cult
CULT
ll denaro come campo di battaglia
“Denaro e potere. Da Marx al Comune come modo di produzione monetario”, Orthotes, Napoli 2026, di Antonio Di Stasio, è un lavoro rigoroso, ben strutturato, denso e al tempo stesso pedagogico che propone un originale ripensamento del ruolo della moneta in quanto espressione del comune
Per gentile concessione della casa editrice, dell’autore e del prefatore pubblichiamo qui l’introduzione di Carlo Vercellone, professore emerito di Paris 8 e membro del CEMTI, al libro di Antonio Di Stasio, “Denaro e potere. Da Marx al Comune come modo di produzione monetario“, Orthotes, Napoli 2026.
Ci sono libri scritti nell’urgenza, come un pamphlet per rispondere a una polemica o ai problemi sollevati da una congiuntura determinata. Altri, invece, si sviluppano nel tempo come una trama di ricerca, tesa a sciogliere pazientemente, uno per uno, i nodi teorici e politici che possano consentire, in futuro, la realizzazione di un’utopia concreta – nel senso materialistico di Ernst Bloch – vale a dire far emergere ciò che è potenzialmente già là, nel presente.
Questo è senza dubbio il caso del saggio di Antonio Di Stasio, che, contro le tendenze dogmatiche del marxismo, riparte dal rapporto tra denaro e potere in Karl Marx per mostrare, sul piano epistemologico e logico-storico, come il superamento del capitalismo non implichi la soppressione del denaro, ma, al contrario, possa e debba compiersi nel divenire del comune, inteso come un modo di produzione monetario.
Il libro di Di Stasio è infatti il risultato di un lungo processo di ricerca e di riflessione di cui ho potuto seguire la gestazione fin dai tempi della redazione della sua tesi di dottorato, sostenuta nel 2022, che avevo diretto con Adalgiso Amendola nel quadro di una cotutela tra l’Université de Paris 8 e l’Università di Salerno. La discussione della tesi, che aveva riunito alcuni tra i più riconosciuti specialisti della moneta, del pensiero di Marx e della teoria della comune e dei beni comuni, aveva già permesso di far emergere le indiscutibili qualità di un brillante ricercatore in nuce.
L’opera qui presentata al lettore conferma tutte le promesse di un ricercatore ormai giunto a un livello di maturità certo e destinato a un brillante avvenire. Si tratta di un lavoro rigoroso, ben strutturato, denso e al tempo stesso pedagogico che combina solide conoscenze sul piano dell’economia politica, della sociologia e del diritto. Ne scaturisce un originale ripensamento del ruolo della moneta in quanto espressione della prassi sociale denominata comune. Sul piano metodologico l’autore adotta con efficacia l’interpretazione operaista del materialismo storico fondata sul ruolo motore dell’antagonismo capitale/lavoro per identificare il senso e le poste in gioco della mutazione attuale del capitalismo cognitivo e finanziarizzato e le alternative che scaturiscono dalle sue contraddizioni interne, ivi compreso per quanto riguarda le forme di regolazione della moneta e le funzioni che essa deve svolgere in un determinato sistema economico e sociale.
Per parafrasare la scuola degli Annales e André Orléans direi, senza timore d’essere smentito dall’autore, che il suo punto di partenza è che ogni società ha la moneta della propria struttura. La forma moneta – anche quando obbedisce come nel capitalismo a degli invarianti strutturali – non è mai un’istituzione immutabile.
Nello stesso corso della storia del capitalismo ha così fatto prova, nelle sue forme di regolazione, di una grande malleabilità, che le ha permesso di adattarsi alle crisi, ma anche di rispondere incessantemente ai conflitti e ai compromessi che il capitale ha dovuto intrecciare con il lavoro.
Per illustrare il ruolo propulsivo di questa dinamica conflittuale nel cambiamento delle forme di regolazione monetaria basta pensare a come, dopo la crisi del 1929 e la Grande Depressione degli anni ’30, nel secondo dopoguerra sia stato instaurato quello che si può definire un modo di regolazione keynesiano. In questo contesto, oltre a istituire il ruolo della Banca Centrale come prestatore di ultima istanza, la politica monetaria viene subordinata al potere politico e all’attuazione di politiche di bilancio che devono assicurare l’equilibro del regime di accumulazione della produzione e del consumo di massa. Ma non finisce lì: un’altra svolta essenziale interviene in seguito al ciclo delle lotte dell’operaio-massa, che durante gli anni ’70 aveva determinato la crisi sociale irreversibile del fordismo.
È in questo quadro che interviene l’istituzionalizzazione della cosiddetta autonomia delle Banche Centrali. Una delle misure chiave di questa riforma neoliberale (poi sancita dallo statuto della Banca Centrale Europea) ha riguardato proprio il taglio del “cordone ombelicale” che, nel modo di regolazione keynesiano, legava il Tesoro pubblico alla Banca Centrale. L’obiettivo era di non rendere più possibile il finanziamento tramite creazione monetaria del disavanzo di bilancio dello Stato e la monetizzazione dei conflitti attraverso l’espansione delle spese sociali e del salario socializzato.
Insomma, l’affermazione della cosiddetta “autonomia” della Banca Centrale è un vero e proprio ossimoro. Si è trattato in primo luogo, come lo mostra l’analisi storica di Di Stasio, di un cambiamento istituzionale mirato a sottrarre la creazione monetaria alla pressione dei conflitti sociali e, quindi, a sottometterla progressivamente alla logica esclusiva della rendita e dell’accumulazione finanziaria.
Non è un caso se, in seguito all’interdizione di finanziare il deficit budgetario tramite emissione monetaria, la pietra angolare della prima fase della finanziarizzazione si è fondata proprio sulla cartolarizzazione del debito pubblico, cioè sull’asta dei titoli di Stato in un mercato liberalizzato. Il risultato non è stato la riduzione, ma l’eccezionale crescita del debito pubblico. Questo spiega perché il servizio del debito rappresenti ormai una delle principali voci di spesa degli Stati e il suo peso “eccessivo” è spesso addotto per stigmatizzare gli sprechi e quindi invocare il “necessario” smantellamento dello Stato sociale e una nuova fase di desocializzazione dell’economia.
Sempre in questo contesto, l’obiettivo principale della politica monetaria diventa la stabilità dei prezzi e la garanzia dei redditi da rendita, mentre le bolle speculative costituiscono ormai la forma essenziale dell’inflazione nei paesi a capitalismo avanzato. Inoltre, per sostenere la domanda, nonostante l’approfondimento delle disuguaglianze e la destabilizzazione delle garanzie del Welfare, il deficit spending pubblico di tipo keynesiano è stato sostituito da una sorta di deficit spending privato, che ha indotto, come nel caso esemplare dei subprime, un massiccio indebitamento delle famiglie. Last but not least, a partire dal 2008, di fronte all’instabilità strutturale dei mercati finanziari che caratterizza il capitalismo cognitivo, una nuova innovazione consisterà, come sottolinea l’autore, nella messa in opera di politiche monetarie non convenzionali pensate in funzione della sola salvaguardia del potere della finanza e del sistema bancario, senza prestare attenzione alcuna alle sfide cruciali dell’epoca del capitalocene legate al finanziamento della transizione ecologica e ai suoi risvolti sociali sempre più drammatici.
In questo senso, Di Stasio ha perfettamente ragione d’affermare che la moneta si presenta come un campo di battaglia istituzionale e sociale fondamentale. Un campo di battaglia dal quale dipendono, nel contesto di crisi strutturale del capitalismo contemporaneo, la sua riproduzione, ma anche e soprattutto la possibilità di sganciare la moneta dal capitale. La posta in gioco è di pervenire a utilizzare la sua formidabile potenza di trasformazione sociale per rendere possibile una biforcazione socio-ecologica fondata sull’economia della conoscenza e le produzioni dell’umano attraverso l’umano (salute, educazione, lavoro di cura, etc.).
Struttura del libro: le contraddizioni del capitalismo
Partendo da questi presupposti, mi sembra importante soffermarsi su due linee direttrici principali del lavoro di ricerca di Di Stasio in cui s’intrecciano l’analisi della natura e delle contraddizioni del capitalismo e la riflessione sulle alternative incarnate dal comune come modo di produzione.

La prima linea direttrice, cui è dedicata la prima parte del libro, appoggiandosi su un’ampia letteratura, consiste nel mettere in evidenza le principali caratteristiche del capitale-denaro nella sua forma plusvalore, come funzione di separazione ed esercizio del potere. In questo processo analitico, nella scia dell’operaismo, l’analisi di Di Stasio opera un bilancio del dibattito marxista sulla moneta apportando tre apporti principali che costituiscono altrettante premesse essenziali alla riflessione sul comune.
Il primo apporto consiste nella refutazione della tradizione di pensiero del marxismo di stampo sovietico. Questa concezione, secondo l’autore, anche nella sue varianti più eterodosse come quella iniziata da Isaack Rubin, che insiste sul concetto di feticismo e considera la forma valore come un rapporto sociale, in ultima istanza fa l’impasse su due punti essenziali: i) una distinzione insufficiente tra economia monetaria di mercato ed economia capitalistica (incentrata sull’antagonismo capitale/lavoro); ii) la tendenza a ricondurre la principale contraddizione del capitalismo all’anarchia del mercato cui si oppone une concezione del socialismo incentrata sul concetto di pianificazione della legge del valore.
Il secondo apporto consiste nel mostrare che il denaro come capitale si presenta propriamente sotto la forma plusvalore di cui la legge del valore non è che una variabile dipendente. Essa s’incarna nella celebre formula generale del capitale di Marx (D-M-D’) retta dalla logica dell’accumulazione infinita del capitale come fine in sé e che presuppone la generalizzazione della forma merce all’insieme della società, in primo luogo a quelle che Karl Polanyi definisce come merci fittizie, vale a dire, la natura, la forza lavoro e la stessa moneta. In questo senso, il capitale, nella sua forma più pura si definisce, seguendo Michel Aglietta, come l’asimmetria costitutiva tra due classi d’individui: coloro, i capitalisti, che controllano la moneta e quindi la proprietà dei mezzi di produzione, da un lato, e coloro che dispongono unicamente della loro forza lavoro e che, quindi, per accedere a un reddito monetario dipendono dalle decisioni dei capitalisti relative al volume della produzione e dunque dell’occupazione considerata come profittevole.
Il terzo apporto di Di Stasio è quello d’indicare che un tale modello puro di capitalismo, simile a quello descritto da Marx stesso negli schemi di riproduzione del capitale (attraverso l’approccio in sezioni produttive), si urta a dei limiti strutturali che ne impediscono l’auto-riproduzione, e questo per due ragioni fondamentali: i) la prima, nella scia di Rosa Luxemburg e degli approcci sotto-consumistici, è che la realizzazione del plusvalore necessita sempre di un esteriore al capitale, che si tratti del reddito proveniente da classi sociali pre-capitalistiche, di rendite o, ancora, di forme di spesa pubbliche nutrite da una creazione monetaria ex-nihilo (di cui le politiche monetarie non convenzionali dette di quantitive easing non sono per l’autore che l’illustrazione più recente); ii) la seconda ragione sui cui insiste Di Stasio è legata alla dinamica conflittuale tra capitale e lavoro che non si limita alla sola lotta sulla distribuzione del reddito. Più precisamente, per parafrasare Mario Tronti, uno dei padri fondatori dell’operaismo, la forza lavoro, lungi dal ridursi a semplice capitale variabile, si presenta come non-capitale, vale a dire come una soggettività vivente capace non solo di rivoltarsi contro la fisicità del capitale, ma di sperimentare forme d’auto-organizzazione sociale della produzione alternative sia alla logica gerarchica dell’impresa, che a quella burocratica dello Stato. Si trova proprio in questa potenzialità, in particolare, in seguito alla formazione di un’intellettualità diffusa, la spiegazione del ritorno in forza della dinamica dei commons nel post-fordismo. Insomma, e l’autore insiste con forza su questo punto, l’ipotesi di una sussunzione totale della società e del lavoro al capitale è inconcepibile, sia sul piano teorico che su quello empirico.
L’alternativa del Comune come modo di produzione monetaria
Questi assunti ci conducono alla seconda linea direttrice del suo lavoro incentrata sulla tesi del comune come modo di produzione monetario sottolineando il ruolo che una moneta sganciata dal capitale e una economia monetaria non capitalistica possono e devono svolgere nel suo sviluppo.
Per meglio comprendere l’originalità di questo aspetto del lavoro di ricerca dell’autore, occorre prima ricordare per il lettore non specialista, come a partire dalla fine degli anni ’80 – sotto la spinta della crisi sociale del fordismo e dei movimenti altermondialisti – si è assistito nel dibattito academico e politico al ravvivarsi della problematica dei commons che era restata fino ad allora l’appannaggio degli storici delle origini del capitalismo e del processo delle enclosures. Ne è risultato una vera e propria rottura epistemologica nelle scienze sociali e politiche. A partire dai saggi fondatori di Elinor Ostrom e della scuola d’Indiana, tale rottura epistemologica si è tradotta nella formazione di una nuova disciplina, l’economia politica dei commons e dei beni comuni e nella rimessa in discussione dello schema d’analisi tradizionale fondato sul duopolio Pubblico-Privato come principio strutturante della visione del funzionamento dell’economia e delle forme di proprietà. Tuttavia, la ricchezza dei contributi accumulatisi nel tempo in questo nuovo filone di studi, ha fatto emergere delle linee di frattura crescenti tra diverse interpretazioni, e questo sia per quanto riguarda la definizione teorica e lo spettro delle attività considerate, quanto – e soprattutto – per il ruolo che i commons o il comune al singolare potrebbero svolgere in una prospettiva di trasformazione sociale.
Semplificando all’estremo, è così possibile distinguere nell’economia politica del comune due principali orientamenti.
Da un lato, per tutta una serie di approcci di ispirazione ostromiana, i commons si declinano solo al plurale e rappresenterebbero piuttosto un emendamento che una vera alternativa alla rappresentazione tradizionale dell’economia, basata sulle norme dominanti del Pubblico e del Privato. In quest’ottica, la sfera dei beni comuni resterebbe circoscritta dalle caratteristiche intrinseche di un numero delimitato di beni o risorse (in termini di rivalità/non rivalità ed escludibilità/non escludibilità tramite i prezzi, secondo la tipologia di beni proposta dalla teoria neoclassica). In sostanza, i commons vengono concepiti come semplici fallimenti del mercato e/o dello Stato e sono destinati a svolgere un ruolo residuale rispetto al duopolio Pubblico-Privato. Per i diversi studiosi di questa prima corrente (Ostrom, ma a suo modo anche Yochai Benkler per i beni comuni digitali) non si tratta di contestare la superiorità in termini d’efficienza dell’impresa capitalista, ma solo di mostrare la complementarità di una pluralità più complessa di forme istituzionali che organizzano il funzionamento dell’economia capitalistica.
Dall’altro lato, per una seconda corrente di pensiero, il ritorno in forza della dinamica dei commons esprimerebbe invece un principio di trasformazione globale della società e la possibilità di un superamento post-socialista dell’ordine capitalista derivante dal capitalismo cognitivo e la contro-rivoluzione neoliberale.
È in questa prospettiva che, per una nuova serie di approcci, il concetto di comune deve soprattutto essere inteso al singolare, proprio per indicare il modo in cui il comune può incarnare una vera alternativa sia all’egemonia della logica burocratica dello Stato che a quella dell’economia capitalistica di mercato.
Sintetizzando, in questa corrente, accanto all’approccio operaista del comune come modo di produzione in cui si riconosce Di Stasio, altri autori, in particolare Pierre Dardot e Christian Laval, pur affermando che il comune è un principio generale di organizzazione della società basato sulla co-attività e sulla co-obbligazione, sostengono che il comune è innanzitutto un principio politico e giuridico. In nome di questa concezione normativa e idealista, nel senso positivo di questo termine vicino a quello di un imperativo categorico kantiano, considerano, in opposizione alla visione operaista, che il Comune al singolare non può in alcun modo essere considerato come un modo di produzione che emerge dalle contraddizioni fra capitale e lavoro nel capitalismo contemporaneo. Anzi, per rafforzare ulteriormente questo punto di divergenza, essi sostengono che oggi, ancor più che nel periodo fordista, il lavoro vivo sarebbe completamente sussunto dal capitale e che, di conseguenza, non esiste alcun soggetto collettivo che possa preesistere e costituire il fondamento del Comune; una tesi, come abbiamo già evidenziato, rigettata drasticamente da Di Stasio.
Il ruolo della moneta
Più specificatamente, la problematica monetaria di Di Stasio permette di far emergere diversi aspetti cruciali, ma spesso non esplicitati di questo dibattito. In questo modo, l’autore apporta diversi contributi significativi all’economia politica dei beni comuni e singolarmente all’approccio del comune come modo di produzione.
Il primo apporto consiste proprio in una rassegna della letteratura condotta al prisma del modo in cui questi diversi approcci integrano la questione della moneta nella loro analisi.
In questa ottica, l’analisi critica di Di Stasio mette quasi sullo stesso piano l’approccio ostromiano che qualifica di premonetario e l’approccio normativo del comune di Dardot e Laval considerato come antimonetario. L’approccio ostromiano, perché con un percorso che resta tributario della concezione classica e neoclassica della moneta-velo, parte da un ragionamento che analizza l’economia dei commons, come se si trattasse di un’economia non monetaria di baratto, in cui i beni si scambiano direttamente con altri beni. Esso fa dunque astrazione della moneta, coerentemente con una visione che considera i commons come semplici enclave legate a comunità ben definite, circoscritte a una sfera microeconomica incapace per sua natura di delineare una dinamica con impatti meso o macroeconomici.
L’approccio politico-giuridico del Comune di Dardot e Laval, per la loro impostazione normativa, in cui co-attività e co-obbligo corrispondono quasi a imperativi categorici, sembra riprodurre l’ideale socialista di una società e di un’economia completamente trasparenti alla coscienza degli individui, che fondano il comune attraverso la loro deliberazione collettiva. Nel loro saggio più importante, Comune, questa astrazione del ruolo della moneta risulta tanto più paradossale in quanto gli autori si dichiarano seguaci di Jean-Jacques Proudhon, il quale, nel suo progetto di socialismo utopista, mutualista e federativo, attribuiva un ruolo cruciale alla moneta, concepita come una moneta distribuita in modo equo e senza interesse ai membri associati [Più precisamente Proudhon proponeva l’istituzione di una Banca di scambio dove la moneta è sostituita da “buoni di circolazione” emessi dalla banca e garantiti dai prodotti degli aderenti alla banca. Per la critica di Marx a questa proposta vedi: L. Baronian – C. Vercellone, Moneta del comune e reddito sociale garantito in La moneta del comune. La sfida dell’istituzione finanziaria del comune, E. Braga- A. Fumagalli (cur.), Alfabet Edizioni, Milano, 2015.]
Resta comunque il fatto che, malgrado il riferimento a Proudhon, la moneta rimane stranamente una pagina bianca dell’analisi di Dardot e Laval e la stessa cosa avviene per l’autogestione della produzione fino al punto, che senza rilevare la contraddizione interna, criticano i teorici operaisti del comune come modo di produzione affermando che sono dei proudhoniani che s’ignorano.
Di fatto, nelle analisi operaiste, a differenza degli ostromiani e di Dardot e Laval, l’analisi del ruolo della moneta è centrale su un duplice piano: 1) come dispositivo chiave del comando capitalistico sulla cooperazione sociale fondato sulla dipendenza monetaria della forza lavoro; 2) per la consapevolezza che una prospettiva post-capitalistica implica necessariamente una riappropriazione delle istituzioni macroscopiche del pubblico e della moneta che gestiscono la riproduzione economica e sociale. Proprio per designare questo processo di riappropriazione, è stato coniato il concetto di comunalizzazione, che indica una trasformazione in cui i principi della democrazia del comune riformano queste istituzioni modificandone i principi di governance e gli obiettivi, restituendole alla collettività.
Ma la riflessione di Di Stasio – e si tratta di un altro apporto originale e importante alla tesi del comune come modo di produzione – si spinge oltre la sola necessità di “re-incastrare”, nel senso di Polanyi, la moneta all’interno di istituzioni sociali e politiche, ridandole il ruolo di una costruzione collettiva che socializza gli individui e non di semplice oggetto finanziario e di scambio di mercato.
Infatti, l’autore non si limita a considerare che la democratizzazione della moneta è una delle condizioni indispensabili per permettere lo sviluppo del comune come un modo di produzione tendenzialmente egemonico. Afferma anche con forza e a chiare lettere che l’aggettivo monetario deve completare come elemento integrante la definizione stessa del concetto di comune come modo di produzione.
Insomma, svincolare la moneta dal capitale non significa per Di Stasio, a differenza di una grande parte della tradizione del pensiero marxista, supporre un sistema socio-economico che condurrà alla sua progressiva soppressione. La moneta deve restare un elemento strutturante e permanente dell’organizzazione di un modo di produzione post-capitalistico fondato sulla democrazia del comune.
Per far questo sviluppa tre considerazioni essenziali sul piano teorico e politico che ci rinviano, per certi aspetti, al celebre dibatto sulla pianificazione che negli anni 1930 aveva opposto Friedrich A. Hayek e Oskar Lange, ma anche altri teorici meno conosciuti ma non meno importanti.
Capitalismo ed economia di mercato
La prima considerazione è che occorre liberarsi della confusione tra capitalismo ed economia di mercato, confusione che lo stesso John Kenneth Galbraith in un celebre libro ha indicato come la prima e fondamentale menzogna della teoria mainstream e degli apologeti del capitale per occultare con una denominazione “vuota, falsa, insipida e sdolcinata” la realtà dei rapporti di poteri imposti dalle corporations e dalle istituzioni finanziare.
Marx stesso, come lo ricorda Di Stasio, mette al centro della sua analisi la distinzione tra due forme completamente opposte della circolazione monetaria. Nella prima, incarnata dalla celebre formula generale del capitale (D-M-D’) che struttura il capitalismo, la valorizzazione del capitale è un processo che non conosce limiti nella misura stessa in cui il suo obiettivo non è il valore d’uso, ma l’accumulazione della ricchezza astratta rappresentata dal denaro. In questo modo di produzione, per quanto tutto debba essere trasformato in merce, ivi compreso la natura e la forza lavoro che non sono prodotte dal capitale, esse non sono che meri strumenti per raggiungere questo scopo: aumentare incessantemente il potere di comando che il denaro gli conferisce sulla società e sul lavoro, permettendogli di appropriarsi (in modo diretto o indiretto) del plusvalore creato dalla cooperazione sociale.
Nella seconda, M-D-M’, il denaro non è invece che il semplice intermediario di un processo di circolazione, di produzione e di consumo, in cui il valore d’uso e la soddisfazione dei bisogni restano l’obiettivo prioritario. Questa formula si avvicina alla logica di un modo di produzione mercantile semplice, perfettamente compatibile con la logica del comune come modo di produzione monetario, in cui la finalità del profitto scompare. Come nel modello cooperativistico, che oggi conosce una forte rigenerazione attraverso lo sviluppo del cooperativismo di piattaforma, l’eventuale surplus viene redistribuito tra i membri della cooperativa oppure destinato alle riserve indivisibili. Le decisioni vengono prese democraticamente secondo il principio “una testa, un voto” e non “un’azione, un voto”. poiché non è il capitale, ma lo scopo o l’oggetto sociale della cooperativa a rappresentare il punto di partenza e il punto di arrivo.
La seconda considerazione è un corollario teorico importante della distinzione tra capitalismo e economia di mercato. Di Stasio ci invita infatti a superare la confusione tra il concetto di feticismo e quello di reificazione che attraversa spesso il marxismo e ritroviamo con forza nella stessa tradizione di pensiero che ci conduce da György Lukács alla scuola di Francoforte. Il feticismo della merce e quello della moneta sono infatti l’espressione del modo in cui il pieno sviluppo del capitalismo, attraverso la forma plusvalore, conduce a occultare la contraddizione tra lavoro concreto e lavoro astratto, tra lavoro privato e lavoro sociale, tra produttore e consumatore e, soprattutto, a rovesciare – come nelle religioni monoteistiche – il rapporto tra soggetto e oggetto. Pur essendo prodotti della storia umana, le leggi di funzionamento dell’economia capitalistica di mercato finiscono con il presentarsi agli individui come vincoli naturali e oggettivi, che l’Uomo non può più controllare e ai quali deve sottomettersi come a una volontà astratta proveniente da una forza esterna e superiore. Così, ad esempio, nello stesso linguaggio giornalistico si ricorre frequentemente a espressioni come: «questa politica economica di rilancio della spesa pubblica non può essere attuata perché avversa all’opinione dei mercati finanziari», attribuendo ai mercati tratti personificati e una volontà propria e incontestabile, analoga a quella di leggi divine.
In un modo di produzione mercantile semplice, la reificazione delle interazioni socio-economiche nel linguaggio della moneta non comporta invece necessariamente il feticismo. Al contrario, Di Stasio servendosi di diversi esempi tratti dall’analisi di Georg Simmel, mostra come in diverse configurazioni socio-economiche «il denaro, ben prima della nascita del capitalismo, e anche durante, ha svolto una funzione cruciale a sostegno dell’autonomia soggettiva e contro la dipendenza personale».
Sganciando la moneta dal capitale, il comune, inteso come modo di produzione monetario, appare allora anche come un modo di organizzazione e di socializzazione impersonale, astratto e reificato che permette all’individuo sociale emancipato di sviluppare tutte le potenzialità legate all’espressione della sua singolarità.
La terza considerazione riguarda, infine, il modo in cui il concetto di comune come modo di produzione monetario non è circoscritto all’ambito della produzione in mercati non capitalistici e/o al finanziamento dei commoners impegnati in attività spesso estranee alla logica mercantile, come avviene nel modello del free-software o in numerose forme di attività associative.
Nei sistemi economici contemporanei, emergono almeno due settori strategici il cui sviluppo dipende dall’emissione di una moneta del comune, svincolata dalla logica del profitto e dalla mercificazione.
In primo luogo, le produzioni dell’umano attraverso l’umano, tradizionalmente garantite dai servizi collettivi del Welfare-state (sanità, istruzione e ricerca, ecc.). Questi settori, pur svolgendo un ruolo cruciale nella formazione di una forza lavoro di qualità (evito volutamente l’uso dell’ossimoro “capitale umano”), adeguata alle sfide di un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, sono sottoposti a pesanti politiche di austerità. Tali politiche, oltre a determinare una grave carenza di risorse, favoriscono processi di privatizzazione e aziendalizzazione guidati da criteri di redditività del tutto incompatibili con i principi di efficacia qualitativa che dovrebbero orientare la gestione di queste produzioni.
In secondo luogo, vi sono gli ingenti investimenti necessari – in particolare in Europa – per finanziare le politiche di transizione ecologica ed energetica. Questa urgenza si combina con l’esigenza di una strategia di catching up volta a ridurre rapidamente il ritardo nel settore digitale e la dipendenza dai colossi americani della Big Tech dando la priorità a tecnologie fondate sull’open source e i principi di trasparenza e di governance del comune.
Per far fronte a queste sfide, la tesi sostenuta da Di Stasio – fondata su un’ampia rassegna critica della letteratura ispirata dalle problematiche della riforma delle regole di governance della Banca Centrale europea e dalla riflessione sulla moneta come bene comune – è che le tecniche di emissione monetaria necessarie per finanziare tali progetti rappresentino un “già là”. In altri termini, si tratta di portare alle estreme conseguenze e di capovolgere la logica capitalistica delle politiche monetarie non convenzionali e del quantitative easing che le banche centrali hanno adottato a partire dalla crisi economica e finanziaria del 2008.
In quest’ottica la riflessione teorica d Jean-Marie Harribey e soprattutto la proposta di Moneta Volontaria sviluppata all’Istituto Veblen da Jézabel Couppey-Soubeyran e Pierre Delandre, appaiono a Di Stasio come le più innovative. Questa nuova modalità di emissione monetaria, basata sul principio del dono, esprimerebbe una volontà politica democratica e sarebbe direttamente destinata alla comunalizzazione dei beni pubblici, caratterizzandosi per un elemento centrale di rottura: non prevedrebbe alcuna contropartita contabile esigibile e genererebbe “moneta permanente” poiché l’assenza di un obbligo di rimborso impedirebbe alla moneta creata di tornare alla banca centrale.
Non entro qui nei dettagli tecnici esaminati da Di Stasio, mi limiterò a sottolineare due punti che mi sembrano essenziali.
Il primo è che una simile rivoluzione delle politiche monetarie implicherebbe una riforma profonda dello statuto delle banche centrali, che potrebbe in parte ispirarsi ai lavori della Commissione Rodotà e della Costituente dei beni comuni.
Il secondo è che l’emissione di una moneta senza contropartita, finalizzata a finanziare – nel loro intreccio indissolubile – la transizione ecologica e digitale, comporterebbe come corollario indispensabile l’adozione di una politica di programmazione economica, democratica, decentralizzata e deliberativa in grado di governare l’economia a partire dai bisogni reali, conciliando efficacia economica e giustizia sociale.
Di Stasio non affronta direttamente questa problematica, ma la conclusione del suo libro sembra invitare a percorrere questa strada, tenuto anche conto di come grazie agli strumenti di raccolta delle informazioni e di calcolo offerti dall’intelligenza artificiale si disponga oggi di mezzi ben più adeguati rispetto al passato per realizzare tali obiettivi.
In conclusione, il saggio di Di Stasio è di una grande ricchezza e ci conduce, andando con Marx oltre i dogmi del marxismo, a rivisitare tutto il dibattito sulla moneta e un progetto d’uscita dal capitalismo. Lo si potrebbe tacciare di pura utopia, ma si tratta piuttosto di un’utopia concreta – per dirla ancora con Ernst Bloch – o, meglio ancora, di un imperativo categorico, se si vuole evitare che si avveri la provocatoria e tragica profezia attribuita a Fredric Jameson secondo cui sarebbe ormai «più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo».
Immagine di copertina di Francesca Bianchini, Mayday Parade 2011 a Milano
