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Storie di teatro, poesia e identità. Dal Nord-Est siriano alla diaspora curda

Attraverso una serie di interviste raccolte tra il Rojava e la diaspora, questo articolo esplora il ruolo della cultura, dell’arte e della memoria orale nella rivoluzione del Nord-Est della Siria. Le voci di artisti e poete restituiscono un quadro in cui canto, teatro e scrittura diventano strumenti di resistenza, costruzione di un’identità plurale, tra istituzionalizzazione della memoria, conflitto sociale ed emancipazione politica

La rivoluzione del Rojava, oltre a ridefinire istituzioni e meccanismi di governo, ha trasformato il paesaggio culturale, ponendo al centro la produzione e trasmissione dei saperi. In un territorio in cui per decenni lingue e identità erano state represse, arte, letteratura e memoria orale sono divenute strumenti di emancipazione collettiva. Durante il regime baathista, la lingua curda e le espressioni artistiche erano marginalizzate e confinate alla clandestinità; le narrazioni circolavano in spazi domestici e comunitari – cucine, cortili, riunioni familiari – attraverso canti, poesie e racconti degli anziani. In questo contesto si colloca la figura del dengbêj, il cantastorie curdo che con il canto epico custodiva genealogie, memorie di conflitti e tragedie collettive. Per generazioni i dengbêjan hanno rappresentato un archivio vivente: una memoria orale extra-istituzionale che, proprio nella marginalità, si configurava come pratica di resistenza e di sopravvivenza identitaria.

L’avvio dell’autogoverno nel 2012 ha segnato una svolta: la memoria orale è stata riconosciuta e incorporata nelle nuove istituzioni. L’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES) ha collocato la rinascita culturale tra le proprie priorità, promuovendo archivi, accademie linguistiche, biblioteche comunitarie, laboratori teatrali e festival itineranti. La narrazione, non più semplice ornamento, diventa dispositivo di identità e legittimazione politica, in una cornice plurilingue che valorizza curdo, arabo, siriaco e armeno come patrimonio condiviso. Questi spazi segnano il passaggio da una mémoire vivante – nel senso di Pierre Nora, fluida e orale — a una memoria formalizzata e riconosciuta come patrimonio collettivo. I due poli si intrecciano: un canto può diventare drammaturgia, una narrazione sceneggiatura documentaria, un mito performance itinerante capace di trasformare la memoria vissuta in eredità condivisa.

Parallelamente, la produzione artistica contemporanea diventa spazio critico di autoriflessione, indagando tensioni etniche, fratture generazionali e dinamiche di genere. Portare alla luce tali contraddizioni significa sottoporre l’esperienza rivoluzionaria a continua interrogazione.

Le testimonianze raccolte tra giugno e novembre 2025 delineano un quadro in cui cultura e produzione artistica diventano spazi di conflitto, sperimentazione e affermazione collettiva. Tra queste spicca la voce di Diljan Osman Oso, attore e regista di Qamishlo, nato nel 2001, che attraverso teatro e cinema custodisce e rinnova la memoria del padre, ucciso in un attacco dell’ISIS a Tirbespiye. Per lui, l’arte è un atto di continuità e resistenza: «Mi sono avvicinato alla recitazione a dodici anni, ispirato da mio padre. La sua morte ha segnato una frattura irreversibile, e da allora ho sentito il bisogno di far rivivere la sua memoria sul palco e sullo schermo». Il percorso artistico di Diljan è iniziato nel 2013 al Centro Culturale e Artistico Mihammed Sheikho. Da allora ha recitato in oltre cinquanta ruoli in curdo e arabo, intrecciando la carriera con la costruzione di uno spazio culturale autonomo, ma denunciandone i limiti: «Nella mia città esistono molti artisti di talento, ma troppi restano ai margini per mancanza di spazi e opportunità. La scarsità di produttori, teatri e infrastrutture culturali rende ancora difficile, in molte aree, il semplice atto di portare in scena un’opera».

Pur in presenza di tali limitazioni strutturali, l’esperienza di Diljan mostra come l’arte possa assumere forme di intervento significative, capaci di incidere sulle dinamiche sociali e sulla rielaborazione collettiva del trauma. Alla domanda su un momento particolarmente significativo del suo percorso, Diljan ha risposto: «Nel 2023 sono entrato per la prima volta, nelle vesti di attore, nel campo di al-Hol. È stata per me un’esperienza dolorosa, poiché proprio quelle persone sono state responsabili della morte di mio padre. Eppure ho scelto di presentare lo spettacolo e, attraverso di esso, ho voluto dire loro che, sebbene avessero martirizzato mio padre, ero lì per tentare di trasformare la loro mentalità con l’arte. Perché l’arte è un’arma potente, capace di generare cambiamento». Colpisce come, in questo contesto, l’arte diventi gesto di restituzione pubblica e strumento per sottrarre l’esperienza all’oblio, restituendola alla memoria collettiva. Continua Diljan: «Mentre i combattenti difendevano la nostra terra con le armi, noi offrivamo la nostra arte come atto di resistenza, sacrificandoci simbolicamente come loro, che donano la vita per la comunità».

Siham Salah Suleiman, poetessa cinquantenne di Qamishlo, ha unito pratica artistica e impegno civile, collaborando con il Consiglio delle Famiglie dei Martiri e recitando poesie commemorative. La sua produzione è una forma di riconoscenza verso i martiri e le unità di protezione YPG e YPJ. «Le nostre poesie nascono da esperienze e osservazioni. Le dedichiamo alle anime dei nostri martiri, ai combattenti in prima linea. Scrivere è un dovere verso chi ha sacrificato la vita per una società libera». Nella prospettiva della rivoluzione del Rojava, la cultura è anche terreno di emancipazione femminile. Continua Siham: «In passato le figure femminili nel canto erano rare – Aishishan, Mezgin e poche altre – in una comunità fortemente conservatrice, dove esibirsi in pubblico era complesso e spesso ostacolato. Con il mutamento politico e sociale si è aperto un percorso di emancipazione: le donne hanno ampliato la loro presenza in ogni ambito, lavorando accanto agli uomini, cantando, assumendo responsabilità equivalenti e, infine, partecipando anche alla lotta armata». Questa trasformazione non ha tuttavia eliminato modelli tradizionali e strutture patriarcali, che restano terreno di confronto e intervento. Su questi aspetti si concentra la riflessione di Diljan: «Nel tentativo di integrare memoria orale e tradizioni locali nei nostri progetti artistici emerge una questione centrale: nella cultura della mia città persistono elementi problematici che richiedono attenzione critica. Con film e rappresentazioni cerchiamo di sensibilizzare la comunità, affrontando dinamiche come l’ideologia patriarcale che confina le donne al ruolo domestico, radicata in gran parte del Medio Oriente, e che riteniamo necessario contrastare attraverso l’arte».

Accanto alle esperienze radicate nel Rojava emerge la prospettiva della diaspora, che aggiunge nuovi livelli di complessità al discorso culturale e memoriale. In questo quadro si inserisce la voce di Seyrana Celad, 46 anni, poetessa curda-ezida residente in Armenia, la cui opera intreccia lingua, identità e memoria. Dopo quindici anni di silenzio ha scelto di tornare a scrivere in curdo come atto di cura verso la lingua e la comunità: «Se non difendiamo noi la nostra identità, nessuno lo farà. Scrivere è il mio modo di custodire ciò che siamo, per noi e per chi verrà dopo». Per Seyrana, la memoria è una trama viva di legami: tra curdi e armeni – nonostante una storia intrecciata anche da momenti di violenza e lacerazioni –, tra generazioni, tra i luoghi dell’esilio e quelli d’origine. La sua voce ripercorre la storia di Radio Yerevan, che negli anni ’50 divenne scuola e archivio sonoro del Kurdistan, e riafferma che la cultura è tanto uno spazio di pace quanto di conflitto. «Nel 1955, in Armenia, nacque una stazione radiofonica in lingua curda, Radio Yerevan. Con il tempo, divenne una vera e propria scuola di intellettuali, un vivaio di accademici, scrittori e musicisti. Gli organizzatori viaggiavano di villaggio in villaggio, raccogliendo canti, racconti e poesie, per poi portarli in radio».

Le esperienze di Diljan, Siham e Seyrana mostrano come corpo, voce e scrittura diventino spazi di resistenza simbolica: un monologo, una poesia commemorativa o una canzone tradizionale assumono in questo quadro, la funzione di pratiche discorsive dotate di una valenza politica.


Nell’ambito della DAANES l’arte funge da dispositivo di mediazione interculturale, ponte tra comunità e lingue diverse. Per molti artisti esprimersi in più idiomi è un atto di riconoscimento delle culture che convivono nella regione: «Non ci esprimiamo solo in curdo, ma anche in arabo, siriaco e armeno e ci impegniamo ad apprendere queste lingue per poter rappresentare e valorizzare le culture che vi si esprimono, riflettendo una convivenza che dura da molti anni», sottolinea Diljan.

La memoria rivoluzionaria si configura come processo collettivo e identitario, realizzato attraverso pratiche e rituali che trasformano spazi ordinari in luoghi della memoria. In diaspora, sottolinea Seyrana, il canto e le celebrazioni restano fondamentali: «Manteniamo vive le nostre feste, e il Newroz occupa un posto d’onore, accanto al Çarşema Sor e al Khdr Nebi. In quei momenti la musica annulla ogni distanza e restiamo semplicemente persone, unite dal ritmo e dalla festa. Ogni ricorrenza intreccia gioia e malinconia. È come riportare in vita un pezzo della nostra storia».

La riflessione sul ruolo della memoria nelle comunità curde conduce inevitabilmente a uno dei suoi nuclei concettuali: la nozione di şehîd (martire), reinterpretata all’interno del movimento curdo in chiave laica come eredità vivente, capace di tradurre il sacrificio individuale in orientamento etico e responsabilità collettiva. In tale prospettiva, la commemorazione assume la funzione di pedagogia rivoluzionaria, mentre le pratiche artistiche si configurano come strumenti privilegiati di mediazione e trasmissione di questa memoria. Conclude Diljan: «Nei momenti più difficili, quando il Nord Est della Siria era sotto l’assedio dei carri armati, dei bombardamenti e dell’oppressione dell’ISIS, nonostante fossimo ancora bambini, abbiamo continuato a portare avanti il nostro lavoro artistico in modo quasi sacrificale. Consideriamo l’arte una vera e propria forma di sacrificio, un modo per contribuire, con mezzi diversi, alla difesa e alla rinascita del nostro popolo».

La copertina è stata concessa dal Rojava information center e raffigura Siham Salah Suleiman alla diga di Tishreen, nella Siria del Nord-est

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