione nazifascista nel 1944 e la classe operaia multinazionale di oggi. A ricordarlo è il sindacalista dei SUDD Cobas Luca Toscano: «l’unico blocco possibile al fascismo, come ottanta anni fa, viene dai lavoratori e lavoratrici» in uno dei tanti interventi tradotti in simultanea in urdu. Dal Comitato 25 Aprile arriva un monito affinché «non possiamo ritenerci libere e liberi se non combattiamo, se non lottiamo per conservare questa libertà». La notte passa tranquilla nella fredda piazza Europa Antifascista grazie all’organizzazione di operai e solidali alternatisi in turni notturni per respingere eventuali attacchi dai fascisti accorsi da tutt’Italia.

Dalle prime luci dell’alba il presidio ricomincia a essere crocevia di solidali. C’è chi porta caffè e cornetti, altri si fermano solo per due chiacchiere o per curiosità prima di andare alla commemorazione istituzionale per i 133 operai antifascisti deportati nella vicina piazza delle Carceri.

Con poche ore di sonno alle spalle il presidio diventa doppio: è più che mai urgente impedire che il presidio neofascista si tenga in piazza Europa Antifascista, così com’è altrettanto necessario tenere la propria presenza fin dalle prime ore del giorno in piazza Duomo, dove il sindacato SUDD Cobas, Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, e Comitato 25 Aprile, hanno indetto il presidio antifascista per il pomeriggio. I due luoghi sono altrettanto sensibili data la loro vicinanza alle principali stazioni ferroviarie.

La mattinata prosegue tra il possibile sgombero del presidio di piazza Europa Antifascista e l’andirivieni di un ingente dispositivo di polizia per tutto il centro cittadino, ma l’orgoglio della classe operaia multinazionale non è soggetto a queste intimidazioni: l’urgenza di affermare il principio politico dà forza ai manifestanti.

Dal presidio arrivano le prime notizie di quel che si sta raccontando sui media. Nelle piazze si ride scrollando sulle pagine instagram della stampa locale che racconta di momenti di “alta tensione” mai visti. Sulle scale della cattedrale di Santo Stefano i manifestanti leggono sulle pagine del comitato Remigrazione e Riconquista di essere parte di una rete di «poteri forti della Regione Toscana: dal presidente Eugenio Giani al vescovo di Prato, passando per ARCI, ANPI, CGIL e un pittoresco gruppo di campeggiatori “Cobas”, che hanno reclutato qualche immigrato probabilmente del tutto inconsapevole delle ragioni della scampagnata», tesi poi ripresa dal leghista Claudio Stanasel sulle pagine di Welcome to Prato – spin-off di Welcome to Favelas – «Le piazze appartengono a tutti i cittadini, non a chi prova ad appropriarsene per zittire chi la pensa diversamente. La democrazia non è una proprietà privata della sinistra. È il diritto di tutti di parlare, manifestare ed esprimersi nel rispetto delle regole.» Nella tragedia delle menzogne di social e media ci pensa l’influencer locale Zhang Keren con i suoi video a riportare l’allegria nella piazza.

Vecchie pratiche per fronteggiare il fascismo contemporaneo

A fine mattinata arriva al presidio la notizia della prima vittoria: il presidio neofascista non si terrà né in piazza Europa, né nel centro città. A comunicarlo sono i sindacalisti del SUDD Cobas al megafono «Abbiamo una buona notizia: i fascisti oggi qui non verranno». Questa non è una semplice notizia, è l’affermazione del principio per cui le manifestazioni dei fascisti non vanno solo contestate ma impedite con l’occupazione fisiche degli spazi, con costanza e radicalità del lavoro politico; ed allo stesso tempo rottura con la pratica di un antifascismo istituzionale troppo impegnato a discostarsi moralmente con i fascisti, mentre legge dopo legge toglie agibilità politica alla classe operaia multinazionale. È dallo stesso presidio di piazza Europa Antifascista che si ribadisce il principio, espresso con riferimento alle accuse di giornalisti e classe politica locale che hanno domandato agli operai «ma la libertà degli altri a manifestare?» a cui è seguita l’unica risposta possibile da parte del sindacato SUDD Cobas: «Non esiste nessuna libertà di deportare le persone, perché fra la libertà dei fascisti di fare le deportazioni e la libertà di qualsiasi essere umano di vivere una vita degna noi sceglieremo sempre la seconda! E la difenderemo!»

La seconda vittoria sta nella partecipazione alla mobilitazione. Dal camion si susseguono gli interventi di più realtà tutte unite da ideali e pratica quotidiana di un antifascismo diffuso. Interviene anche il Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN ribadendo il dato qualitativo, fondamentale per leggere la composizione sociale e politica della classe operaia multinazionale che nelle lotte del presente ritrova la propria storia: «più di uno di noi forse si stupisce del fatto che un operaio del distretto tessile che non è di origine italiana, che non è nato in questo paese, consideri la manifestazione fascista del 7 marzo un insulto alla propria storia, come se esistesse una storia della classe operaia italiana e una storia della classe operaia degli altri paesi. E invece no: esiste un’unica storia della classe. Il 7 marzo 1944 è la storia di chi oggi attraversa il distretto tessile con le proprie lotte, la storia della classe la fa la classe che lotta contro lo sfruttamento. E l’unica classe che non ha storia è la classe che rinuncia a lottare indipendentemente dal paese dov’è nata.»

Mentre continua a essere scandito a piena voce il leitmotiv ininterrotto dal mattino precedente «Prato libera!», non si risparmiano le critiche a chi ha fatto «ironia sui 150 del SUDD Cobas – come se 150 fossero pochi – che hanno occupato da ieri sera piazza europea: il problema non è chi è che ha avuto la necessità di occupare quella piazza, il problema è dov’erano gli altri?!».

Il riferimento è anche alla manifestazione del centrosinistra di piazza delle Carceri, dove si è svolto lo stantio ripetersi di interventi sulla difesa della Costituzione e i valori dell’antifascismo storico alla presenza del presidente della Regione Eugenio Giani, membri di spicco del centrosinistra regionale e locale, e sindacati confederali. Intervistato sulla manifestazione Giani ha dichiarato «Come faremmo noi oggi in Toscana senza quel 15% di persone che sono residenti ma non cittadini e che animano le nostre attività produttive, i nostri luoghi di lavoro, di formazione, di studio.», confermando il mero economicismo su cui si fonda il suo antirazzismo.

Smorzati gli attriti tra le due piazze quando i manifestanti partiti da piazza Duomo sotto il ritmo dei tamburi della Brigata sonora GKN e diretti in piazza Europa Antifascista hanno incontrato il presidio istituzionale in piazza delle Carceri.

Dall’altra parte della città, in una piazza Ciardi blindata dalle forze dell’ordine per garantire ai neofascisti per le deportazioni il proprio diritto di manifestare, i leader di Casapound e Veneto fronte skinhead alternano gli strali contro l’immigrazione incontrollata che porta degrado nelle città italiane al piagnisteo di chi aveva promesso di prendersi le piazze a tutti i costi e s’è ritrovato espulso dalla mobilitazione antifascista. Risultano ridicole le dichiarazioni sui social in cui si afferma che «Solo grazie al nostro senso di responsabilità non si sono creati disordini, ma ovviamente per colpa di queste connivenze e prevaricazioni tantissime persone hanno rinunciato a partecipare alla nostra manifestazione» alternate a dichiarazioni di vittoria contro «la mafia anti-fascista e imposto la Remigrazione come tematica politica anche nella “rossa” Toscana.». Che quella dei fascisti sia stata una sconfitta è ineccepibile. Far fede alle immagini della piazza piena è cadere nell’inganno ottico delle prospettive di chi riempie l’obiettivo giocando sul distanziamento sociale e fa lunghi cortei disponendosi in file di sette a distanza di minimo due metri l’una dall’altra.

La giornata si è chiusa con l’iftar comunitario e un momento di convivialità. I sorrisi nella piazza hanno fatto da cornice ai cori della classe operaia multinazionale libera, operaia, antifascista. Nel poco spazio concesso al silenzio operai e solidali hanno confermato il proprio orgoglio di parte, ripromettendosi che non c’è dispositivo legale o provocazione fascista capace di farle piegare la testa. Nemmeno le pretestuose provocazioni classiste a mezzo stampa del giorno dopo da parte dei fascisti «se facevamo cinquanta chiamate a Glovo piazza Europa si sarebbe svuotata» sono bastate a piegare l’orgoglio dei rider che in piazza Europa Antifascista c’erano ma non avrebbero mai risposto alla chiamata «Perché quel giorno eravamo tutti in sciopero. Per prendervi la piazza e farvi capire che a Prato non passerete mai.»

Dalle giornate di Prato emerge una pratica di convergenza che fa dell’antifascismo di classe lo strumento per delegittimare alla base le retoriche identitarie promosse dai fascisti col benestare dei padroni.

La copertina e le immagini nell’articolo sono di Luca Mangiacotti

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