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Cura e psiche tra salvezza e oppressione

Doppia recensione di “La terapia non ci salverà” di Giulia Bergamaschi e “La psicologia è politica” di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo, fondamentali per comprendere lo stato del dibattito intorno alla salute mentale , decostruendone l’impianto pseudo-oggettivo della patologizzazione e il riduzionismo biologico psy

La casa editrice Tlon nell’ultimo anno ha pubblicato due libri importanti per capire ciò che di più innovativo si muove nel complesso dibattito attorno alla salute mentale e alla riflessione sociopolitica su di essa: si tratta di La terapia non ci salverà. Nuove pratiche di vicinanza oltre la vita psicologizzata di Giulia Bergamaschi e La psicologia è politica. La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale” di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo. I due testi, oltre ad approfondire argomenti contigui e a proporre orientamenti culturali simili, sono affini anche per i modi di procedere nell’argomentazione: sia Bergamaschi sia la diade composta da Marocchini e Dibennardo hanno trovato un modo di divulgare le loro riflessioni dosando accuratamente i rimandi alla letteratura scientifica e la restituzione dei vissuti, con grande attenzione all’esposizione del proprio posizionamento e alla messa in luce degli aspetti spesso silenziati nella produzione teorica: quelli connessi all’intimità di chi prende parola e al rapporto con le popolazioni subalterne dalle cui esperienze sono tratte le elaborazioni critiche.

Bergamaschi, filosofa presso l’Università di Bologna, sceglie di non nascondersi dietro la facciata della neutralità accademica, rivendicando una prospettiva esplicitamente situata e parziale che attinge direttamente alla propria storia biografica: il racconto si snoda attraverso memorie personali, come il primo incontro con la psicoterapia e le fatiche quotidiane condivise con le amiche in contesti precari, che fungono da perni emotivi per analisi e critiche più vaste.

L’autrice intreccia sapientemente i contributi della sociologia con l’uso consapevole della lingua, un atto volto a mostrare il potere escludente delle parole e gli aspetti manipolatori che si nascondono dietro i modi di parlare di sè: la scelta di utilizzare il femminile esteso, non solo come opzione linguistica inclusiva ma come occasione per rivendicare una genealogia di pratiche che affonda le radici nel femminismo e nelle lotte collettive, è un esempio dell’alternanza tra rigore teorico e rilevanza della postura personale che si trova nel testo.

Come approfondiremo in seguito, essa permette di smontare il panico morale diffuso nei discorsi sulle nuove vulnerabilità, restituendo dignità a una stanchezza strutturale che è figlia della precarietà materiale e non di una semplice fragilità morale.

Marocchini e Dibennardo – l’una psicolinguista, psicologa, ricercatrice e divulgatrice scientifica neurodivergente con varie pubblicazioni all’attivo, l’altro psicologo clinico e psicoterapeuta queer e neurodivergente – alternano nei vari capitoli la rigorosa esposizione delle metodologie e dei risultati della ricerca scientifica più recente nel campo della psichiatria, della psicologia e delle neuroscienze con accurate descrizioni di esperienze tratte dalla pratica educativa, dai contesti clinici e dalle vicende quotidiane: questa alternanza di stili consente di sviluppare un’esposizione attenta sia alle dimensioni soggettive sia alle profondità e alle controversie del discorso accademico.

Marocchini e Dibennardo intrecciano cioè la precisione dell’analisi teorica con il racconto personale della vulnerabilità, evitando la trappola di un sapere distaccato e asettico: questa scelta si riflette nell’incontro tra la voce della ricerca, quella delle pratiche e quelle dei movimenti, con parti narrative che restituiscono spessore umano alla sofferenza e ai percorsi emancipazione possibili; l’esposizione non si limita infatti alla trasmissione di dati, ma si configura come una mappa plurale, mossa da un orientamento che riconosce la parzialità di ogni sguardo per mettere in dialogo «clinica e movimenti sociali».

Oltre allo stile caratterizzato da una costante riflessività, il libro si segnala per una importante dimensione corale: al termine di ogni capitolo, si cede lo spazio a voci esterne che portano prospettive situate e saperi militanti (Fabrizio Acanfora, studioso di Disability Studies e presidente dell’associazione Neuropeculiar, Ronke Oluwadare, psicoterapeuta a orientamento sistemico sociocostruzionista che lavora con persone di origine straniera, Federica Carbone, esperta per esperienza del disturbo di personalità e istruttrice di mindfulness, Natascia Maesi, presidente nazionale di ArciGay, e Dan Piras, psicologə clinicə, non binaria e ADHD): questa interazione trasforma il saggio in un dialogo aperto tra accademia, clinica e movimenti.

Oltre l’ideologia della neutralità

È opportuno leggere questi due libri insieme: oltre alla scrittura intesa come un atto di giustizia sociale, entrambi testimoniano dei difficili percorsi che oggi un gruppo non piccolo di persone svolge per rispondere all’urgenza etica di un prendersi cura che sia realmente situato e trasformativo, cercando in esso sia forme di salvezza alternative a quelle propagandate dall’ideologia neoliberale sia evitando di assecondare le strutture oppressive che si annidano nella scienza che pretende di oggettivare e curare la psiche. In La terapia non ci salverà Bergamaschi analizza la psicologizzazione della vita e la pervasività del cosiddetto therapy speak: l’autrice documenta come il lessico clinico sia migrato dallo spazio terapeutico ai contesti lavorativi e digitali, trasformando le relazioni in ambiti di gestione intesi come campi di ottimizzazione della propria performance; l’opera argomenta diffusamente come questo fenomeno, a partire da una strategia funzionale alla massimizzazione del profitto e al controllo della forza lavoro nei contesti aziendali, sia arrivato a produrre una lettura individualizzata di ogni forma di disagio, oscurando i determinanti materiali e strutturali della sofferenza collettiva. Il testo, ponendosi all’interno di una tradizione sociologica radicata, usa la lente della psicologizzazione per analizzare le forme attuali della soggettività e la fatica del loro definirsi in rapporto a dimensioni contestuali problematiche come la precarietà economica ed esistenziale, i rapporti tra le generazioni, il sistema di valori dominante caratterizzato da familismo e patriarcato. Miti scientifici come l’empatia, l’intelligenza emotiva, la gestione delle emozioni, l’autonomia (o self-reliance), il self-care (la “cura di sé”) e i confini vengono sottoposti a un rigoroso vaglio critico (per la torsione in senso manageriale di cui sono oggetto nella letteratura psy) e decostruiti e nella loro funzione di strumenti di controllo o di privatizzazione del disagio: citando la neuroscienziata Samah Karaki, ad esempio, l’autrice spiega che il costrutto dell’empatia (biologizzato attraverso la retorica dei neuroni-specchio) mistifica quello che dovrebbe essere un impegno relazionale conscio, faticoso e non immediato, oscurando che esso risponde all’ineludibile ingiunzione politica che delimita «chi fa parte del nostro gruppo» e presentandolo impropriamente come naturale.

Gli altri pilastri egemonici della cultura terapeutica vengono indicati come vettori di un progressivo spostamento della nozione di benessere dall’ambito delle qualità relazionali ed esistenziali al territorio rigidamente amministrato delle competenze professionali e dell’imprenditoria di sè stessə: “bastare a sé” (negando la cruda realtà dell’interdipendenza), accusare l’altrə di essere “tossicə” (invece di abitare la fatica dello stare insieme), tenere la “giusta distanza emotiva” nelle relazioni (fino a che non si rischia di risultare “pesanti” o “poco competenti” quando la vulnerabilità irrompe nello spazio di una intimità impossibile da sanificare) sono analizzati come dispositivi che riducono la disponibilità al conflitto e alla negoziazione, arrivando a promuovere l’isolamento come forma estrema di realizzazione dell’individualismo.

Bergamaschi affronta anche il dibattito sul concetto di trauma: pur non negando le sofferenze che esso serve a nominare, l’autrice spiega la sua diffusione pervasiva nel quadro dell’uso di categorie cliniche come unica moneta di scambio per ottenere legittimità sociale, convalidare i propri bisogni e sostenere la propria capacità di aspirare, in una società che non riconosce il dolore se non è medicalizzato; a essa contrappone la necessità di tornare a leggere politicamente i legami e a coltivarli attraverso nuove pratiche di vicinanza; su questa contrapposizione si gioca il fulcro dell’analisi.

Nel solco della tradizione sociologica, Bergamaschi non distingue tra psicologizzazione e psichiatrizzazione: entrambe sono aspetti di un un unico fenomeno, che risulta comprensibile solo se analizzato nella sua unitarietà. In questo senso cita Robert Castel, in particolare il suo lavoro del 1981 La gestione dei rischi. Dall’antipsichiatria alla post-psicoanalisi. Le categorie del sociologo francese mostrano il complessivo passaggio da un paradigma manicomiale (nel quale il trattamento della patologia e la gestione degli scarti umani che ne erano affetti era sottoposto all’unica autorità – amministrativa e terapeutica insieme – del gruppo professionale psichiatrico), a uno fondato sulla gestione differenziale delle popolazioni: secondo questa prospettiva, i saperi psy mirano a mappare, monitorare e neutralizzare i rischi all’interno di un sistema amministrativo e burocratico, distinguendo accuratamente le popolazioni da invalidare rispetto a quelle da potenziare. In un quadro contemporaneo – nel quale la linea di demarcazione di questa distinzione attraversa in potenza il cuore di ciascuna soggettività – Castel ha fornito la base per comprendere come l’oggettivazione della vita psichica sia stata ridotta a un’operazione centrale di archiviazione e smistamento di emozioni e bisogni; la trasformazione della persona in “soggetto cerebrale” – perno epistemologico su poggia tutta l’argomentazione – è denunciata come orizzonte contro cui si staglia la «dimensione burocratica e manageriale della psicoterapiaı per le popolazioni “incluse”; attraverso di essa si colma lo scarto irriducibile e opaco delle relazioni umane – ciò che non è classificabile – riducendolo a mera gestione. Oltre ad attualizzare Castel l’autrice recupera i lavori di Foucault, Becker, Mills, Te Meerman e Fisher: la psichiatrizzazione della società, oltre a essere promossa dalle istituzioni (come Stato e industria farmaceutica), è stata fatta propria con entusiasmo dalle persone comuni perché offre un linguaggio e una simbologia che permettono di navigare un mondo precario, ma al prezzo di una neutralizzazione del potenziale trasformativo del disagio.

La pseudo-neutralità

Il volume di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo argomenta che la neutralità della psicologia è una mistificazione: dinamiche di potere accademiche, sociali ed economiche oscurano il profondo legame esistente tra la scienza e le forme di oppressione sistemiche che caratterizzano tutti i contesti sociopolitici; in misura ancora più pervasiva questo avviene quando l’oggetto di sapere è costituito dai comportamenti e l’interesse a definirli (e a indicare motivazioni patologiche dietro di essi) coincide con gli obiettivi del gruppo di persone che attraverso questa operazione intende gestire la totalità dei paesaggi umani in cui si muove (e nascondere questa operazione violenta dietro una facciata di neutrale oggettività è funzionale alla riproduzione dei propri privilegi). Marocchini e Dibernardo esplorano cinque assi lungo i quali la disciplina ha storicamente operato forme di controllo e normalizzazione, spacciando per “neutrale” l’identificazione di presunte oggettività intese a silenziare e naturalizzare la subalternità di soggettività oppresse: la razza, la classe sociale, il genere, il campo storicamente articolato composto da orientamento e identità sessuale e la neurodivergenza. Il testo, con un profondo apparato di argomentazioni tratte dalla letteratura tecnica più recente, decostruisce le prassi della ricerca scientifica “dall’interno” (evidenziando per esempio i limiti della scelta delle popolazioni o analizzando le pressioni del sistema accademico).

Non si tratta solo di bias: presentare le conclusioni come saperi oggettivi naturalizza presupposti storici o normativi, producendo effetti discriminatori per coloro il cui minority stress è spesso stato confuso con un presunta patologia: le vulnerabilità osservate sono state interpretate quindi come componente essenziale della loro identità piuttosto che come effetto della condizione di oppressione di cui erano oggetto.

Allo stesso modo si sostengono le demistificazioni operate lungo i vari capitoli del libro: la psichiatria manicomiale viene criticata attraverso l’analisi dell’alienazione economica e dell’impatto che essa ha sotterraneamente esercitato sulla identificazione delle classi pericolose da internare, le terapie riparative e lo stigma medico perdurante vengono identificati come manifestazione dell’oppressione terapeutica ai danni delle soggettività LGBTQIA+, le varie oggettivazioni diagnostiche riservate alle donne – come l’isteria e i disturbi di personalità – vengono analizzati come espressione del patriarcato clinico, lo sguardo coloniale – che generalizza gli esiti di sperimentazioni condotte con campionamenti riservati a una popolazione rigidamente occidentale, istruita, industrializzata, ricca e democratica – viene individuato come radice della violenza epistemica operata ai danni dei saperi indigeni e delle popolazioni che resistono al proprio annientamento da parte del complesso militare-industriale (come quella palestinese).

Marocchini e Dibennardo promuovono la necessità di umiltà epistemica nella ricerca e pratica clinica, nel solco di un approccio intersezionale che riconosca le radici materiali della sofferenza e trasformi la cura in un atto di giustizia sociale e autodeterminazione.

Le loro critiche radicali mirano a dare spazio alle popolazioni subalterne nella produzione dei saperi psy e a introdurre aspetti di consapevolezza nel modo in cui ci si rapporta a esse. Proponendo approcci di cura «situati, critici, riflessivi», ricollegando l’ambivalenza dei percorsi di patologizzazione e depatologizzazione alle possibilità di resistenza dei gruppi marginalizzati, nel libro si mettono in discussione i pilastri su cui si è retta la psicologia fin dalle sue origini: la definizione normativa degli standard a cui i comportamenti dovrebbero essere adeguati (inevitabilmente influenzata dai valori dominanti dei contesti sociali e politici in cui sorge). A partire dalle misurazioni di Galton fino alla distinzione tra i livelli di funzionamento nell’autismo, la dinamica del “lo faccio per il tuo bene” viene criticata per quello che è: una giustificazione surrettizia alle diagnosi che patologizzano chi non rientra nei canoni di pacifica gestione delle istituzioni e ai modi di gestione delle loro esistenze, che oscillano costantemente dalla segregazione e la correzione fino allo sterminio e all’eugenetica. Decolonizzare la psicologia, integrando saperi locali e accogliendo una pluralità metodologica, implica resistere alle dinamiche interne del gruppo professionale: dalla pressione del publish or perish (“pubblica o muori”), che spinge ricercatori e ricercatrici a inseguire risultati statisticamente significativi a scapito del rigore e dell’umanità fino alla mera questione di classe, che seleziona per la pratica clinica chi è in grado di mostrarsi “resiliente” di fronte a decenni di precariato e di implicita selezione socioeconomica.

Tra le proposte menzionate, particolarmente rilevante è quella della Slow Academia, che invita a una produzione di conoscenza più lenta, riflessiva e attenta alle responsabilità etiche verso i gruppi partecipanti; complessivamente, Marocchini e Dibennardo propongono che – attraverso l’alleanza con i movimenti – si possa chiedere alla psicologia di smettere di essere uno strumento di controllo sociale per diventare uno strumento di giustizia, contribuendo a trasformare la cura da un processo tecnico a un impegno collettivo. Come scrive Acanfora nel suo contributo al volume: «per chi lavora nella clinica, l’insegnamento di queste pagine può tradursi in una domanda da applicare al lavoro quotidiano: quando uso parole come “normale”, “disturbo”, “funzionamento”, “patologia”,  sto cercando di comprendere l’esperienza di una persona, o sto misurando la sua distanza da un soggetto ideale che deve adattarsi al mondo? Rendere esplicita questa distinzione è già un gesto di cura».

Un strategia differente dalla lamentazione dei maschi bianchi

Il pregio principale dell’opera di Bergamaschi sta nella differenza radicale che ella pone rispetto a precedenti critiche alla psicologizzazione della società: la sua posizione è molto diversa da quella dei critici sociopolitici maschi bianchi inconsapevoli delle dinamiche di oppressione sistemica, il cui discorso è pervaso da un sottofondo moralizzante e da una posa paternalista: l’autrice definisce la propria prospettiva come esplicitamente situata e parziale, distinguendosi dal panico morale evocato da autori come Gioele Cima e Claire Fox (Frank Furedi o Raffaele Alberto Ventura, non esplicitamente citati nel libro, possono rientrare a pieno titolo in questo gruppo e qui vogliamo enfatizzare la grande distanza che esiste tra questi autori e i lavori presentati). Costoro, lamentando la generalizzazione del framework terapeutico, denunciano lo svuotamento di senso delle categorie cliniche originarie: Bergamaschi osserva che tali posizioni ignorano le determinanti materiali e strutturali che spingono le concrete soggettività – specialmente quelle in posizioni di minor potere sociale – verso il linguaggio psicologico come unica risorsa utile a convalidare e dare voce alla propria posizione di subalternità.

L’autrice contesta l’idea che l’espansione del lessico terapeutico sia un semplice “effetto di moda” o il segno di una nuova “fragilità generazionale” (come suggerito da termini dispregiativi come snowflake); al contrario, essa è una risposta a condizioni esistenziali problematiche come la precarietà, lo sfruttamento e una dispersione degli affetti che rende sempre più difficile sostenere i legami e la vita quotidiana; la sua posizione riconosce il peso del privilegio maschile e critica l’uso della terapia come uno strumento volto esclusivamente ad “aggiustare” le individualità per renderle migliori come partner o più performanti come lavoratori e lavoratrici. Secondo Bergamaschi non è credibile una critica alla psicologizzazione senza metterne in discussione le basi patriarcali o capitalistiche interiorizzate e dotate di potere normativo nelle relazioni, anche quelle tra “militanti”; Bergamaschi oppone fermamente la critica moralizzante alla sofferenza mostrando che essa non solo deriva dall’inconsapevolezza delle dinamiche di oppressione ma, delegittimando il dolore e non riconoscendo la validità dei disagi altrui, vuole riprodurre i privilegi sanisti, patriarcali e capitalisti (più profondamente inscritti nella trama della “normalità”): la ricerca di etichette cliniche o condizioni medicalizzate (che espone a una forma di inferno relazionale e di violenza sistemica particolarmente feroce nei confronti di chi si trova ai margini del contratto sociale e non possiede l’autorità epistemica necessaria per far valere i propri bisogni senza doverli certificare psicologicamente) non va giudicata moralisticamente.

«Ai miei tempi non ci facevamo diagnosticare, facevamo la lotta di classe\lavoravamo duro\ci concentravamo sul nostro futuro»: queste formule, che tendono a ridicolizzare o sminuire chi utilizza il therapy speak per navigare relazioni difficili, evitano di denunciare una società che ha privatizzato lo stress e reso il linguaggio clinico l’unica moneta di scambio accettata per ottenere ascolto; laddove la critica dei maschi bianchi vede una perdita di rigore scientifico o una deriva verso l’ipersensibilità, Bergamaschi identifica una lotta per la sopravvivenza emotiva in un contesto di atomizzazione sociale in cui le vecchie reti di supporto comunitario e familiare sono state erose dalla logica del mercato e della gestione manageriale del sé.

La sua proposta non è dunque un ritorno a un passato pre-terapeutico idealizzato, né una condanna del percorso clinico in sé, ma l’invito a costruire nuove pratiche di vicinanza che sappiano abitare la fatica collettiva senza ridurla a un semplice malfunzionamento individuale o biologico di un soggetto pienamente oggettivato nei suoi fini economici e nelle sue funzioni di massimizzazione dell’utile.

Attraverso il concetto di «fare parentele» (making kin, ispirato a Donna Haraway), Bergamaschi suggerisce che la via d’uscita dalla psicologizzazione non sia il silenzio o la negazione del dolore, ma la riscoperta di una responsabilità politica reciproca che non richieda la mediazione di un esperto o la traduzione dei sentimenti in categorie di “diagnosi” per essere considerata degna di attenzione e cura.

Il fondamentale apporto nell’opera di Marocchini e Dibennardo sta nel ricostruire la continuità esistente tra i movimenti storici di critica alla psichiatria e le attuali posture del movimento per la neurodiversità. Il fulcro dell’argomentazione è il seguente: non bisogna cadere nell’inganno di vedere il progresso delle elaborazioni scientifiche in salute mentale come un incedere lineare che va dall’oscurantismo del manicomio alla luminosa razionalità delle pratiche evidence based. Come scrive Eleonora Marocchini, «negli stessi anni in cui la psichiatria italiana faceva i conti con la chiusura dei manicomi, infatti, la psicologia comportamentale statunitense scriveva alcune pagine agghiaccianti della sua e della nostra storia», introducendo così il tema delle terapie di conversione con cui si pretendeva di “curare” le persone omosessuali e dell’Analisi del Comportamento Applicato (ABA): la terapia correttiva per estinguere i “comportamenti-problema” delle persone autistiche. Come ci spiega Marocchini, cioè, non è accettabile l’idea che, una volta chiusi i manicomi, la scienza sia stata instradata sui binari delle pratiche buone e democratiche perché, come hanno mostrato i decenni successivi, proprio negli approcci più scientifici sono andate a installarsi le prassi più subdole e più estreme di manipolazione e desoggettivazione.

Esiste una abissale differenza tra l’orizzonte del “soggetto cerebrale” (neurological self) criticamente denunciato da Francisco Ortega e Fernando Vidal (e citato polemicamente da Bergamaschi come presupposto ideologico dei processi di psicologizzazione) e il concetto di neurodiversità presentato da Eleonora Marocchini (è suo il capitolo 7 del libro, “Così disturbi”: follia, neurodivergenza, normalizzazione e appropriazione”): mentre il neuro hype propagandato da governi, case farmaceutiche e gruppi professionali psy fino a dominare incontrastato tra la fine degli anni ‘70 del Novecento e gli anni ‘10 del 2000 serviva da base per propagandare l’individualismo terapeutico, neurodiversità è un concetto sociologico che nasce nel mondo dell’attivismo. Sostenere che esistano infinite varietà di modi di essere-nel-mondo, a cui corrispondono infinite configurazioni cerebrali, non ha nulla a che vedere con il riduzionismo biologico propagandato dai corpi professionali psy.

Come sembrano volerci dire Marocchini e Dibennardo, le soggettività marginalizzate, i cui modi di esistere vengono cioè impropriamente diagnosticati al fine di mettere a tacere le loro voci e di confinarne le devianze in forme che si ammantino della presunta oggettività della patologia, trovano i loro modi per decostruire l’impianto che le oggettiva e resistere all’oppressione.

Tale resistenza, come mostra il movimento per la neurodiversità, è profonda e degna della più grande attenzione: essa produce effetti concreti anche laddove non segua le indicazioni dei teorici maschi bianchi della critica sociopolitica oppure gli inviti delle corporazioni professionali psicoterapeutiche che presentano le loro tecniche come progressiste ed emancipatorie. Sarebbe opportuno riprendere i testi degli anni ‘70 e ‘80 del Novecento nei quali figure come Franca Ongaro, Michele Risso, Agostino Pirella, Sergio Piro, Letizia Comba e Lea Melandri avevano sottolineato che la critica ai modelli di gestione del disagio psichico non avrebbe potuto svilupparsi senza mettere in discussione i mandati, le epistemologie e le condizioni materiali di produzione dei saperi psy.

L’uscita di questi due testi fa ben sperare nella vitalità dell’approccio critico presso le giovani generazioni: dopo decenni in cui l’approccio antistituzionale è stato impropriamente semplificato e identificato con la critica al manicomio, si apre la possibilità di recuperare queste elaborazioni, immettendole nella riflessione sulla contemporanea produzione della scienza. In definitiva, per raggiungere questo obiettivo, è importante formulare critiche che non siano basate sul giudizio moralistico nei confronti delle popolazioni subalterne con cui ci si dovrebbe alleare.

Immagine di copertina di Pedro Ribeiro Simões da Wikimedia

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