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Economie di guerra e conflitti post-pandemici

Il martellante richiamo alla guerra utilizzato per descrivere gli effetti dell’emergenza sanitaria sembra segnalare un mutamento all’interno del dibattito economico mainstream. Dentro questo interregno, le lotte in corso e quelle a venire potrebbero giocare un ruolo decisivo

Nel pieno dell’emergenza Covid niente sembra essere più pervasivo del richiamo alla guerra. La retorica bellica accomuna economisti e leader politici di differenti orientamenti: è addirittura arduo trovare qualcuno che non l’abbia almeno implicitamente evocata, prima per presentare le misure di distanziamento sociale e successivamente per preparare le popolazioni alle amare conseguenze della recessione economica che queste stanno già innescando. Per rendere conto della vastità e della profondità della situazione emergenziale presente e futura, è indubbio che le due guerre mondiali costituiscano gli unici “fatti totali” che è possibile reperire nel serbatoio della memoria collettiva. Bisognerà vagliare con attenzione le implicazioni di questo riferimento continuo e martellante alla guerra da parte di chi muove le leve del potere economico e politico: a prima vista, l’impressione è che serva a modellare le aspettative sociali verso un orizzonte segnato da una pesantissima compressione dei livelli di vita, da una rarefazione delle risorse e da una militarizzazione dello spazio sociale. Inoltre, la metafora bellica – specie se riferita a un “nemico invisibile” – spinge a rappresentare il corpo sociale come un qualcosa di omogeneo e indifferente alle sue interne striature.

Ma c’è forse qualcosa di più. La mobilitazione dell’immaginario della guerra sembra voler rompere con quel senso di familiarità a cui ci aveva abituato, per più di dieci anni, la parola “crisi”: e questo perché quella che stiamo vivendo non segue semplicemente quelle precedenti, ma si innesta su di esse, radicalizzandole e facendole mutare di natura. La crisi come forma di regolazione permanente della società che differisce all’infinito il momento della sua risoluzione, lascia ora il campo all’immaginario della catastrofe: il dischiudersi di una percezione collettiva legata alla minaccia della sopravvivenza delle comunità, non la temporanea interruzione nella continuità di un sistema, ma la sua stessa riproducibilità e sostenibilità globale. Non bisogna dimenticare che questo slittamento era all’opera ben prima di questa emergenza pandemica. Ne erano stati testimoni i movimenti femministi, quelli per la giustizia climatica e le recenti sollevazioni globali che, dalla Francia al Cile, avevano mostrato quanto la cronicizzazione della crisi del capitalismo neoliberale avesse finito per minacciare le stesse condizioni di riproduzione della vita. Ma ne è stato anche testimone il dibattito tra quegli economisti che si erano interrogati sulla necessità di ricorrere a misure non convenzionali per uscire dalla “stagnazione secolare”. Ora, con la pandemia, si esaurisce quell’arsenale di retoriche e risposte istituzionali che avevamo conosciuto con la crisi precedente: in questo caso, il tipico scaricamento delle contraddizioni degli squilibri sistemici verso l’indebitamento e le responsabilità individuali, così come la colpevolizzazione della società per i fallimenti del mercato sembra – almeno temporaneamente – impossibile da proporre. La difficoltà incontrata in questi giorni dai neoliberali nel ripresentare condizionalità workfaristiche per il sostegno al reddito dei poveri e contropartite austeritarie per gli aiuti economici agli Stati messi in difficoltà dall’emergenza sanitaria sono una dimostrazione dell’attuale impasse.

Il richiamo alla retorica bellica e all’economia di guerra è dunque – anche – l’indicatore di un mutamento intervenuto nel paradigma della crisi come arte di governo.

 

L’interregno della “scienza triste”: verso un nuovo consensus?

Se si restringe il campo agli economisti mainstream è facile individuare un doppio utilizzo del riferimento all’evento bellico. Mentre da un lato la guerra costituisce un valido esempio di storia economica per uno shock non ciclico o simmetrico, che si distende interamente sulle componenti della domanda e dell’offerta aggregata, dall’altro, l’evento imprevisto per stessa ammissione di Mario Draghi giustificherebbe «un cambiamento di mentalità» all’interno del pensiero economico dominante, alludendo alla necessità di una politica economica all’altezza dei «problemi della ricostruzione».

Il forte ritorno della politica fiscale nella cassetta degli attrezzi degli economisti ortodossi è ormai un dato di fatto, dopo che nel periodo della Grande Moderazione (dalla seconda metà degli anni Ottanta fino al tracollo del 2007) la spesa pubblica e la tassazione erano state considerate inutili e dannose. Solo per fare alcuni ma significativi esempi: Edmund Phelps, economista americano premio Nobel 2006, capostipite dei new keynesian, ha recentemente dichiarato l’opportunità non solo di un aumento della spesa pubblica ma di interventi statuali su larga scala «in how our economies produce and distribute goods and services», evidenziando la necessità di uno spostamento nelle funzioni dello Stato. Kenneth Rogoff, uno dei principali economisti del FMI tra il 2001 e 2003, ha affermato che i paesi interessati dovrebbero impegnarsi in ingenti spese in deficit per sostenere le loro economie. Mario Draghi, ex banchiere centrale della BCE, in un denso articolo sul “Financial Times” ha scritto che in tale congiuntura il ruolo dello Stato è quello di «distribuire il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire». Aggiungendo che la politica monetaria espansiva della banca centrale deve coordinarsi con i governi sulla spesa pubblica allo scopo di salvare le imprese dai fallimenti e contenere i livelli occupazionali, svolgere una funzione di garanzia dei prestiti alle aziende da parte delle banche, oltre a promuovere specifici investimenti. Attività che inevitabilmente comporteranno un aumento dei livelli del debito pubblico, compensati da una riduzione di quelli privati. Avvertendo, inoltre, che in mancanza di tali politiche si assisterebbe a una «una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale», compresa la trasmissione di nuove instabilità nell’economia finanziaria.

 

 

Si tratta del discorso di economisti neoliberali appartenenti a diverse tradizioni della teoria economica, che sembrano segnalarci che siamo nel bel mezzo di uno smottamento all’interno dell’economics. Una sorta di “interregno” del pensiero economico borghese; una ridefinizione, ancora non stabile, che sembra alludere tuttavia a un’inedita egemonia. Uno slittamento che avviene, ovviamente, non astrattamente nel cielo delle idee, ma sullo sfondo dello scontro geopolitico e geoeconomico tra gli Usa, la Cina e l’Europa, e internamente all’Europa stessa, tra gli ordoliberali tedeschi (e i Paesi satellite) e i Paesi del Sud, sul terreno dei coronabonds e della mutualizzazione dei rischi tra gli Stati.

In un noto articolo del 1972 – intitolato The Second Crisis of Economic Theory – Joan Robinson traccia uno schema dei cicli egemonici della teoria economica in relazione alle crisi cicliche del capitalismo. Al di là delle importanti questioni teoriche osservate dall’economista inglese nel saggio, la prima crisi risalirebbe agli anni Trenta con il tracollo del laissez-faire, favorendo il consensus keynesiano. La seconda crisi, invece, si manifesta compiutamente negli anni Settanta, con l’affermazione del laboratorio neoliberale. Il richiamo alla Robinson, ci è utile per dire, insieme ad altri economisti eterodossi che hanno avanzato tale tesi, che siamo probabilmente nel mezzo della terza crisi della teoria economica.

Si potrebbe obiettare, non senza ragione, che già prima del Covid-19, a seguito della crisi finanziaria globale, fossero presenti alcuni segnali. Dalle riflessioni di Larry Summers sulla stagnazione secolare ai ripensamenti di Olivier Blanchard, capo economista del FMI, che spingevano già da tempo per un recupero del ruolo della spesa pubblica. Senza trascurare neppure il consenso generato intorno a un generico Green New Deal, sostenuto da diversi neo-keynesiani, anche come risultato delle pressioni dei movimenti ecologisti globali. Il punto, tuttavia, è che solo adesso, nel post-Covid, l’enfasi non è posta esclusivamente sul ruolo della spesa fiscale espansiva, ma ancora più a fondo sulle nuove funzioni che lo Stato dovrebbe assumere per mettere in moto un inedito “motore della crescita” dopo la crisi del “keynesismo privatizzato” degli anni Novanta e Duemila.

 

Se siamo o meno fuori dalla razionalità richiesta al pragmatico “interventismo” dello Stato neoliberale chiamato continuamente a ricostruire il funzionamento reale del mercato, è ancora presto dirlo.

 

Quello che è certo è che ogni potenziale passaggio egemonico nella scienza economica non avviene nel vuoto. Già Mario Tronti, in Operai e Capitale, chiariva che dietro al keynesismo della Progressive Era c’erano state dapprima le grandi lotte sindacali negli Usa degli anni Trenta, poi le concettualizzazioni nella Cambridge inglese. Così come, la seconda crisi della teoria economica è stato il riflesso del capovolgimento dei rapporti sociali sul finire degli anni Settanta del secolo scorso.

Quando parliamo dunque dell’eventuale terza crisi egemonica pensiamo a quel campo di tensione aperto dai cicli di lotte globali degli ultimi anni e da quello che, potenzialmente, potrebbe nuovamente aprirsi in una fase in cui il pensiero mainstream e i governi iniziano a discutere di quale “ricostruzione” possibile.

 

Economia di guerra, ricostruzione e riconversione

In questi giorni, l’impiego dell’immaginario della guerra porta con sé il sovrabbondante richiamo alla ricostruzione, quando le società posero le basi di una nuova economia sulle macerie prodotte dal conflitto.

Nel libro La grande livellatrice, uscito recentemente e spesso citato in questi giorni, lo storico Walter Scheidel mostra come il periodo delle due guerre mondiali all’inizio del secolo scorso abbia rappresentato uno dei più potenti fenomeni di livellamento delle diseguaglianze della storia umana. A questo straordinario risultato le due guerre mondiali contribuirono tuttavia in modo differente. Tutti gli stati belligeranti dovettero sostenere un enorme sforzo per finanziare le spese della guerra: in buona parte, questo processo fu sostenuto dalla requisizione da parte dello stato di importanti quote del PIL e «prendendo in prestito denaro, stampando banconote e riscuotendo tasse». Nella Prima guerra mondiale, però, i paesi in conflitto risposero a questa comune esigenza bilanciando in modo differente questi strumenti: mentre gli Stati Uniti e il Regno Unito puntarono maggiormente sulla fiscalità, accentuando la progressività delle imposte – dando dunque vita con la capacità di prelievo sui redditi più alti a una forma di “coscrizione della ricchezza” utile a bilanciare, sul piano del consenso sociale, il massacro delle masse popolari nelle trincee – la Germania e la Russia preferirono in maggior misura prendere in prestito il denaro o stamparne di nuovo. In particolare in Germania, lo scarso ricorso alla leva fiscale per difendere i redditi dell’élite industriale non produsse rilevanti effetti di livellamento delle diseguaglianze, anzi, aumentò la quota dei percettori di reddito più elevati. Com’è noto, a questa politica di espansione monetaria e di protezione dei redditi da capitale seguì l’iperinflazione degli anni successivi, i moti rivoluzionari e la successiva reazione nazista.

 

 

 

In ogni caso, la Prima guerra mondiale non modificò radicalmente la struttura delle diseguaglianze sociale. Sarà con la fine della Seconda che si raggiunse questo effetto: l’immane distruzione di capitale prodotta dalla guerra unito al permanere nel periodo successivo delle imposte fortemente progressive utilizzate per finanziare lo sforzo militare furono le condizioni che permisero uno straordinario livellamento dei redditi. Tuttavia, il passaggio da una mera politica di “requisizione” a una effettiva politica di “redistribuzione” avvenne solo in virtù di una trasformazione ben più radicale. A partire dagli anni Trenta, infatti, in molti paesi occidentali si posero le basi per la “società salariale”, cioè quel sistema di statuti sociali e canali di trasmissione della ricchezza centrato sulla figura del salariato che gli stati adottarono per contrastare il crescente potere del movimento operaio organizzato e per scongiurare il dilagare della rivoluzione comunista.

 

Quando dunque si concluse il conflitto mondiale, l’enorme potenziamento fiscale dello stato e l’adozione di nuovi dispositivi di prelievo della ricchezza originariamente creati per l’economia di guerra, furono riconvertiti nella creazione del Welfare State post-bellico.

 

La storia delle economie di guerra e della “ricostruzione” post-bellica ci segnala che il nuovo protagonismo dello Stato nella dinamica economica non definisce di per sé nessuna trasformazione, né necessariamente dà vita a esiti democratici o redistributivi. Perché questo sia possibile, è necessaria una rete di contropoteri capaci di guidare qualcosa di più di una ricostruzione: una riconversione.

Un esempio lampante è fornito dal problema del rifinanziamento delle istituzioni del Welfare a cui oggi in molti si richiamano. Gli ultimi quaranta anni non sono stati solo segnati da forti tagli alla spesa – compreso nel comparto della sanità. Ben di più in profondità, c’è stato un riadeguamento funzionale della spesa pubblica a favore di nuove norme sociali di produttività nelle istituzioni della “riproduzione sociale”: l’interventismo dello Stato neoliberale ha reso il Welfare funzionale alla logica della competizione economica, precarizzando gli operatori, ricorrendo a processi di esternalizzazione e privatizzazione, tagliando i costi per massimizzare il profitto di singole divisioni operative, adottando le logiche manageriali e premiali di controllo della forza lavoro tipiche del settore privato, attingendo a piene mani dall’ideologia del New Public Management.

 

Come sempre è stato, i bilanci degli Stati sono un terreno di scontro delle classi sociali e tra le soggettività differentemente collocate nel processo produttivo sociale.

 

L’insistenza sul ruolo della spesa in deficit proposto dagli economisti ortodossi non è dunque affatto il preannuncio di una nuova Progressive Era che sta dischiudendosi. La contesa che si apre attorno al tema della ripresa della spesa pubblica apre da subito quello relativo alla sua direzione e funzione, definendo già una linea di separazione tra chi, come gli economisti mainstream, chiedono in primo luogo salvataggio delle imprese e welfare residuale, e le lotte, che iniziano a porre ben altre necessità.

 

 

Orizzonti post-pandemici

I conflitti futuri sono già preparati da quelli in corso. Mentre i leader politici, uno dopo l’altro, rilanciavano i loro appelli all’“unità” nella guerra contro il nemico invisibile, nuove linee di frattura si andavano componendo. La pressione dell’opinione pubblica organizzata in rete ha spinto i governi – anche quelli inizialmente più recalcitranti al lockdown – ad adottare drastiche misure di protezione della società, supportando quella parte di lavoratori che stavano lottando per l’estensione del blocco completo delle attività produttive a difesa della salute comune. La diffusione in più Paesi delle campagne per l’estensione universalistica delle misure di sostegno al reddito stanno ponendo in questione l’iniquità dei sistemi di protezione sociale. La protesta montante del personale sanitario mostra come dietro la retorica dei “nostri soldati al fronte” ci siano le disastrose condizioni di una forza lavoro precarizzata e di un sistema sanitario indebolito dalle politiche di razionalizzazione.

 

Ma soprattutto, l’emergenza Covid mostra finalmente in piena luce quanto il funzionamento dell’economia e l’operatività della valorizzazione capitalistica dipenda strettamente dal lavoro riproduttivo e dalle istituzioni collettive che lo garantiscono.

 

Questo “arcano”, svelato già dai movimenti femministi ed ecologisti degli ultimi anni, mostra come il decantato “ritorno dello Stato” sia in realtà una mistificazione del nuovo protagonismo politico della riproduzione sociale. È in questo frangente che le attuali pressioni a difesa del pubblico mostrano la loro inconciliabile tensione con le politiche dello Stato, quello stesso Stato che ha ridotto il pubblico a una funzione residuale e a un territorio da colonizzare per il mercato.

Il campo aperto dalle politiche di ricostruzione pone dunque, ad un tempo, una duplice contesa. La prima è quella di una risocializzazione egualitaria della ricchezza: le misure messe in campo dai governi nazionali mostrano con una certa evidenza l’esistenza di buchi strutturali nei sistemi di protezione sociale. La crescente convergenza verso di rivendicazioni universalistiche del reddito è la più chiara attestazione dell’inadeguatezza degli strumenti a disposizione degli Stati nel proteggere i livelli di vita dell’intera popolazione e la misura del progressivo smantellamento dei canali di distribuzione della ricchezza tipico delle società salariali.

In secondo luogo, il momentaneo aumento della spesa pubblica non dice ancora nulla della sua direzione e funzione. La mobilitazione a difesa delle istituzioni collettive del Welfare e per il loro rifinanziamento pone immediatamente la questione di ripensare l’articolazione gerarchica tra il pubblico/comune, lo Stato e il mercato come segno della nuova centralità assunta dalla riproduzione sociale. Se l’aumento della spesa pubblica non è garanzia di redistribuzione del reddito, neppure quest’ultima assicura una redistribuzione del potere verso il basso. Per questa ragione, le mobilitazioni che stiamo osservando sembrano indicarci, ancora una volta, la necessità di riprendere una riflessione sui contro-poteri, capaci a un solo tempo, di orientare le decisioni nel campo della “riproduzione sociale” da parte degli Stati o della riluttante Commissione Europea, dall’altro, di sperimentare verso il basso formule nuove di mutualismo, di istituzioni autonome nel campo della “cura” reciproca, così come già sta spontaneamente accadendo in diverse realtà italiane, in Europa o in Usa.

Abbiamo già visto quanto una situazione di stagnazione secolare in assenza di politiche di risocializzazione della ricchezza e il mantenimento, sul fronte interno, delle norme neoliberali, siano state alla base di quella torsione autoritaria che ha investito i sistemi politici di molte parti del mondo. Oggi, di fronte a uno scenario che annuncia uno scivolamento della stagnazione in una più probabile spirale depressiva, e davanti all’occasione fornita dalle attuali politiche di emergenza di un accentramento del potere da parte degli esecutivi, l’orizzonte di una nuova ondata neo-autoritaria che risolva i radicali squilibri in una militarizzazione della vita sociale ed economica, rischia di presentarsi come una minaccia ben peggiore di quella che abbiamo già sperimentato durante il ciclo reazionario degli anni Dieci.