cult

CULT

Sentire, allargare, rafforzare la rete

Un vecchio cuoco zoppo, un attore che evoca Shakespeare servendo piatti agli studenti, un cantante di opera addetto ai bagni, un italiano in fuga dalla Maremma avvelenata nell’Inghilterra di Margaret Thatcher. Eroi di chi? Eroi per cosa? 108 metri. The new working class hero di Alberto Prunetti è un’avventura che fa sorridere e commuovere

Questo articolo è la recensione a un romanzo il cui sottotitolo recita The new working class hero. È anche il tentativo di capire quale senso abbia tale definizione: eroe della classe che lavora, operaia nello specifico. E perché mai nuovo.

L’opera in questione è 108 metri, edito da Laterza, ultima creazione di Alberto Prunetti. Racconta le avventure grottesche di un ragazzo italiano che scappa dalla Maremma e dalle ciminiere di Piombino per andare a Bristol. Va alla ricerca di un lavoro e di esperienze di vita tentando, disperato, una via di fuga dal determinismo della classe sociale di appartenenza, poiché «un figlio di operaio lo danno 35 a uno, se esce dal seminato della fabbrica».

 

 

È questo l’eroe in questione, all’arrembaggio, senza vera destinazione, che si ritrova per le mani lavori faticosi nelle cucine d’oltremanica e a vivere giornate in compagnia di una ciurma di altri come lui: tutti messi di traverso rispetto al dover fare richiesto dal sistema. Gli eventi si svolgono nell’Inghilterra di Margaret Hilda Thatcher sono gli anni Ottanta, il decennio più buio per la classe operaia inglese, ma non solo. Sono gli anni in cui il liberismo punta gli argini dei diritti sociali e gonfia quell’onda la cui forza distruttiva arriva fino a oggi.

 

«[…] Chi ha parlato di salario minimo? I soldi vuoi, ingrato? Con che faccia me li chiedi, che qui in mezzo agli stranieri ti faccio quasi da padre? Guarda che quella è la porta! La porta? Magari fosse stata la porta. Che quando l’ispettorato inglese del lavoro fece irruzione per una visita a sorpresa, il boss mi spinse fuori dalla finestra. Aria. Aveva deciso che potevo lasciare la grande famiglia».

 

108 metri ha una struttura narrativa ordinata in viaggio, iniziazione, acquisizione di competenze, scontri con gli avversari e ritorno a casa. È prima di tutto la testimonianza di un’esperienza, in cui la vita vissuta e la ricostruzione di fantasia – fiction e non fiction per intenderci – si mescolano. Il gioco è quello di mascherare il più possibile la seconda, anche attraverso influenze fantastiche, necessarie a descrivere l’inquietante creatura del thatcherismo, a cui schiere di adepti genuflessi dichiarano fedeltà. (Sullo stile del romanzo, vedi anche Wu Ming. 

108 metri è un’avventura, ma in gioco non c’è la conquista di nessun reame: forse anche per questo è esclusa la tragedia, come ci avvisa una citazione in esergo al terzo capitolo. «[…] A noi poveracci si addice il comico, l’irrisione dello strazio e in certi illustri casi a noi si addice l’epica». La citazione è di Luigi di Ruscio, un autore che con Michel Ragon e Danilo Montaldi definiremmo proletario. Uno scrittore autodidatta che ha lavorato quarant’anni in una fabbrica norvegese, colpevolmente negletto dagli studi letterari contemporanei. 

Il riferimento all’opera di Luigi di Ruscio è anche un indizio della tradizione a cui Alberto Prunetti si richiama e consente di comprendere meglio cos’è un nuovo eroe della classe operaia. Mentre alcune brevi evoluzioni stilistiche del romanzo richiamano alla mente quella lingua vorticosa, esplosiva e carnale che nasce negli incontri in basso, tra le urgenze quotidiane di chi deve farsi capire e nel farlo, inevitabilmente, crea. E qui, per qualche attimo, il pensiero va a I giavanesi di Jean Malaquais. Tutto il testo nel complesso ha una sua musicalità e un ritmo dovuti alla dimensione orale della narrazione. Elementi rinsaldati da mirati interventi da bardo – il vostro umile narratore.

 

Il romanzo di Prunetti nasce da un’esigenza, che è quella di lasciare una traccia ben visibile di un’esperienza umana. Così, verso la fine del testo, l’autore dichiara: «dovevo scrivere la mia storia […] farla circolare, perché diventasse una minuta proteina di quel codice che avrebbe rotto le catene della sopraffazione».

 

A chi legge possono venire in mente molte altre dichiarazioni letterarie del genere, qui nello specifico ne ricordiamo una. Le stesse parole sono pronunciate con altrettanta enfasi, anzi suggellano la promessa che la giovane Mahlet fa ai vecchi del suo villaggio etiope. Siamo nel romanzo Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi e la protagonista si fa carico di raccontare la resistenza del suo popolo contro la dominazione italiana. Decide di farlo arrivando in Italia e nella lingua del dominatore.

 

 

Questa considerazione è soprattutto una suggestione. Prunetti conosce il valore delle storie che – dimenticate negli archivi – vanno disseppellite. La storia di Renato, suo padre, presente in 108 metri e già protagonista di Amianto, precedente romanzo, ne è un esempio. Ma anche quella di Antonio Gamberi, uomo di Maremma, poeta del popolo, pastore, minatore, antifascista, gli è cara (Nostra patria è il mondo intero, di Alessandro Angeli, ed. Stampa Alternativa). Sono le storie di uomini che hanno conosciuto lo sfruttamento, ma nel farlo hanno costruito coscienza, diffuso sapere e dignità, in nome di un riscatto umano che non conosce vincoli identitari. Allora si può credere che la necessità di rompere le catene della sopraffazione estenda le sue contaminazioni possibili, e l’urgenza narrativa della classe lavoratrice trovi una buona alleanza in quella anticoloniale. Sono tutte minute proteine dello stesso codice di Prunetti, tracce di una volontà di liberazione che è urgenza di decolonizzazione: ora dal razzismo, ora dal precariato.

 

Sono questi i lineamenti di un’epica emancipatoria che si va definendo e a cui Prunetti consapevolmente partecipa. Essa è sempre il risultato della sovrapposizione di più narrazioni, dunque stili, e testimonianze nel corso del tempo. Un’epica che racconta gli sforzi per la sopravvivenza e le sfide della povera gente.

 

E come ogni epica che si rispetti, deve farsi carico di un insegnamento. ma quale?

Una delle definizioni correnti di cultura la descrive come quella rete di significati prodotta dall’uomo e nella quale l’uomo è impigliato. Una rete fatta per orientarsi, ma ancor di più e forse principalmente fatta per costruire o determinare relazioni umane.

A essere più precisi, è impossibile separare lo sviluppo di questa da quell’essenza umana che Karl Marx individuava nell’insieme dei rapporti sociali. Per questo, dunque, si sta nelle relazioni producendo significati. Che assurdità sarebbe negare, per esempio, la società, sostenendo che solo l’individuo esiste. E che abominio, per dire, se di questa negazione se ne facesse un programma politico. Rifiutandone l’essenza, non sarebbe altro che una violenta imposizione di regole contro l’uomo. Sarebbe un modo per tagliare quella rete che invece, indefessi, continuiamo a costruire.

Ecco, proprio questo è l’insegnamento di quest’epica stracciona. Questo continuo disseppellire storie, riallacciare legami, senza pretese di omogeneità di stili e uniformità identitarie, è una valida strategia per sentire la rete, allargarla, rafforzarla, ricucirla. E quel figlio di operaio; quello sturacessi col papillon al collo e cantante d’opera; quel cuoco tossico e claudicante, pirata per davvero; quella gentile signora irlandese dal perfetto accento british che si muovono, irridono, si ribellano e soffrono nelle pagine di Prunetti, se sono eroi, sono i nostri.