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La contestazione interminabile di Franco Basaglia

“Franco Basaglia. Pensiero, pratiche, politica” ricostruisce il complesso profilo dello psichiatra veneziano tra passione filosofica e impegno politico, ripercorrendo le tappe di un’esperienza di trasformazione che pose le basi per il definitivo superamento dei manicomi con la legge 180

«La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile […]. Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere perché è il potere che vince sempre. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare». Sono queste le parole di Basaglia che Eugenio Borgna, nella sua prefazione alla nuova edizione di Franco Basaglia. Pensiero, pertiche, politica di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio (Collana 180 – Archivio critico della salute mentale di Meltemi) sceglie di ricordare in apertura al testo. Testo che è sprone a non dimenticare quel passato smottamento, quella nuova partizione del sensibile, potremmo dire con Ranciére, che ha reso visibile qualcosa che prima non era nemmeno nominabile – che prima, a ben vedere, non era nemmeno reale. «Ci rifacciamo specificamente alle espressioni distacco dalla realtà, non tener conto della realtà, vivere al di fuori della realtà con le quali si è soliti designare alcuni particolari stati di patologia mentale, senza aver precedentemente vagliato cosa si intenda per realtà e quale senso venga a essa attribuito» (p. 46), scriveva Basaglia, nel 1955, ne In tema di “pensiero dereistico”. Lə psichiatra e il sistema psichiatrico, perfetta progenie della modernità, ha sempre parlato la voce della razionalità, della produzione di senso e dell’aderenza alla norma; sfiorando soltanto quella soggettività detta delirante cui si è rifiutato di andare incontro – e se mai lo ha fatto è sempre stato al fine di ritornare, come fa ogni figliol prodigo, nell’alveo del normale, trasformando il cattivo malato in buon cittadino (obbediente, disciplinato). Ma la realtà, afferma Basaglia – «Sono gli internati stessi che “sanno”: loro e nessun altro» (p. 163) –, non è mai semplice mondo comune, piana rappresentazione di un unico ethos percorribile. È sempre piuttosto distribuzione conflittuale di modi d’essere, di chi occupa una posizione di visibilità e di chi invece ne è nascostə – di chi è reale e di chi è invece irreale.

È questa conflittualità che va fatta esplodere, mostrando anzitutto la malattia non come «sofferenza ma [come] razionalizzazione della sofferenza attraverso un’ideologia medica che si incarica di occultarla» (p. 241). Dal che consegue che appena al di sotto dell’operatorə e dellə paziente, due astrazioni speculari (nessuna delle due esiste davvero!), la malattia si manifesta e si esprime entro le maglie di quelle misure che vengono adottate per comprenderla e affrontarla, entro quel sistema normalizzante che non corrisponde a sua volta al reale,ma che è esercizio di costrizione dell’accadere nella sua propria verità. Ecco perché «per comprendere il malato di mente – dicono Franca e Franco Basaglia – bisogna mettere tra parentesi la malattia mentale», (p. 86). Sapereprassi, anzitutto pratica e non tecnica, che Basaglia ha appreso dall’esortazione “Alle cose stesse!” di Husserl, dal “lasciare a maggese” heideggeriano e ancora dall’anticarriera istituzionale di Fanon: non esiste alcun posto al di fuori dell’istituzione se non la rivoluzione, il fare terra bruciata di quel che è stato sinora edificato, per vedere (scoprire assieme: perché ancora non può essere anticipato, non, almeno, con questo linguaggio e con questi occhi) quel che verrà. Dissipare la figura dell’internatə significa di rimando dissipare il soggetto di conoscenza, accettando di abitare un perenne scacco: rifiutando la normale subordinazione tra psichiatra e paziente per sperimentare in suo luogo un’alleanza. Chi delira racconta con le sue parole e le sue azioni l’unica modalità esistenziale per ləi attuabile, ponendosi in contraddizione con quel mondo che l’ha rifiutatə ed esclusə, e che continua a mantenerlə nella distanza. Mostrava Goffman, cui Basaglia in più punti ritorna, il ricatto incarnato da ogni istituzione definita totalizzante: essa s’impadronisce d’una parte del tempo, se non della vita nella sua interezza, dell’internatə e di chi vi presta servizio (assieme); ne circuisce i componenti in un’azione inglobante e ne distrugge quel pur residuale senso del sé che chi proviene dal mondo esterno forse ancora tratteneva, impedendo soventemente un ritorno a quel comune reale da cui si era statə espulsə. E questo spesso attraverso una serie di umiliazioni e profanazioni di quello stesso : allə malatə viene sottratto quello spazio, quell’intervallo di possibile entro il quale semplicemente, spontaneamente, essere, entro il quale appropriarsi del proprio corpo, delle proprie azioni e reazioni. «La modalità passiva nella quale l’istituto lo costringe non gli consente infatti di vivere, offrirsi ed essere con altri avendo – insieme – la possibilità di salvaguardarsi, difendersi, rinchiudersi» (p. 62).

Da qui l’urgenza: chiudere il manicomio per fermare, alle sue spalle, quella macchinazione che al manicomio dà vita e legittimità, quella società che produce le diversità, per invalidarne poi le esistenze, definendole come inferiorità, minorità, infermità; l’istituto psichiatrico certo può essere «raggiornato, umanizzato, medicalizzato», ma «qualsiasi forma di sopravvivenza dell’ospedale psichiatrico […] definisce, a partire dal suo ruolo, la logica dei circuiti di cui fa parte» (p. 144). Il che indica piuttosto la necessità di lasciarsi coinvolgere nella situazione esistenziale dellə malatə, intrecciarvi un discorso – proposito che già in origine, in Basaglia, si configura come politico, scrivono Colucci e Di Vittorio. Con Foucault si è appreso che l’intellettuale non ha da dare consigli – ha da ascoltare e accogliere le voci di coloro che lottano: sono loro a dover e, soprattutto, poter visualizzare le linee di percorrenza del potere, i suoi punti deboli e le sue giunture (e indovinare, quindi, dove intervenire). È a loro che compete il compito del foucautiano “rilievo topografico della battaglia”,

il compito di intravvedere quell’utopia che Basaglia comprende, a partire da Mannheim, come visione parziale e pertanto vera dei gruppi subordinati. Incapacitatə a vedere nella realtà nient’altro che quegli elementi che endono a negare, non potranno forse dare diagnosi della società presente né accogliere la diagnosi che la società presente ha elaborato per loro. Eppure potranno indicare l’azione, la fuga da questa stessa realtà, così angusta – perché, scriveva appunto Mannheim, «non si occupano di quel che esiste, bensì cercano con ogni mezzo di mutarlo».

Sostiamo allora in questo vuoto – che Basaglia chiamava «vuoto ideologico», «il momento felice in cui si potrebbero incominciare ad affrontare i problemi in modo diverso» (p. 97), rifiutando sia l’approccio riformistico alla malattia sia quello riabilitativo (paternalismo, colonialismo delle menti e dei corpi); rifiutiamo l’animalizzazione dellə folle ma anche quanto Pinel definiva il suo trattamento morale – che dall’animalizzazione del resto non si scosta, essendo un altro dispositivo di disciplinamento e di domesticazione che non doma con la forza l’anomalo ma ne modifica, attraverso un dolce imperio, le sue maniere e le sue idee.Rifiutando da un lato la comunità terapeutica inglese, dall’altro la psicoterapia istituzionale francese e in qualche modo congedando, non ultimo, l’esperienza italiana, come avverrà nelle conferenze in Brasile: «Il mio timore è che l’istituzione negata (intendo l’impresa in sé) diventi un’ideologia e non continui invece a negarsi» (p. 191). Proprio nella concreta e interminabile pratica della contestazione Basaglia individuava, infatti, la differenza fondamentale fra la propria comunità e la comunità classicamente intesa; contestazione «a tutti i livelli» che non restituisca una visione univoca, che sia incapace di fissare, infine, un’univoca realtà, «che [invece] porta, in modo contraddittorio e anche disordinato, a contestare in modo globale il potere esterno, quel potere che ci imporrebbe di tenere la situazione totalmente sotto controllo in una comunità guidata» (p. 155). Una contestazione sempre aperta, una contestazione sempre fuori, che mette indefessamente in discussione la distribuzione di ruoli, ambiti e linguaggi – di legittimo e di illegittimo, di reale e irreale: del sensibile, inteso come quel che si può esperire (vedere, prima ancora di capire!). 

Perché con Basaglia non si è cercata l’elaborazione, in forma definita, rifinita, sistematizzata, razionale di un nuovo sapere. O meglio, si è ricercato un sapere solamente nella misura in cui tale sapere, come ricordano Colucci e Di Vittorio facendo leva sulle parole di Foucault, non è una modalità del comprendere, ma del prendere posizione. Quella posizione più sconveniente, improduttiva, dissipativa, che è quella della follia e di chi da questa si fa coinvolgere, senza volerla ricondurre a ragione (che, insegnava già la favola bella, è sempre quella del più forte). «Il problema è di sapere se i malati, sottoposti alla segregazione del manicomio, possono sollevarsi contro l’istituzione e denunciare alla fine quella stessa divisione che li ha designati ed esclusi come malati […]. Le vittime del manicomio avvieranno una lotta politica contro la struttura sociale che li denuncia come pazzi?» (p. 161).

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