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Il lato amaro dei kiwi da Latina alla Nuova Zelanda
Il kiwi si produce nella pianura dell’agro-pontino come nella Bay of Plenty in Nuova Zelanda. Le condizioni di sfruttamento dei lavoratori migranti sono molto simili, come leggiamo nell’estratto del libro “Te la do io l’Australia: un viaggio tra Oceania e Sud-est asiatico”, autoprodotto, 2025
Dopo la pandemia la vita del nomade digitale è stata romanticizzata sui social network come nei media tradizionali, senza prendere seriamente in considerazione gli impatti sui territori di questa migrazione bianca, benestante, con passaporti forti, alla ricerca di mete paradisiache, ma anche di costi e condizioni di vita accettabili. Si parla poco di cosa in effetti sia l’esperienza del/la “nomade digitale”, di quale siano le condizioni di vita e di lavoro che si incontrano oltrepassando gli oceani. Il libro Te la do io l’Australia: un viaggio tra Oceania e Sud-est asiatico cerca di esplorare l’idea del viaggio, del turismo, della vita all’estero, della migrazione giovanile italiana, a partire dalla propria esperienza personale, intrecciandola con la riflessione politica, a partire dal proprio posizionamento di lavoratore precario, turista, bianco che guarda al mondo con curiosità e spirito critico. Pubblichiamo un estratto sulla raccolta di kiwi nella Bay of Plenty in Nuova Zelanda e le sue similitudini con la situazione nell’Agro-pontino.
Nella cornice del lago Tekapo[, in Nuova Zelanda, ndr], ho il piacere d’incontrare Manuel, ragazzo argentino di ventinove anni. Come buona parte dei suoi conterranei ha origini italiane, in questo caso squisitamente siciliane. Possiede una working holiday visa molto simile a quella che viene rilasciata in Australia, con l’unica differenza che per il primo rinnovo, a fronte di tre mesi di lavoro nelle farm, vengono concessi solo altri tre mesi di visto e non un anno intero come accade nella terra dei canguri. Passeggio insieme a Manuel lungo il sentiero che costeggia il lago e porta fino alla cima del Monte John, sede di un osservatorio astronomico gestito dall’Università di Canterbury.
Nel tragitto mi racconta il lato oscuro della raccolta stagionale dei kiwi. Il prezioso frutto dalle ottime qualita nutritive è un punto di contatto con il nostro Paese. Sono utilizzati circa 12.500 ettari per coltivarlo e l’80% della sua produzione è situata nella regione denominata Bay of Plenty, vicino alle città di Tauranga e Rotorua, nella zona nord-est dell’isola del nord. In Italia la superficie coltivata è più del doppio e un terzo della produzione si concentra nella regione Lazio. Nonostante la Nuova Zelanda sia stata recentemente superata dall’Italia per quantità coltivata, resta comunque la terra al mondo con il più alto livello di produttività per ettaro dedicato. La provincia di Latina, zona altamente produttiva, ha un clima simile alla Bay of Plenty, essendo un luogo al riparo dalle gelate precoci e con un buon livello di umidità. Quando è primavera in Italia, è autunno in Nuova Zelanda e questo favorisce la copertura del prodotto per tutto l’anno.
Come in Italia, così in Nuova Zelanda, sono molti i migranti che si occupano della raccolta di kiwi e dalle sue parole emerge chiaramente che il sistema ha diverse ombre sull’utilizzo di manodopera non qualifcata:
«Ho visto con i miei occhi cosa succede nei campi neozelandesi vicino alla città di Tauranga, dove ho vissuto per un periodo. La paga generalmente è di poco superiore al minimo stabilito dalla legge ma le condizioni di lavoro sono le peggiori che abbia incontrato nel Paese. I turni di lavoro sono massacranti, si arriva a lavorare fno a dodici ore».
Manuel mi racconta del fenomeno del lavoro nero e di come talvolta sia una condizione richiesta dal lavoratore stesso. Le motivazioni sono due: si vive illegalmente nel Paese o si ha un visto che non permette di lavorare. A suo avviso questo succede quando la coltivazione è affidata a terzi e non direttamente all’impresa che si occupa della vendita.

Nella sua esperienza il proprietario e i supervisori erano di origine indiana e durante la raccolta i braccianti venivano spesso ripresi se scambiavano qualche parola con i compagni di lavoro o rallentavano il ritmo. La cosa che ha sconvolto Manuel sono gli alloggi destinati ai lavoratori. Allo stesso prezzo di una stanza in affitto in città gli è stata messa a disposizione la possibilità di dormire in un van o in una casa completamente non arredata e condivisa con una decina di persone: «Il bagno era arrangiato e doveva bastare per tutti quanti, quelli che vivevano nel van si facevano la doccia all’aperto con delle bacinelle. A condividere la casa con me erano giovani europei e sudamericani, tutti alla prima esperienza lavorativa con un visto simile al mio.
Mi ricordo ancora lo sguardo perso di una ragazza italiana e di una norvegese accompagnata dal suo ragazzo argentino. Mi è venuto spontaneo chiedere loro come si potesse accettare di vivere in quelle condizioni. Ho smesso subito di lavorare. Molti dei ragazzi che iniziano non conoscono l’inglese e questo li costringe ad accettare una condizione degradante. Questo non è un caso isolato, solo in un’azienda di kiwi specializzata nel biologico ho trovato una diversa gestione delle risorse umane».
Ascoltando questo racconto ho subito pensato allo sfruttamento dei lavoratori indiani nella provincia di Latina. Un’inchiesta del 2022 condotta da Irpimedia attraverso più di 50 interviste, ha fotografato la condizione indegna di circa 30mila braccianti appartenenti alla comunità sikh: paghe da fame, contratti irregolari, minacce e ricatto sul permesso di soggiorno.
Un fenomeno assolutamente diverso rispetto alla Nuova Zelanda ma sicuramente con interessanti analogie. Nell’inchiesta si punta la lente d’ingrandimento sull’attività della multinazionale neozelandese Zespri International Limited che è il più grande distributore mondiale di kiwi, con vendite in oltre 50 Paesi.
Zespri è stata fondata nel 1988 e la sua sede internazionale è a Mount Maunganui, in Nuova Zelanda. Ha autorizzato coltivatori non solo nel suo Paese ma anche in Italia, Francia, Giappone, Corea del Sud, Grecia e Australia. Dal nostro Paese arriva circa un decimo della sua produzione. Nel loro sito internet si vantano di collaborare con circa 2.800 coltivatori neozelandesi e 1.500 internazionali, nonché di mantenere i diritti esclusivi per l’esportazione di kiwi dalla Nuova Zelanda verso tutti i Paesi diversi dall’Australia. In sostanza hanno un quasi totale monopolio. Sempre sul loro sito parlano di un ritorno sostenibile per i coltivatori e un contributo positivo all’intera comunità. Parlano di rispetto ambientale e di raggiungere la neutralità di emissioni di carbone entro il 2030.
L’intero settore in Nuova Zelanda impiega 10mila lavoratori con contratti indeterminati e in alta stagione si arriva a un totale di circa 24mila lavoratori. Prima della pandemia quasi la metà dei lavoratori stagionali erano stranieri con un visto working holiday. Quindi parliamo di una platea di circa 5.600 giovani. Si prevede infine un fatturato per le vendite globali di 4,5 miliardi di dollari neozelandesi entro il 2025.
Alcune delle imprese italiane oggetto dell’inchiesta di Irpimedia vendono a Zespri che ha il brevetto internazionale per i kiwi a polpa gialla SunGold, la varietà di kiwi più coltivata nell’Agro Pontino. La multinazionale, interpellata sulla questione, ha dichiarato di aver avviato un’indagine a riguardo e che qualsiasi sfruttamento sui lavoratori è inaccettabile. Non ha invece commentato la relazione tra il suo direttore, Craig Thompson, e la società di Cisterna di Latina coinvolta nell’inchiesta; Thompson, infatti, è azionista presso una delle società agricole italiane in cui due lavoratori intervistati hanno dichiarato di aver frmato un contratto sottopagato e dove non vengono utilizzati adeguati dispositivi di sicurezza. Zespri ha comunque ribadito di prendere molto sul serio le accuse e di aver contattato gli organismi di certifcazione indipendente.
La chiacchierata con Manuel non è sufficiente a inquadrare quanto il fenomeno sia esteso. Bisognerebbe raccogliere ulteriori testimonianze e fare un lavoro d’inchiesta come quello svolto in Italia. Per ironia della sorte mi sono trovato sotto gli occhi questa strana analogia: in Italia sono lavoratori indiani a essere sfruttati mentre in Nuova Zelanda sono altri indiani che sfruttano giovani ragazzi con il visto working holiday, quasi a ricordare quanto l’origine delle persone sia relativa e non rappresenti una variabile importante nell’equazione. Il capitale mette in movimento i sikh che per sostenere le proprie famiglie accettano determinate condizioni di sfruttamento, tanto quanto un ragazzo europeo o sudamericano cerca di sostenersi e inventarsi una nuova vita lavorando nei campi neozelandesi. Con le dovute differenze abbiamo in comune il kiwi e la condizione del lavoratore: entrambi sono merce in movimento per soddisfare gli appetiti crescenti del consumo e della produzione. Cambiano gli emisferi ma la musica è simile. La puzza di sfruttamento è decisamente uguale.
Estratto dal libro Te la do io l’Australia: un viaggio tra Oceania e Sud-est asiatico di NomadX
Immagine di copertina di Jan Helebrant via Flickr
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