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Tutti i cenci di famiglia o, se preferite, i batteri che dunque siamo

La ristampa curata da Angela Balzano di «Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica» (ed. Mimesis 2026), il celebre libro di Lynn Margulis e Dorion Sagan, ci riporta nella messa in discussione del nostro sguardo sul mondo, che poco si interessa dell’esistenza del mondo invisibile, ma da cui siamo inseparabili

«Come tu sai, Lettore, ogni anno, quando è primavera, i Milanesi partono per il mondo in cerca di terre da comprare. Per costruirvi case e alberghi, naturalmente, e più in là, forse, anche case popolari; ma soprattutto corrono in cerca di quelle espressioni ancora rimaste intatte della “natura”, di ciò che essi intendono per natura: un misto di libertà e passionalità, con non poca sensualità e una sfumatura di follia, di cui, causa la rigidità della moderna vita a Milano, appaiono assetati», scriveva Ortese, anticipando al* lettor* il viaggio del conte Daddo, che avrebbe lasciato la metropoli lombarda in cerca delle «confessioni di un qualche pazzo, magari innamorato di una iguana». Iguana che il Daddo avrebbe naturalmente (!) incontrato, raffigurandosela di sbieco nelle spoglie di una vecchia – in cui poi riconoscerà una «bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna», creatura in sottana e grembiale, abiti tanto dismessi quanto variopinti, poiché sono «somma evidente di tutti i cenci della famiglia». Incontro bizzarro, enigmatico, probabilmente anticlimatico.

A delle creature future, che si fossero evolute sino a un nuovo stadio di organizzazione, e che si volgessero a guardare indietro, faremmo anche noi lo stesso effetto. O almeno, così ipotizzano Lynn Margulis e Dorion Sagan in Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, che Mimesis riporta in libreria in un’edizione a cura di Angela Balzano per la collana POSTUMAN3 dopo la prima uscita dell’89 a opera di Mondadori e la traduzione (qui rivista, con occhio politico) di Lucia Maldacea. L’ipotesi è che questi «esseri futuri, tanto differenti da noi quanto noi lo siamo dai dinosauri […] considereranno le creature umane tanto impressionanti quanto noi consideriamo le iguane» (p. 306) e questo forse perché anche noi creature umane siamo somma evidente di tutti i variopinti cenci di famiglia – come l’iguana di Ortese.

«Il nostro corpo conserva in sé una vera e propria storia della vita sulla Terra» (p. 54), scrivono infatti l* due autor*: le nostre cellule si “allestiscono” un mondo-intorno ricco di carbonio e idrogeno, composizione non troppo distante da quello del nostro pianeta quando le prime forme di vita iniziarono la loro avventura esistenziale. Siamo bipedi implumi, d’accordo, ormai avvezzi al nomos della terra e all’aridità delle bombe, eppure l’embrione reclama ancora una porzione umida e bagnata in cui galleggiare. E i mitocondri non sono forse, come già Margulis si domandava nel 1966 in On the Origin of Mitosing Cells, vestigia non vestigiali di batteri fagocitati circa un miliardo e mezzo di anni fa da cellule che, da sole, non avrebbe saputo utilizzare l’ossigeno? Un gran grembiale variopinto è dunque l’essere umano – come tutti gli altri esseri –, un intreccio, un miscuglio, un groviglio che si tiene più o meno assieme e insieme.

Questo è il cuore pulsante della storia infinita di Margulis e Sagan, storia di quattro miliardi di anni che continua a incalzarci dalle pagine di questo testo del 1986 ma ancora pienamente attuale. Saggio che ora si intreccia con il lavoro di Angela Balzano, che «sporc[a] la traduzione di Maldacea» grazie a «un po’ di dialetto transfemminista» (p. 9) – con l’intento dichiarato di rimetterci in ascolto della «narrazione margulisiana del divenire microcosmico insieme» (p. 9), a partire dal sottotitolo più vicino all’originale (Four Billion Years of Evolution from Our Microbial Ancestors) e che non fa magicamente apparire l’Uomo da una costola della penna come quello mondadoriano (Dagli organismi primordiali all’uomo).

Microcosmo che Balzano, indovinandone una preziosa sorellanza, definisce Etica more biologico demonstrata, è una storia in tredici atti della vita sulla Terra, della vita con la Terra e della vita della Terra – correndo al finale, in cui si apre un dialogo con James Lovelock, potremmo dire della vita di Gaia. Una storia percorsa da un vento, come l’Etica, che si traduce in più voci e che s’infila in ogni pertugio, proposizione e scolio, e che sempre e ostinatamente sembra suggerirci questo: come creature umane siamo costruttrici di mondo, d’accordo, forse Heidegger ci aveva visto bene per una volta, ma s’era mostrato incredibilmente miope nel negare questa stessa astuzia al resto del vivente. È invece (e addirittura) ai batteri, racconta Microcosmo, che l’abilità di costruire mondi va riconosciuta. Tanto che due miliardi di anni fa, all’inizio del Proterozoico, l’ossigeno andava accumulandosi nell’atmosfera proprio a motivo della fotosintesi batterica – «innovazione metabolica singola più importante nella storia della vita sulla Terra» (p. 110), che inizialmente era operata tramite idrogeno gassoso (diffuso da un Sole ancora giovane) o acido solfidrico (prodotto dall’intensa attività vulcanica dell’epoca).

Al ridursi dell’idrogeno gassoso i batteri (alcuni batteri! I cianobatteri) si rivolsero verso l’altra abbondante fonte di idrogeno della Terra: l’acqua, il cui “residuo”, tolto l’idrogeno, era proprio l’ossigeno, allora veleno incredibilmente tossico per la maggior parte delle forme di vita esistenti («la maggior crisi da inquinamento che la Terra abbia mai sopportato», p. 145). Ma sono gli stessi cianobatteri a invenire un sistema metabolico capace di utilizzare quella sostanza che era altrimenti scoria e veleno: ed ecce respirazione aerobica (e la scoperta del pharmakon, veleno e rimedio).

Una storia, questa, che ci introduce già da subito all’incredibile capacità creativa dei batteri, in grado di muoversi lungo tutto lo spettro delle variazioni metaboliche e di operare ricombinazioni geniche non solo verticali (per filiazione) ma anche, e soprattutto, orizzontali (per contagio). I batteri, insomma, sono bande (non c’è mai un solo batterio, ci sono alleanze di batteri), sono divenire impercettibile e vie di fuga. Non a caso, noi abbiamo dato loro tanti nomi (come Adamo agli animali nell’Eden macroscopico), tanti quante le prospettive dalle quali ci interpellano. Come afferma Balzano: «I numerosi nomi dei batteri – monere, procarioti, germi, eccetera – derivano dal fatto che sono stati studiati separatamente nell’ambito di differenti campi della scienza. La storia naturale, la botanica, la microbiologia, la medicina, l’agricoltura e la zoologia hanno conservato tradizioni estremamente diverse nell’identificare, denominare e classificare i microbi» (p. 51).

Questo non per dire che ogni piccolo passo per l’uomo è già sempre stato un grande passo per altre creature minuscole, né che ogni artificio e tecnica si traducono in aggiornamento di una microbiologia anteriore; piuttosto per insegnare a guardare ai microbi come ad antenati e alla vita (anche) come memoria r/esistente di quel che c’è stato prima: «Riproducendosi, le forme di vita legano il passato e registrano messaggi per il futuro. I batteri che fanno a meno dell’ossigeno oggi ci raccontano com’era il mondo senza ossigeno nel quale comparvero per la prima volta. I pesci fossili ci parlano di raccolte d’acqua estese, che durarono ininterrottamente per centinaia di milioni di anni. I semi che hanno bisogno di temperature vicine al punto di congelamento per germinare ci ricordano inverni gelidi» (p. 94).

La vita, per proseguire nel proprio conatus e ripetersi differente (ossia, come cosa viva), costantemente si sbilancia fuori di sé e si diversifica, e si sporca. E il metodo di questa Etica è alla fine quello dell’incontro gioioso, che non distrugge ma che compone corpi più potenti, senza temere di modificarne i connotati di partenza – i licheni sono l’esempio di simbiosi al quale siamo forse più domesticati. Ed ecco che Margulis e Sagan ci raccontano che probabilmente anche le piante sono simbionti di alghe e funghi, ossia una specie di licheni al contrario: «Nelle simbiosi che avrebbero condotto alle piante il partner algale, e non quello fungino, si sarebbe comportato da dominante. Probabilmente non è una pura coincidenza il fatto che il 95% delle piante terrestri attuali abbiano nelle loro radici dei funghi, la micorriza» (pp. 229-230), a sua volta alla base di quella wood wire web di cui Suzanne Simard dava notizia negli anni Novanta, rete di comunicazione sotterranea tramite la quale le piante si scambierebbero informazioni, nutrienti, linee genealogiche…

La vita non è solo conservativa, dice Microcosmo, ma anzitutto cooperativa – e questo semplicemente perché il più delle volte con/viene. Perché, per l’evoluzione, più utile ancora della mutazione è l’alleanza, quella che, ibridando Deleuze&Guattari con Bergson, potremmo chiamare involuzione creatrice. E, ancora una volta, grandi maestri d’alleanza sono sempre stati i batteri: «Essi non sono soltanto esseri con un marcato comportamento sociale, ma si comportano come una forma di democrazia a livello mondiale, decentralizzata» (p. 129). Perché possono in ogni momento connettersi e scambiare materiale genetico con organismi anche molto lontani e diversi: «Questi scambi fanno parte abitualmente del repertorio procariotico. Eppure, ancora oggi, molti batteriologi non afferrano il loro pieno significato e cioè che, come conseguenza di questa capacità, tutti i batteri del mondo hanno accesso a un unico pool genico» (p. 53).

Al dio che ha impedito la costruzione della torre di Babele, facendo in brani quell’unica lingua che tutti i costruttori parlavano, sembra esser sfuggita l’esuberanza microscopica della vita batterica, che da miliardi di anni affabula con parole che, variando, sono sempre le stesse. E se ci fa sorridere Tommaso d’Aquino quando, nelle Quaestiones,si domandava se, data l’assimilazione protratta nel tempo di carne animale, lo sperma maschile non finisse per portare in sé dei segni un po’ bovini, rimane pur sempre vero che ancora oggi ospitiamo quei mitocondri che un tempo lontano “abbiamo” divorato. È un’alleanza di lunghissima data quella della quale rechiamo i segni – Aristotele e Tommaso forse lo avvertivano inconsciamente quando sostenevano che non è per motivi alimentari che si genera a volte un cucciolo d’uomo con una testa di toro, o con degli zoccoli fessi di capra, ma perché al di là della forma maschile (!) esiste e resiste una materia femminile recalcitrante e rimembrante degli altri viventi che, ancorché smembrati dal capitale, non vuole perdere o lasciare indietro.

Microcosmo sembra quasi rispondere a Francis Bacon, uno dei padri del discorso scientifico sulla Natura («Di ciò che essi intendono per natura: un misto di libertà e passionalità, con non poca sensualità e una sfumatura di follia), che affermava che la storia naturale non sostenuta dai necessari assaggi avrebbe finito per risultare corrotta, non più scienza ma poesia. Non serve qui rievocare (e allora facciamolo!) Haraway e l* su* critter del linguaggio – batteri, perché no? – sempre pront* a smontare e rimontare il logos in favola e a riconoscere sotto la superficie della Storia più numerose ecologie natural-culturali, a volte fatte parlare, il più delle volte represse. Ancora oggi, nonostante Margulis e Kropotkin, e nonostante lo stesso Darwin, continuiamo infatti a parlare di evoluzione come sinonimo di competizione e iperbolica fitness e quasi mai come alleanza e mutuo appoggio.

Anche nel finale tecno-entusiasta, Margulis e Sagan sono pront* a riconoscere che la vita potrebbe rivolgersi ad altri pianeti, anche se non è detto che sarà l’Uomo ad accompagnare il bioma in questo microscopico/macroscopico viaggio. Basterà una mano (ancora Heidegger per chi ha orecchio) e, a ben vedere, di mani ne hanno di particolarmente abili i Procyon lotor: «Concedendo loro il tempo sufficiente per evolversi in assenza di creature umane, la discendenza dei procioni (mammiferi notturni intelligenti, con una buona coordinazione manuale) potrebbe avviare il suo programma spaziale» (p. 304). Come il finale di Chthulucene di Haraway con le sue farfalle monarca, anche la storia di Microcosmo è poetica e simpoietica, capace com’è di accompagnarci verso nuovi paradigmi, rimanendo nel trouble di un mondo infetto (batterico?).

Ecco alcuni esempi di questi nuovi paradigmi. La divisione fondamentale non dovrebbe correre fra piante e animali o, tantomeno, tra animali e umani, ma fra procarioti, cioè batteri, ed eucarioti. Per non parlare della nostra attenzione, cautela, paranoia rispetto alla riproduzione, che è piuttosto una modalità (assolutamente dispendiosa) del sesso, che altrimenti avviene, come ricombinazione genica, in un’infinità di altre forme: «Perfino l’infezione di creature umane da parte del virus dell’influenza è un atto sessuale, nel senso che materiale genetico si inserisce nelle nostre cellule» (p. 210). Nel Fanerozoico, che nel nome stesso veicola l’idea di una vita divenuta visibile, non compare altro che lo scheletro e quindi il fossile, ma una vita informe e viscida l’ha preceduta, nuda, per tantissimo tempo. I primati originari erano «pusillanimi», la cui specialità era un’attitudine «anch’ess[a] indice di pusillanimità: la tendenza incipiente verso un comportamento sociale cooperante» (p. 267).

Diciamocelo chiaro allora, come ce lo dicono Margulis e Sagan, come ce lo dice addirittura Platone quando racconta che la gru, dovesse inventarsi una tassonomia, traccerebbe, come gli animali umani, una sola linea: quella che separa la gru dalle altre bestie. «Delle/gli studiose/i obiettive/i, se per ipotesi fossero balene o delfini, porrebbero creature umane, scimpanzé e orangutan nel medesimo gruppo tassonomico» (p. 276). Non diceva forse Linneo, parlando come farebbeun naturalista, che non c’è carattere che distingua l’uomo dalle scimmie, se non il fatto che queste ultime hanno uno spazio vuoto fra i canini e gli altri denti?

Eccoci dunque, tra differenze che si ripetono e ripetizioni che differiscono, arrivati al sapiens, questa buffa, anticlimatica, variopinta e antica iguana (o colonia batterica). Specie (indiscreta) a cui noi guardiamo come se fosse composta da individui discreti, quando neppure questo è vero: come ricordano l* autor*, gli organismi sono come le grandi città – dietro a un nome, una tendenza, una statistica vi è la gatta randagia e il piccione e l* migrante e l* filantrop* e l* criminale. Somma evidente di tutti i cenci di famiglia, di quanti strati, di quante vesti, di quanti corpi siamo compost*. Di quanti batteri!

Sarà poi vero, o sarà poesia? O sono solo i ricordi di un naturalista? O di uno spinoziano? O di uno stregone? O di una molecola?

La copertina è di NOAAFisheriesWestCoast (Flickr)

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