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Capitale disumano: quando il lavoro è cercare un lavoro

Pubblichiamo un estratto di “Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro” (Manifestolibri) di Roberto Ciccarelli. Il libro sarà presentato oggi, giovedì 18 ottobre 2018, a Esc a Roma in via dei Volsci 159 dalle 18 con Anna Angelucci, Alberto De Nicola, Biagio Quattrocchi e Francesco Raparelli

“Il mio lavoro era cercare lavoro – ha raccontato Elisabetta, 24 anni, di Taranto  – Guardavo ovunque, ma ho capito che su Facebook non si trovano offerte serie. Anche a me hanno proposto di fare la venditrice di prodotti di bellezza, ma prima mi hanno chiesto un investimento di 120 euro per un kit. Ovviamente ho rifiutato. Altri offrono posti da front officeo da back office, e poi quando vai al colloquio scopri che è un posto da venditore o da venditrice porta a porta”.

La produzione di lavori accessori, occasionali, neo-servili è una caratteristica di un’economia terziarizzata. Tra queste attività emergono le occupazioni non necessarie o ridondanti nel campo della consulenza sulle risorse umane, del coordinamento delle relazioni, della strategia finanziaria, della certificazione delle prestazioni, nelle mansioni più esecutive. Sono attività che si collocano nell’interregno tra il lavoro produttivo e improduttivo, tra il lavoro necessario e non necessario, tanto nel campo dell’industria dei servizi poveri e della logistica quanto in quelli finanziari, imprenditoriali, delle relazioni pubbliche o della valutazione delle prestazioni dei lavoratori nel pubblico e nel privato.

Ossessionati dalla propaganda digitale che ammannisce le profezie sulla fine del lavoro, perseguitati dalle mitologie opposte del libero mercato o del posto fisso creato dallo stato-programmatore, sono stati in pochi ad accorgersi che oggi la piena occupazione esiste ed è quella che Douglas Coupland ha chiamato“lavori spazzatura” (Mc Jobs) e quella che David Graeber chiama oggi “lavori stronzata” (Bullshit Jobs). Questi lavori si svolgono nel back office delle organizzazioni d’impresa, negli indotti dei subfornitori, all’alba e al tramonto negli uffici, nell’ombra dove studenti, precari e inoccupati lavorano per rendere intelligenti gli algoritmi. Questi lavori sono “invisibili” e seguono il ritmo della fisarmonica: si gonfiano e si sgonfiano in base alla produzione on-demande dell’opportunismo delle imprese facilitato dalle leggi esistenti. Oppure si svolgono alla luce del sole dove, come falene, i prestatori d’opera si affollano accanto ai lavoratori con contratto regolare, svolgono le stesse mansioni, ma scompaiono davanti agli occhi di tutti, quando devono apparire nel front office.

La dimensione del dispendio, dell’irrazionalità e dell’inefficienza economica si estende nelle attività regolata dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La produzione di mansioni inutili, meramente speculative o ornamentali, è una caratteristica della burocrazia pubblica come delle imprese private grandi e piccole. L’impegno della moderna organizzazione d’impresa, e del management delle risorse umane, è anche quello di diminuire l’inutilità e aumentare l’efficienza. Ma, come l’entropia, l’improduttività si moltiplica attraverso la proliferazione di un pluslavoro non retribuito che colonizza il tempo di vita e di lavoro degli assunti.

La società della formazione continua addestra gli studenti e i lavoratori ad abitare questa dimensione della produzione e ad essere disponibili ad accettare qualsiasi incarico, al di là della sua produttività, funzionale all’uso strumentale della forza lavoro. Questo obiettivo, apparentemente irrazionale rispetto al mandato di un’economia che sfrutta ogni aspetto dell’esistenza, risponde all’esigenza di moltiplicare il numero dei contratti di lavoro quando il lavoro è sempre più precario e intermittente, ma è contabilizzato come “occupazione” senza aggettivi dalla statistica ufficiale. La moltiplicazione delle occupazioni occasionali è un contributo alla crescita del prodotto interno lordo, dei posti di lavoro, dell’efficienza del mercato del lavoro e della stabilità economica e finanziaria. Questa situazione è il rovescio della piena occupazione del lavoro subordinato a tempo indeterminato.

 

Il precariato è un affare

 

Chi cerca un lavoro e trova “lavoretti” è il protagonista di una nuova economia. La sua forza lavoro è un valore per lo Stato e per il mercato. Il soggetto di questa forza lavoro è un essere vulnerabile che deve dimostrare di meritare la fiducia da parte di chi sospetta che sia un free rider. Questo risultato è imposto dalla convinzione per cui la cittadinanza passa dal lavoro. In cambio il lavoratore non ottiene diritti e sicurezza, ma la continuazione della tortura. In questa cornice la società della formazione continuatrova la sua utilità.Le sue istituzioni (la scuola, l’università la formazione professionale, i tirocini, gli stage, i master) servono ad addestrare a attività non finalizzate alla conquista di un lavoro salariato vero e proprio, ma a gestire percorsi di riqualificazione professionale obbligatori per il reinserimento lavorativo di disoccupati, precari o licenziati che alimentano il giro d’affari dell’economia che monetizza il precariato. Il lavoro così prodotto non coincide con l’idealtipo del lavoro subordinato a tempo indeterminato. Oggi il salariato interagisce con altre forme contrattuali, identità, condizioni sociali e status produttivi in una precarietà a tempo indeterminato. Il processo è costituito da

  • una casualizzazione del lavoro subordinato – trasformazione del lavoro salariato in un patchworkdi impieghi a termine, intermittenti e aleatori
  • un’autonomizzazione dal lavoro salariato attraverso il lavoro autonomo, l’auto-impresa e la microimpresa;
  • una mobilitazione permanente tra forme contrattuali parasubordinate, formazione permanente, la partita Iva;
  • un’immersione nel lavoro nero, grigio, volontario e gratuito.

In un’economia basata sul sotto-salario, la prestazione e l’iper-precariato un reddito non basta mai. E nemmeno due o tre, dato che i compensi sono volatili e durano solo qualche mese. L’intermittenza non è una realtà marginale o di passaggio in una vita costellata da impieghi a tutto tondo che hanno un capo e una coda attraverso i quali l’essere umano ritrova una dignità. La prospettiva è rovesciata: nella ricerca di un reddito si esprime il senso di una cittadinanza attiva, la conquista di un lavoro qualsiasi è contabilizzata nelle statistiche, celebrata nei vertici economici internazionali. Se in quella emersa non trova le risorse sufficienti, il lavoratore è costretto a credere che qualsiasi mezzo è necessario per sopravvivere nell’economia sommersa.

Per trovare un lavoro si è anche disposti a pagare. Il salario è sostituito dal pagamento a prestazionee dal lavoro a pagamento: il lavoratore è costretto a  lavorare gratuitamente per ottenere in cambio un sussidio vincolato e calante. Può anche capitare di pagare per lavorarenel caso in cui sia necessario frequentare un master per ottenere l’accesso a una professione, ad esempio. In uno scenario di desalarizzazione del lavoro il rapporto di lavoro è ridotto alla sfera personale, intima e mentale dell’individuo (domesticazione). Sulle spalle dell’individuo è scaricato il peso della sua condizione: la precarietà è una colpa, non è il prodotto di un sistema.

Ci siamo trasformati in progetti umani alla ricerca di credito finanziario e morale, non siamo più solo negozianti di forza lavoro. Dalla lettera di motivazione a un datore di lavoro al pitch dell’imprenditore commerciale o culturale, dalle garanzie sul rimborso presentate da chi chiede un credito ipotecario al bilancio che uno Stato espone ai detentori del debito pubblico, i soggetti in formazione continua non sono considerati solo produttori di merci, ma portatori di iniziative che aspirano ad essere giudicati degni di un investimento, un finanziamento, un sussidio. I rapporti di lavoro sono gestiti in base a una morale che distingue chi vale da chi non vale, chi ha successo da chi non ha successo. Questo processo non va inteso solo come l’effetto della derelizione della norma giuslavoristica del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato o del generale smottamento dei confini giuridici tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Siamo protagonisti di un processo di trasformazione dell’essere umano a cui è chiesto di autogestire una frenetica accumulazione seriale di occupazioni, contratti, attività più o meno retribuite.

L’evoluzione di questo discorso prevede il lavoro volontario per lo Stato. Al precario non toccherà solo frequentare corsi fantasma, recarsi più volte al mese ai colloqui nei centri per l’impiego o nelle agenzie interinali, essere sottoposto a interviste per dimostrare i suoi avanzamenti: dovrà anche lavorare senza compenso per otto ore alla settimana per la durata del sussidio.“L’obiettivo – ha detto il vicepremier e ministro del lavoro e sviluppo Luigi Di Maio nel 2018 – non è quello di dare i soldi per starsene sul divano ma è dire con franchezza ‘tu hai perso il lavoro, adesso ti è richiesto un percorso per formarti, per riqualificarti ma siccome hai dei figli mentre ti formi io ti do un reddito in cambio tu garantisci al tuo sindaco 8 ore gratuite a settimane di pubblica utilità”.

Oggi nella società della piena occupazione precaria, grazie ai dispositivi del lavoro gratuito per lo Stato e per i privati, si può essere precari a tempo indeterminato e svolgere corvée part-time.

 

Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro (Manifestolibri) di Roberto Ceccarelli verrà presentato a Esc a via dei Volsci 159 alle ore 18