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Gentrification?

Qual’è la vera natura della gentrification che interessa le nostre città? Processo di trasformazione “naturale” o frutto di speculazioni e piani di sviluppo fraudolenti?

La ricostruzione delle nostre città si porta appresso il mettere le mani sulla nostra stessa vita. DINAMO in molte occasioni ha affrontato questo tema andando a vedere cosa succedeva lì dove erano in atto politiche di rigenerazione urbana. Sia di tipo spontaneo che quando queste sono governate dalla logica di mercato. Numerose sono state le lotte che il nostro portale ha raccontato condotte contro quello che abbiamo chiamato “il mattone finanziario”. Siamo andati a vedere e cercato di raccontare, a partire da Roma, come la capacità finanziaria punti, nel proprio incessante lavoro di estrazione di rendita, sia il patrimonio rappresentato dal costruito che lo spazio legato all’immaginario. Sta nascendo una specifica forma di narrazione legata ai processi oggi noti come “gentrification” fatta di due momenti tra loro speculari. Il primo rappresentato dal presentare come pericoloso lo spazio su cui si è messo gli occhi. Campagne contro il degrado nascondono spesso quello che fanno le possenti mani dell’intervento finanziario: sfrattano, demoliscono, costruiscono nuovi spazi di “confine”, isolano le forme di resistenza…. Il secondo accompagna questi fenomeni con il mantra che, una volta ripuliti da abitanti dai redditi bassi o nulli, quello spazio vive finalmente una nuova vita. Su questi temi, su come si costruisce la narrazione intorno il concetto di “gentrification” Dinamo intende chiedere ad attivisti e ricercatori come costruire una autonoma forma di contronarrazione capace di riconoscere le soggettività e le competenze che si oppongono alla “signorilizzazione” dello spazio del nostro abitare. Quello che segue di Stefano Portelli, è il primo di questi contributi.

Il 24 maggio 2016, il blog Che fare ha pubblicato un articolo firmato da Luca Tricarico, dall’infausto titolo “Libera gentrification in libero stato.” Qualche settimana dopo, sul Venerdì di Repubblica è uscito un testo analogo: “La gentrification può far bene”, di Federico Rampini (tra l’altro, recentemente accusato di plagio). Ma il Venerdì spesso trasforma le cose in una questione di costume, cancellando ogni implicazione politica o di classe. Il blog Che fare invece sembra fatto di un’altra pasta; e infatti ha pubblicato di recente anche la risposta critica del sociologo Giovanni Semi, esperto di gentrification. Tricarico si è affrettato a commentare su Facebook definendo Semi “vecchio accademico che scrive in modalità salottiera”. Tutto il discorso sulla gentrification si riduce a confronti tra vecchio e nuovo, a un dibattito sull’estetica, sui cliché. Purtroppo, la parola gentrification è troppo importante per lasciare che divenga preda di queste tergiversazioni.

Ogni tanto qualcuno se ne esce con una difesa della gentrification (ne ho scritto da poco). Gli articoli iniziano sempre con descrizioni popolate di stereotipi: i giovani, la classe creativa, gli artisti, la moda, il design e gli hipster. Queste figure evocano una generica sensazione di innocenza: sono piccoli, hanno storie ingenue, non sanno bene cosa succede intorno a loro, ma vogliono vivere la vita, fare cose nuove, provare esperienze, migliorare la loro condizione. Il loro dinamismo porta una ventata di freschezza ovunque passano. Sono gli eroi della gentrificazione, precari ma sexy. Ad avversarli, invece, ci sono dei paranoici protezionisti, amanti del degrado e dello stantío, vecchi frustrati e chiacchieroni, magari con la busta paga (!), che farebbero di tutto per impedire loro di realizzare questi sogni. Forse per invidia della loro giovane età, forse per l’ideale dell’ostrica: se sei nata a Rivarolo del Re, o a Sassari, come i millennials dell’articolo di Tricarico, devi rimanere lì: non ti fare strane idee, perché potresti alterare degli equilibri urbani centenari.

È semplice, allora! Se le cose stanno così, la gentrification è il nuovo che lotta contro il vecchio; i giovani che vogliono cambiare, e degli egoisti che dovrebbero solo farsi da parte, invece di continuare a esprimere il loro “malcontento”, perché “non possono o non vogliono cogliere le opportunità che le città offrono” (sic!). La gentrification quindi è un’evoluzione naturale, legata al passare del tempo, all’alternarsi delle generazioni, all’adattabilità e alle scelte personali dell’individuo, al cambio delle mode. Questa stessa tesi, che la gentrificazione sia un fenomeno naturale, è rimbalzata qualche anno fa addirittura sul Guardian, che sulle città prende spesso posizioni ambigue. Fortunatamente il prestigioso geografo Tom Slater ha subito risposto che “non c’è niente di naturale nella gentrification”, contestando uno ad uno tutti gli argomenti e le ricerche citate dal Guardian.

Per quanto riguarda Tricarico, innanzitutto, la logica degli “avversari del progresso” dovrebbe essere ormai rifiutata in blocco. Da secoli viene usata contro chi critica le grandi infrastrutture finanziate dallo stato: ultimamente ha giustificato la Tav, il Muos, il Mose, l’Expo, tutti i maxi-progetti di sviluppo che hanno devastato territorio e finanze pubbliche, creando – e non combattendo – le “piccole caste” di cui parla Tricarico. (Un esempio è il gruppo di Ercole Incalza, che da decenni si arricchiva speculando sulle “innovazioni”, e ora fortunatamente è in carcere). Questo è il primo errore dell’articolo: Londra è presentata come “libera e creativa”, Milano come un posto dove “si blocca l’innovazione e il progresso”: per una conversazione sull’autobus o al bar va benissimo, ma quando si scrive di temi importanti bisogna essere un po’ più precisi.

Soprattutto, perché Londra e Milano, o Londra e Roma, non sono due sistemi culturali o economici diversi. Sono il centro e una periferia di uno stesso sistema economico. Chiaramente, il ritmo delle trasformazioni è più intenso al centro, e l’ammontare degli investimenti più ingente; ma la logica è esattamente la stessa. Chi ha cercato di fare i soldi sul mattone a Londra ha promosso le Olimpiadi, chi sta cercando di farli su Roma, uguale. Londra ha inaugurato le esposizioni universali; Milano ha appena celebrato l’Expo. Questi progetti sono stati sempre enormi investimenti di capitali pubblici, che hanno fatto salire il valore immobiliare di terreni prima poco sfruttati economicamente, quasi sempre per il beneficio di privati. Su questi terreni poi ci sarà gente che comprerà casa o aprirà un co-working, o proverà a mettere in piedi progetti; ma quello che conta non sono queste piccole attività, bensì le grandi alleanze tra pubblico e privato che hanno portato alla riqualificazione. In particolare, gli introiti dei privati, e i costi per la città.

Tricarico dice che non è più arrabbiato con la gentrification. Ma non capisce che la gentrification è solo la facciata visibile di quelle forze neoliberali e antidemocratiche contro cui è giustamente ancora arrabbiato, come spiega all’inizio dell’articolo. Tutto il discorso sulla moda, sui co-working, sui giovani, serve solo a nascondere la demolizione pianificata di uno dei più importanti diritti che lo stato contemporaneo avrebbe dovuto tutelare: il diritto alla casa. Nessuno ce l’ha con la libertà di movimento, che è un diritto umano fondamentale. Ma non si può pretendere di tutelare un diritto attraverso la negazione di un altro. La gentrification significa innanzitutto che, come avvenuto a Londra negli ultimi 60 anni, migliaia di persone vengono sfrattate, trasferite in periferia o costrette a trasferirsi, spesso con l’inganno o con leggi fraudolente (a Londra, ad esempio, la recente bedroom tax).

Non è la “libera gentrification”, una mano invisibile che lascerebbe evolvere i quartieri secondo dinamiche naturali, a modificare il panorama dei centri urbani, bensì leggi dello stato volutamente formulate per il beneficio di pochi investitori. Da Bethnal Green e i Docklands negli anni ‘50, a Stratford e Hackney durante le Olimpiadi, a Elephant & Castle qualche anno fa, gli abitanti dei quartieri popolari del centro, o dei grandi complessi di case popolari della prima periferia, sono obbligati a lasciare il loro appartamenti, volenti o nolenti, ed a spostarsi molto più fuori; generalmente in estates di nuova costruzione, molto più care e con meno tutele, a volte addirittura in alloggi temporanei. Naturalmente, queste operazioni distruggono tutte le reti di relazioni e di aiuto mutuo create in decenni di vita di vicinato, e creano quartieri molto più isolati e sofferenti di quelli di partenza. Alcuni, a volte, esplodono in improvvisi episodi di violenza generalizzata – a volte mirata, a volte no.

La stessa cosa avviene in molte città del mondo (se non tutte), anche se in forme molto diverse. È per questo che è stato coniato il termine gentrification. Designa un fenomeno globale, di cui bisogna studiare le implicazioni, nonché le differenze tra caso e caso. A differenza di quanto sembra suggerire Tricarico, In Italia la gentrification avviene da decenni. Perché migliaia di persone nate a Trastevere, a Monti, a Campo de’ Fiori, a San Lorenzo, hanno dovuto lasciare le loro case, per trasferirsi a Corviale, a Torbellamonaca, a Ostia? È chiaro che ora nelle loro strade, le loro piazze, i loro vicoli, ci sono anche persone creative che gestiscono locali simpatici, oltre a migliaia di turisti: ma non sono loro il problema. Nessuno avrebbe preferito che quegli spazi fossero rimasti abbandonati. Ma era dovere dello Stato occuparsi del benessere di queste persone nei loro quartieri prima; non solo del loro diritto alla casa, ma del diritto alla loro casa – the right to stay put, il diritto di rimanere lì. Invece, nei loro quartieri ed edifici sono stati bloccati gli investimenti pubblici, finché il degrado ha cacciato gli abitanti, aprendo spazio alla sostituzione residenziale, ed agli investimenti privati.

Gentrification quindi non è il fatto che dopo qualcuno ha trasformato le macellerie in librerie trendy, ma il fatto che a un certo punto una serie di attori privati hanno capito che avrebbero fatto un sacco di soldi spingendo parti dell’amministrazione pubblica a promuovere leggi inique o progetti “innovativi”, consegnando i centri storici delle città a turisti, investitori e grandi compagnie immobiliari, senza alcun riguardo per chi abitava e spesso aveva costruito questi luoghi. Tra Roma, Torino, Venezia, Milano – così come Londra, Barcellona, Berlino, New York – cambiano i tempi, i ritmi e i modi, ma non la storia. Chi la capisce – e non è difficile – può domandarsi legittimamente perché Luca Tricarico ci tenga tanto a non arrabbiarsi.