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Berlinale 1/ Hangar rojo di Juan Pablo Sallato

È cominciata lo scorso weekend la 76a edizione della Berlinale. In “Hangar rojo” presentato nella sezione “Perspectives” dedicata alle opere prime, Juan Pablo Sallato ripercorre la vita del capitano cileno Jorge Silva, celebre per le sue imprese da paracadutista, che si rifiuta di trasformare l’accademia da lui diretta in un centro di tortura

Creata da soli due anni alla Berlinale, la sezione “Perspectives” è dedicata alle opere prime e rivela quest’anno alcune delle sorprese più interessanti della 76° edizione del festival tedesco. Tra queste non è passato inosservato il lungometraggio Hangar rojo del cileno Juan Pablo Sallato, thriller sui giorni bui del golpe fascista che, nel settembre 1973, ha spazzato via uno dei più coraggiosi governi sudamericani di sempre, quello di Salvador Allende e, con esso, ha falciato un’intera generazione, ipotecando il futuro del paese per decenni.

Sallato era già impegnato sulla storia politica del suo paese come produttore di Matar a Pinochet (2020) di Juan Ignacio Sabatini (a sua volta co-produttore di questo film). Insieme alla cilena TVN e all’Argentina Brava Cine, partecipano alla produzione anche le toscane Rain Dogs, Berta Film e Caravan. Realtà indipendenti di tre paesi che ne sanno qualcosa di fascismo, vecchio e nuovo, e che in questa collaborazione mostrano coraggio e intelligenza, credendo in un’opera prima su un tema per niente scontato.

La sceneggiatura di Luis Emilio Guzmán si basa sul libro autobiografico di Fernando Villágran Disparen a la bandada, dedicato ai crimini commessi nelle prigioni del regime, soprattutto contro il gruppo di ufficiali e sottufficiali dell’aeronautica che restarono fedeli al governo costituzionale, rifiutandosi di sostenere il golpe e pagando in prima persona le conseguenze.

Il film si concentra su un personaggio realmente esistito, il capitano Jorge Silva, paracadutista celebrato per le imprese compiute in gioventù e rispettato istruttore all’epoca dei fatti. Già inviso (si capirà perché) ai superiori golpisti, Silva si rifiuta di trasformare l’accademia da lui diretta in un centro di tortura, nel quale finirà dunque per entrare egli stesso come una vittima, insieme ad altre vittime.

Senza correre il rischio di troppo svelare, credo che due immagini colgano perfettamente lo spirito di questo enigmatico capitano, che non è certo un uomo di sinistra, ma che è guidato da una profonda fedeltà al governo costituzionale. La prima è una foto incorniciata che si intravede fugacemente, sulla sua scrivania. Atterrato su un campo di calcio, un paracadutista ha appena toccato terra. In piedi, leggermente sbilanciato ma ancora saldo sulle proprie gambe, prosegue la sua corsa, il paracadute ancora gonfio aperto alle sue spalle.

Sullo sfondo si intravedono le gradinate di uno stadio – tristemente premonitore – gremito di pubblico a festeggiare l’impresa di un atterraggio che, ritenuto estremamente difficile se non impossibile, è stato eseguito con perfetta eleganza.

Tuttavia, a guardarlo bene, non si capisce se sia l’uomo a tirare a sé il paracadute o questo a intralciarne la corsa, a impedirne il movimento, ad avvolgerlo e trattenerlo allo stesso tempo, forse a proteggerlo da qualcosa di sinistro che non era impossibile intuire. La seconda immagine è quella di un soldatino di plastica, di nuovo la piccola effigie di un paracadutista in posizione di caduta libera, ma questa volta senza paracadute, appeso invece con un filo allo specchietto retrovisore dell’auto del capitano Silva, pendaglio sballottato da una parte e dall’altra e come in una spasmodica ricerca della libertà, come se volesse staccarsi da quello specchietto per completare infine il suo salto nel vuoto, vada come vada.

La libertà ha un prezzo, ci dicono queste due immagini, ed è come se ci fossero sempre delle forze a imbrigliarla, impedirla, minacciarla, anche quando sembra ormai di volare in piena libertà, come forse sembrava al Cile in quel glorioso inizio degli anni ’70.

Piccoli revanscismi, vendette personali, meschine e risentite, altro che gloria nazionale e amor di patria: anche questo sono i golpe, che qui vediamo dispiegarsi in tutta la loro banalità, non soltanto contro gli odiati marxisti, ma anche all’interno dello stesso esercito, quando la violenza si scatena cieca e tutto rimette in discussione, quando tutto diventa possibile perché tutto viene distrutto: viva la morte e muoia la vita.

Intelligenti alcune scelte formali, come il movimento di camera che a lungo ci inchioda alle spalle del capitano Silva, obbligandoci a seguirne i passi, nel suo avanzare silenzioso e deciso tra i corridoi e nelle piazze, nel chiuso dell’hangar o nello spazio aperto dell’aerodromo, come se non potessimo alzare gli occhi, come se fosse ancora troppo presto per levare lo sguardo e guardare in faccia la storia ancora traumatica di questo periodo.

Proprio come i prigionieri in fila, umiliati e percossi, possiamo avanzare solo con gli occhi bassi, sbirciando timidamente al di là di quest’uomo dalle spalle larghe, che sembra far di tutto per proteggerci, ma che il peso dell’oppressione finirà per schiacciare.

Notevole la fotografia di Diego Pequeno che restituisce con un gelido bianco e nero il clima di violenza, terrore, arbitrio, paralisi. Si è fatto riferimento al bianco e nero di Frankenheimer e Pakula, per le atmosfere da guerra fredda. Aggiungerei il primo Cacoyannis, con i suoi minacciosi palazzi del potere e le inquietanti architetture che schiacciano gli umani sotto il peso del loro tragico destino, imprigionandoli in minacciosi coni di luce e ombra. Bella riuscita complessiva per questo primo lungometraggio che dovrebbe avere anche in Italia la distribuzione che merita, perché non è mai abbastanza il ricordare che cosa sia il fascismo.

In copertina un fotogramma del film

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