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EUROPA

Spagna, neofascisti in piazza contro il prossimo governo socialista sostenuto dagli indipendentisti

Negli ultimi giorni neofascisti e conservatori stanno lottando in ogni modo per impedire il prossimo governo socialista sostenuto dagli indipendentisti catalani con l’accordo sull’amnistia. Una analisi della situazione in uno scenario complesso nei giorni dell’investitura ufficiale

Negli ultimi anni siamo stati abituati a vedere uno stato spagnolo in cui i movimenti scendevano in piazza spesso: dagli indignados, alla lotta per la casa, fino alle grandi manifestazioni indipendentiste. Ma in questa settimana stiamo assistendo ad altre piazze, riempite dai neofascisti di Vox e dai settori che rimpiangono in maniera sempre più sfacciata il passato franchista del paese. Il tutto perché mancano poche ore all’investitura di Pedro Sánchez, il quale inizierà così il suo terzo mandato consecutivo, frustrando qualunque tentativo di vedere la destra al governo.

Una destra guidata da Alberto Feijóo, del Partido Popular, che si era vista vittoriosa nelle ultime elezioni del 27 di luglio. Nonostante ciò, non è stato capace di ottenere una maggioranza solida nelle prime due session di investitura. In parte perché aveva un solo alleato, l’estrema destra di Vox, il cui risultato elettorale non era sufficiente a permettergli di governare. Dall’altra parte dell’emiciclo, era stato il presidente uscente Pedro Sánchez, del Partito Socialista, a raccogliere i 179 voti necessari per poter presentarsi il prossimo 15 e 16 di novembre al dibattito d’investitura con la sicurezza di venir eletto. Una maggioranza assoluta con il sostegno di tutti i partiti politici, tranne appunto il PP, Vox e la Union Popular de Navarra (UPN). Per arrivar fino a questo punto ha speso ogni giorno svolgendo un complesso lavoro di mediazione, stringendo patti con i differenti attori. Partendo da un primo accordo programmatico con Sumar (la piattaforma della Vicepresidente uscente Yolanda Diaz e Podemos), per poi saldare le buone relazioni con Esquerra Repubblicana de Catalunya (ERC, gli indipendentisti socialdemocratici catalani), fino poi arrivare al nodo centrale di Junts, il partito indipendentista catalano del ex- presidente regionale Carles Puigdemont, attualmente europarlamentare ed esiliato dal 2017 a Bruxelles, in Belgio.

Però perché questa mobilitazione di massa nelle piazze da parte dell’estrema destra? Perché l’accordo principale tra il socialista e gli indipendentisti catalani prevede una amnistia, che risolverebbe così il complesso intreccio politico che ha visto il suo apice nel referendum catalano del 2017.

Una legge che annullerebbe tutti i delitti «compiuti dal 1 gennaio 2012 fino al 13 novembre 2023», secondo quanto si legge nel testo che è stato presentato al congresso per essere votato in via rapida. In questo modo, sia la Consulta del 2014, come il referendum del 2017 e le proteste successive del 2019 verrebbero tutte cancellate. Come si legge nel testo, «l’amnistia copre non solo l’organizzazione e la celebrazione della consulta e del referendum, ma anche altri eventuali reati che hanno un profondo legame con essi, come, ad esempio, gli atti preparatori, le diverse azioni di protesta per consentirne la celebrazione o manifestare opposizione al procedimento giudiziario o alla condanna dei responsabili, compresi anche assistenza, collaborazione, consulenza o rappresentanza di qualsiasi genere, protezione e sicurezza ai responsabili». Parole chiare per cercare di chiudere una fase politica complessa.

Pressioni e repressioni

Per chi considera che i valori fondanti dello stato spagnolo, quella España, una grande y libre, siano intoccabili, la proposta di una amnistia che liberi chi ha minacciato l’unità della Spagna, è troppo.  Per questo, per mettere sotto pressione Sánchez come i catalani ed evitare un possibile accordo, non solo hanno utilizzato tutta la macchina del fango, ma anche tutti gli apparati del Deep State, che hanno mantenuto un estremo vincolo con il passato franchista del paese. Infatti, lunedì scorso, il giudice Manuel García Castellón della Audiencia Nacional ha incluso nella lista degli indagati l’ex-presidente catalano Carles Puigdemont e Marta Rovira (di ERC), in una causa che sembrava arenata da anni.

Era il processo contro Tsunami Democràtic, l’entità anonima che tramite social e gruppi di Telegram, coordinava le spettacolari proteste in Catalogna nell’ottobre del 2019. Azioni simboliche che mostravano come la società catalana non accettava la recente condanna ai leader indipendentisti che avevano organizzato il referendum. Ma proteste che per il giudice Castellón erano tipificate con il delitto pesantissimo di “terrorismo”.

Non solo Puigdemont e Rovira, ma nella lista compaiono anche il professore universitario di storia contemporanea Josep Lluís Alay, il parlamentare Ruben Wagensberg, l’attivista sociale Oleguer Serra, il giornalista Jesús Rodríguez e il banchiere Nicola Flavio Giulio Foglia. Questi sono solo alcune delle persone identificate che, tramite pseudonimi, comunicavano in una chat per organizzare le proteste di massa. 

Nel rapporto di 34 pagine, il magistrato spagnolo ha anche offerto a Puigdemont, ancora in esilio e protetto dall’immunità di parlamentare europeo, di potersi presentare davanti alla giustizia spontaneamente per “potersi difendere” tramite la sua testimonianza. Non è solo una forma di cortesia, ma l’unico modo che ha il giudice per non dover fare una richiesta davanti al Parlamento Europeo e riportare sul piano internazionale il conflitto catalano.  La stessa formula è stata utilizzata nel caso di Ruben Wagensberg, anche per evitare che debba essere la Corte Suprema spagnola a dover richiedere di presentarsi davanti al giudice. Pere Aragonès, presidente della Generalitat Catalana e di ERC, afferma che ««questo processo è una causa costruita con una chiara intenzione politica» e assicura che «è quando la Catalogna avanza politicamente che arrivano i poteri reazionari dello Stato». Non solo, sottolinea che «è qui che spiegano tutti i loro tentacoli per sabotare accordi democratici».

Per molti, pensare al terrorismo per delle proteste pacifiche, per quanto spettacolari (come il blocco dell’aeroporto di Barcellona) è chiaramente una forzatura. Lo stesso che ha pensato il Procuratore generale dello stato, che ha chiesto al gip, neanche una settimana dopo, di rivedere le accuse, per lui eccessive e senza basi, per considerare Puigdemont un terrorista.

Il Noviembre Nacional

Per l’estrema destra, il deep state non sembrava intimorire gli accordi tra Sánchez e Puigdemont, obbligandoli così a scendere in piazza davanti alla sede del Partito Socialista di tutto il territorio spagnolo. E a Madrid, in calle Ferraz, si sono registrati i maggiori scontri, che si son ripetuti per tutta una settimana. Una piazza che ha visto una interessante variazione: se prima erano Populares e militanti di Vox a scendere in piazza a protestare pacificamente, pian piano la presenza dell’estrema destra di Democracia Nacional, la Falange, Revuelta e altri gruppuscoli neofascisti hanno mostrato la maggior presenza e organizzazione, portando a scene di cortocircuito in cui agenti della polizia manganellavano chi sempre li aveva elogiati mentre reprimevano il dissenso sociale e politico in Catalogna. Dopo una settimana, mentre le proteste raccoglievano al massimo ottomila persone, il conteggio dei fermi indicava una cifra poco inferiore a cinquanta. Questa sarebbe la maniera per mettere pressione al governo, in questo (così l’hanno ribattezzato da alcuni convocanti alle manifestazioni) “Noviembre Nacional”. Per l’iconografia hanno scelto due rune Wolfsangel affiancate, simboli utilizzati da diverse divisioni delle Waffen-SS naziste, ed  elementi come la bandiera spagnola senza lo scudo, come nelle proteste anticomuniste romene del 1989 contro Ceaușescu. Mentre la piazza si riempiva di saluti romani, Santiago Abascal, leader di Vox, affermava che iniziava «una resistenza civile che sarà lunga, pacifica e ferma» e che «ha un solo obiettivo: o il dittatore sul banco degli imputati o noi che ci opponiamo a questo colpo di stato in prigione».

Poi, un cambio nella leadership della protesta. Domenica scorsa, qualche centinaio di migliaia di persone hanno partecipato manifestazioni convocate dal Partido Popular nei 52 capoluoghi di provincia. Ovviamente, la più partecipata, è stata quella Plaza de Sol, a Madrid dove circa 80mila persone sono scese in piazza per opporsi ai socialisti. «Non rimarremo in silenzio finché non torneremo a votare. Noi spagnoli abbiamo il diritto di esprimere la nostra opinione», affermava Alberto Feijóo, leader dei Populares. Anche se il leader conservatore non ha condannato nessun atto di violenza delle settimane anteriori, né la presenza di simbologia neofascista, ha semplicemente chiesto che «gli spagnoli recuperino la loro libertà e dignità».

È stata però Isabel Diaz Ayuso, presidenta di Madrid, a calcare la mano nella narrativa anti-socialista: «il suo progetto è il totalitarismo. Ha deciso che non vuole perdere il potere, costi quel che costi alla Spagna. Ci porterà verso la dittatura se non c’è un equilibrio nel suo potere».

Affermava, minacciando che «ci occuperemo di restituire colpo su colpo». Perché la narrativa che ironicamente viene lanciata dagli eredi del franchismo spagnolo è che i socialisti non rispettano la democrazia. Mentre arringavano le folle, i partecipanti rispondevano con gridi di «Sánchez in prigione!, Sánchez Dittatore!, Vogliamo votare!» o «Libertà».

In questo scenario teso, in cui sempre è più evidente che nel cuore della penisola iberica chi controlla le piazze è l’estrema destra, mentre sono gli indipendentismi periferici quelli progressisti, ci si avvicinerà al prossimo dibattito di investitura, per vedere se c’è una alternativa solida al governo dell’estrema destra.

Immagine di copertina da Needpix