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MONDO

Forme di vita tra sollevazione e guerra, oltre la rappresentazione

Uno sguardo dall’interno della società iraniana, stretta fra repressione interna a opera del regime e guerra condotta dall’esterno da Usa e Israele. Come si sono costituite catene frammentarie di solidarietà e le difficoltà di un coordinamento politico delle resistenze sotto le bombe imperiali

Pochi giorni prima della guerra, ho chiamato la mia amica in Iran. Si stavano preparando alla guerra. Mentre parlavo con lei, tutto il mio corpo tremava. I suoi occhi, il suo volto e l’ombra che le lunghe ciglia proiettavano sul viso costruivano un’immagine che mi spaventava. Libertà e prigione – così vicine, così aderenti l’una all’altra.

Fin dall’infanzia siamo intrecciati alla morte e ai suoi significati. Non ricordo un bacio scambiato senza paura; non ricordo un gesto che non fosse accompagnato dall’immagine dei corpi dei nostri compagni. Scrivere, pensare, vivere: tutto è intrecciato negli strati della vita, della morte e della politica. Se esiste una distanza, essa si dà soltanto nella mente: in quel luogo in cui desideriamo immaginare le cose più belle e non semplicemente sopravvivere.

Le uccisioni sono iniziate nei primi giorni del 2026. Hanno ucciso e rapito. Non voglio raccontare gli omicidi. Non voglio dire che si sia trattato di una sollevazione rivoluzionaria repressa e soffocata; scrivo solo questo: questa volta, il governo e l’opposizione di destra, mano nella mano, hanno espropriato la volontà di un popolo che gridava libertà.

Ma nello stesso momento si è resa visibile anche l’incapacità strutturale della sinistra: l’incapacità di accompagnare in modo immanente la sollevazione stessa e la preferenza per una spiegazione della sconfitta dall’esterno, invece che per la produzione di un sapere capace di operare dall’interno del movimento.

Questa incapacità non può essere attribuita semplicemente alla repressione; deve piuttosto essere ricercata in una frattura più profonda: una distanza tra il linguaggio teorico della sinistra e l’esperienza vissuta di coloro che, nelle strade, negli ospedali e nelle case, sono impegnate e impegnati nella sopravvivenza. Mentre la politica, nel cuore della sollevazione, prendeva forma attraverso pratiche disperse, incarnate e fondate sulle necessità immediate della riproduzione sociale, parti della sinistra sono rimaste a un livello di astrazione incapace di cogliere questo spostamento.

In altre parole, il problema non era soltanto “l’assenza”, ma l’incapacità di ricombinarsi con le forme emergenti della politica. La sinistra non è riuscita a costruire un ponte tra il proprio sapere teorico e le forme in via di formazione dell’azione collettiva; non è riuscita a estrarre nuovi concetti da queste esperienze né a sincronizzarsi con il ritmo temporale e materiale della sollevazione.

Di conseguenza, invece di trasformarsi in una forza di intervento interna alla sollevazione, è rimasta spesso nella posizione di osservatore: reagendo con ritardo o interpretando l’evento attraverso quadri concettuali preesistenti. Questo passaggio dall’“intervento” all’“interpretazione” segnala una crisi più profonda: una crisi nella capacità di produrre un sapere politico che operi non dopo l’evento, ma al suo interno.

Da questa prospettiva, la crisi della sinistra può essere letta come una frattura tra “politica come rappresentazione” e “politica come produzione sociale”; un punto in cui le forme tradizionali di organizzazione e analisi non sono più in grado di tenere il passo con reti di resistenza fluide, orizzontali e instabili.

La sollevazione del gennaio 2026 non ha segnato l’inizio di una nuova crisi, ma l’emersione di crisi che si erano accumulate per anni negli strati nascosti della società: crisi economiche, politiche e psichiche. Essa ha portato in superficie ciò che prima era invisibile o deliberatamente occultato.

Dopo la repressione sanguinosa, un pesante silenzio ha avvolto la società; un silenzio che non è soltanto il prodotto dello shock della violenza, ma anche una forma di scelta collettiva. Questo silenzio deve essere compreso come una sospensione della politica, non come la sua assenza: un momento per il lutto, per la valutazione dei rapporti di forza e per l’immaginazione delle possibilità future.

E tuttavia, nello stesso tempo, quella stessa incapacità strutturale della sinistra è riemersa…

La sollevazione non è nata da una leadership unitaria, né attraverso negoziazioni o rappresentazioni mediatiche, ma dalla convergenza di forze eterogenee: reti spontanee di cura, scioperi dispersi ma continui, la resistenza quotidiana delle donne e la partecipazione di studenti e adolescenti che, senza strutture stabilizzate, si sono uniti al corpo collettivo della sollevazione. Proprio in questa fluidità si è aperta la possibilità di produrre il nuovo. Qui si dà un terreno in cui i conflitti si svolgono in forma immanente. Tuttavia, i meccanismi di repressione e la mancanza di un intervento sul campo da parte delle forze radicali hanno interrotto la continuità dei processi di istituzionalizzazione e di organizzazione sociale plurale.

Questa stessa fluidità ha però aperto il campo anche alla competizione tra diverse narrazioni e forze politiche. Nei momenti della sollevazione, molti hanno risposto a chiamate e simboli differenti per costruire forme di convergenza temporanea – incluse quelle promosse da correnti monarchiche.

Tale presenza non implicava necessariamente l’adesione a un progetto monarchico, ma rappresentava spesso il tentativo di trovare un punto comune in una società profondamente frammentata e repressa.

Tuttavia, successivamente, alcune di queste correnti hanno cercato di organizzare la rabbia sociale entro narrazioni e leadership predefinite. L’accesso a risorse mediatiche, finanziarie e a reti di comunicazione più ampie ha consentito loro di rendere più visibile la propria versione della sollevazione. In alcune fasi sono emersi persino discorsi che, invece di opporsi alla guerra, sostenevano l’intensificazione del conflitto o l’intervento militare—mostrando come, all’interno di una sollevazione sociale, possano emergere simultaneamente orizzonti politici differenti e persino contraddittori.

Per questo motivo, il campo della sollevazione non deve essere inteso come uno spazio omogeneo, ma come un terreno di tensione tra forze diverse; uno spazio in cui ciascuna forza tenta di definire il significato politico della sollevazione e di plasmarne il futuro.

Donne e politica della vita quotidiana

Nella sollevazione del dicembre 2025 e nella sua prosecuzione fino al gennaio 2026, il ruolo delle donne deve essere letto su livelli molteplici e intrecciati – livelli che mostrano come esse non si trovassero ai margini, ma al centro stesso della sollevazione.

Gli ospedali sono diventati uno dei principali campi di lotta. Le donne presenti come infermiere, mediche, accompagnatrici, madri o sorelle delle persone ferite non si limitavano a svolgere funzioni di cura; esse sono diventate narratrici della violenza statale.

Registrare i nomi, nascondere l’identità dei feriti, impedire arresti nei letti d’ospedale, trasmettere testimonianze e persino proteggere fisicamente i feriti: tutto questo faceva parte dell’azione politica delle donne in questi spazi. Attraverso i loro racconti, i corpi feriti e uccisi sono stati sottratti alla condizione di dati anonimi e sono entrati nella memoria collettiva della sollevazione.

Secondo rapporti recenti, diverse infermiere sono state sottoposte a gravi violenze sessuali proprio per aver assistito i feriti e hanno persino subito mutilazioni orrende.

Una delle dimensioni più radicali di questa sollevazione è stata la modalità del lutto praticata dalle donne. Madri, figlie e sorelle delle vittime hanno trasformato i rituali funebri in spazi di protesta. Il corpo femminile – storicamente luogo di controllo e repressione – si è trasformato, in questi rituali, in uno strumento di resistenza. Il lutto non era più la fine dell’azione politica, ma il suo inizio.

Accanto a queste esperienze, le donne hanno costruito reti orizzontali e fluide che collegavano case, ospedali, cimiteri, quartieri e spazi digitali – reti difficilmente reprimibili. Queste reti hanno mostrato che la politica non si svolge solo nelle strade, ma continua nella cura, nella narrazione e nella memoria.

È qui che la politica si sposta dai centri del potere ai margini della vita: nelle case, negli ospedali, nei cimiteri e nelle reti invisibili della solidarietà. In questi spazi, la vita quotidiana stessa diventa un terreno di resistenza e i corpi si trasformano in portatori di memoria e di possibilità future.

Guerra ed esperienza vissuta della società

Negli ultimi mesi, la guerra è entrata direttamente nel livello dell’esperienza vissuta della società: non come concetto geopolitico, ma come realtà corporea – nel suono delle esplosioni, nell’ansia che si sedimenta nei corpi e nelle continue fratture della vita quotidiana. La mancanza delle più elementari infrastrutture di protezione dei civili –dall’assenza di rifugi all’inefficienza dei sistemi di allerta – aggrava questa condizione. Allo stesso tempo, le interruzioni diffuse di internet, il controllo degli spazi urbani e la violenza ai posti di blocco mostrano come la logica della guerra venga tradotta nei dispositivi di governo.

In questo contesto, la guerra opera non solo sul piano dello scontro militare, ma come espansione della sorveglianza, della limitazione e della riorganizzazione della vita sociale – dove i corpi diventano il primo luogo di esposizione alla violenza. Allo stesso tempo, emerge una condizione duale in alcune parti della società: una paura simultanea della continuazione della guerra, della morte e della sua fine. Per alcuni, un cessate il fuoco non rappresenta un’apertura, ma un ritorno a un ordine in cui le strutture della repressione, ormai consolidate, proseguono. Pertanto, la fine della guerra non coincide necessariamente con la fine della violenza vissuta.

In una tale situazione, il soggetto sociale si trova sospeso tra due forme di violenza: incapace sia di accettare la continuità della condizione presente sia di riporre speranza nella sua conclusione. Questa sospensione limita l’immaginazione di una rottura reale e congela il tempo politico in un presente esteso e privo di orizzonte. Allo stesso tempo, la persistenza della guerra non può essere spiegata soltanto attraverso la logica militare, ma deve essere compresa come una modalità di governo interno del potere – una funzione che la sovranità stessa riconosce, riflessa in formulazioni come quella della “guerra come benedizione”.

A differenza dei momenti di sollevazione, le reti di cura e di solidarietà non sono riuscite a trasformarsi in meccanismi stabili di sopravvivenza. La violenza continua, l’interruzione delle comunicazioni e la pressione securitaria hanno eroso i legami sociali, riportando la sopravvivenza a scale più ridotte: famiglie, relazioni prossime e iniziative disperse. In questo contesto, le donne funzionano come nodi dispersi della cura, rendendo possibile la continuità minima della vita – non attraverso forme di organizzazione estese, ma sul piano della riproduzione quotidiana dell’esistenza.

In queste condizioni, la guerra trasforma non solo le infrastrutture materiali, ma anche le possibilità sociali della solidarietà, sottoponendole a processi di riorganizzazione. Di conseguenza, la politica della vita quotidiana appare meno come resistenza esplicita e più come gestione dell’attrito della sopravvivenza. Allo stesso tempo, la violenza della guerra si estende oltre i corpi umani: ecosistemi, risorse idriche e infrastrutture vitali diventano campi di conflitto, producendo effetti multilivello e di lungo periodo.

Questa situazione mostra che la guerra nel mondo contemporaneo, come analizzato da Hardt e Negri, non è più un’eccezione, ma una componente strutturale dei dispositivi di governo, in cui sicurezza, economia e politica si intrecciano in un “regime di guerra”. In continuità con questa analisi, Sandro Mezzadra sottolinea la dissoluzione dei confini tra economia, logistica e guerra – un processo attraverso il quale la violenza si trasferisce direttamente nella vita quotidiana e negli ecosistemi.

Da questa prospettiva, la guerra non può essere intesa semplicemente come un tentativo di risolvere la crisi, ma deve essere compresa come una modalità di gestione e riproduzione della crisi stessa: un ordine che si perpetua attraverso il disordine.

In un tale contesto, una società già segnata da crisi economiche e repressione politica è sottoposta a una forma di erosione multilivello – materiale, affettiva e immaginativa. È proprio qui che si può parlare di un nesso tra guerra e nichilismo sociale: una condizione in cui gli orizzonti alternativi si indeboliscono e l’azione collettiva si riduce a reazioni frammentarie e limitate.

Di conseguenza, la questione non può essere ridotta a una semplice presa di posizione etica – nel senso di un “no alla guerra” ma deve essere compresa nel quadro di un’analisi dei modi in cui la guerra viene prodotta, distribuita e governata. Ciò che è in gioco non è soltanto la negazione della guerra, ma la ridefinizione delle possibilità dell’azione collettiva all’interno di un ordine fondato sulla sua continuità. Tale possibilità emerge non da progetti predefiniti, ma da quelle stesse micro-forme disperse di solidarietà e da una ridefinizione del rapporto tra vita e potere – sebbene, nelle condizioni attuali, queste possibilità siano sottoposte a una pressione crescente.

La copertina è di Richard Lemarchand (Flickr)


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