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Venezia 5/ Diario dal Lido

Al termine della prima settimana di proiezioni, un primo bilancio di Venezia 77: un’edizione atipica non soltanto perché si tratta di uno dei primi grandi eventi di massa che si misura con le norme del distanziamento sociale, ma anche per l’assenza quasi totale dei grandi blockbuster americani che avevano contraddistinto le edizioni degli ultimi anni

La grande curiosità, ancora prima che per i film di questa edizione 77 della Mostra del cinema di Venezia, era per il meccanismo organizzativo messo davanti all’impegnativa “prova del Covid”: come avrebbe retto, ci si chiedeva, il carrozzone di uno dei più importanti festival cinematografici al mondo sotto il peso del distanziamento sociale, degli accreditati mascherati, dei litri di gel igienizzante? Diciamo la verità: questo festival è un imponente laboratorio di convivenza con il Coronavirus, il primo grande evento in presenza che prova a strutturarsi aderendo alle regole del nuovo mondo.

Bene, com’è andata fino a ora? Chi è scaramantico tocchi ferro, ma dopo una settimana di proiezioni il bilancio è ottimo: la sensazione è quella di trovarsi dentro a una sorta di bolla di civiltà e di rispetto, come se fosse un universo altro rispetto a quello dei subumani no brain che tra mamme incazzate, fasci, terrapiattisti e pappalardi hanno affollato le piazze sabato scorso gridando al complotto. Evidentemente il senso di comunità dei cinefili accorsi al Lido ha fatto da collante e da carburante, rendendo tutto semplice, ordinato, sicuro. Dopo mesi, quindi, si rivedono facce (mascherate) note e si torna in sala (a distanza di sicurezza) a fare maratone di film e tutto ciò, diciamolo, è talmente bello da rendere sopportabile qualsiasi disagio legato ai protocolli di sicurezza.

Basta poi allontanarsi un po’ dall’area della Mostra e provare a prendere un vaporetto a Santa Maria Elisabetta, magari la domenica della Regata storica, per veder svanire questo clima di rispetto, sostituito da arrembaggi alle imbarcazioni che fanno impallidire gli assalti alle diligenze dei western classici.

 

 

E i film? Come valutare la rosa approntata da Alberto Barbera e dai selezionatori per il primo festival di questa nuova era? Di fondo è stata operata una scelta diversa dagli anni scorsi, facendo intelligentemente di necessità virtù: in mancanza dei grandi autori e dei blockbuster che gli anni passati transitavano dal Lido in cerca di un trampolino per l’Oscar – che adesso temporeggiano per vedere che ne sarà di noi, di Cannes, del cinema e delle sale – spazio a piccoli film, a nomi meno noti, a produzioni indipendenti, con poco glamour e tanto cinema italiano. Sulla carta, comunque, niente male, anzi, l’idea di una Mostra diversa, un po’ alla Sundance, un po’ alla Locarno, ci piace assai, peccato che in questi primi giorni i colpi di fulmine siano stati pochini.

Iniziamo a inventariare il meglio e il peggio delle sezioni principali, partendo dal Concorso, inaugurato lo scorso giovedì da Quo Vadis, Aida?, film che affronta con pudore e intelligenza una delle pagine più tragiche della storia recente dell’Europa, la strage di Srebrenica del 1995, un genocidio di quasi 10.000 musulmani bosniaci perpetrato dai serbi guidati dal meschino generale Mladic, di cui ricorre quest’anno il venticinquesimo anniversario. Firmato da Jasmila Žbanic, orso d’Oro a Berlino nel 2006 con Il segreto di Esma, racconta da un lato la disastrosa gestione della situazione successiva alla caduta della città da parte dei caschi blu olandesi, dall’altra il dramma della pulizia etnica, scegliendo però il punto di vista dei sopravvissuti, donne e bambini che, oltre al dolore della perdita, devono gestire anche il senso di colpa della sopravvivenza ai loro cari. Delicato e drammaturgicamente robusto, Quo Vadis, Aida è reso ancora più efficace dalla misurata interpretazione della bravissima Jasna Đuričić.

 

 

Gli altri film promossi a pieni voti, tra quelli della line-up principale, sono tre, Pieces of a Woman, The World to Come e Miss Marx, tre storie toccanti che hanno al centro personaggi femminili interessanti e ben disegnati. Il primo – diretto dall’ungherese Kornél Mundruczó, talentuoso regista che nel 2014 ha vinto il “concorsino” di Cannes Un Certain Regard con White God – racconta brevi frammenti della vita di Martha, interpretata da una strepitosa Vanessa Kirby, una donna che, durante un parto in casa, vede morire tra le proprie braccia il figlio appena nato. Il film racconta in modo molto efficace il suo dolore, profondo e disgregante, che la porta prima a rompere con il compagno (bravissimo Shia La Beuf) e poi a mettere in discussione se stessa e gran parte delle sue relazioni.

 

 

The World to come è il secondo lungometraggio di Mona Fastvold, newyorchese di origini norvegesi che ha co-firmato in passato le sceneggiature dei due film di Brady Corbet, The Childhood of a Leader e Vox Lux. Optando per una forma molto letteraria, voce fuori campo e scansione diaristica, Fastvold racconta l’incontro e l’amore, a metà dell’Ottocento, nelle campagne del Midwest americano, tra due donne, Abigail (Katherine Waterston) e la sua nuova vicina Tallie (ancora Vanessa Kirby, ancora bravissima): la prima, che ha appena perso un figlio, è dipendente dai bisogni del suo taciturno marito Dyer (Casey Affleck), mentre Tallie è alle prese con il paranoico controllo del compagno Finney (Christopher Abbot). Il loro rapporto dura lo spazio di quattro stagioni, in cui entrambe sono come illuminate e liberate da questo legame che riempie il vuoto delle loro vite per poi dissolversi sotto il peso delle silenziose ma rigide regole della società.

 

 

Miss Marx è Eleanor detta Tussy, la più giovane delle figlie di Karl Marx; attivista socialista, in prima linea nelle lotte per i diritti delle donne, muore suicida nel 1898, a soli 43 anni, provata dalle menzogne, dai tradimenti e dai debiti del compagno Edward Aveling, politico e autore di teatro, cofondatore, insieme a lei, della Socialist League. La bravissima autrice di Cosmonauta e, soprattutto, del potentissimo Nico, 1988, per la prima volta nella main competition della Mostra, non è però tanto interessata a recuperare e riproporre in modo didascalico e preciso l’importanza storica della figura di Eleanor (interpretata da Romola Garai), quanto a sottolineare come profonde e consolidate siano le radici della discriminazione femminile e della cultura del patriarcato, robuste e sorprendentemente ramificate anche laddove non ce lo si aspetterebbe, cioè negli ambienti in cui si parla di uguaglianza e progresso, quasi fosse un riflesso incondizionato e ineliminabile delle strutture sociali sistemiche. Il lavoro di Nicchiarelli è certamente meno ”fresco” dei precedenti, anche perché costruito su un’architettura molto più “a tesi”, ma si candida con autorevolezza per un premio qui al Lido.

 

 

Ci hanno convinto poco Amants di Nicole Garcia, stereotipato e debole noir con un ménage à trois già visto e poco credibile, non ci ha convinto l’iraniano Khorshid di Majid Majidi, un dramma irrisolto e un po’ superficiale sui ragazzi sbandati di una grande città iraniana, ma ancora meno ci ha convinto Padrenostro di Claudio Noce, con cui il regista romano sceglie di raccontare liberamente il tentato omicidio del padre magistrato del 1976, adottando lo sguardo di un bambino di dieci anni. Se sulla carta l’idea di guardare gli anni di piombo “ad altezza di bambino” può essere interessante, il manierismo dello stile di Noce e la superficialità di alcuni passaggi di scrittura rendono il film un’occasione decisamente mancata.

Fuori concorso, senza infamia e senza particolari lodi la preapertura di Molecole di Andrea Segre, che fonde con risultati alterni la documentazione del lockdown a Venezia con un’investigazione sulla figura del padre del regista, e Lacci di Daniele Luchetti, trasposizione un po’ banalizzante del romanzo di Starnone. Colpo di fulmine, invece, per il delizioso nonsense Mandibules di Quentin Dupieaux, storia di due svitati che trovano nel bagagliaio di una macchina rubata una mosca gigante e decidono di addestrarla per farla diventare un drone da rapina. Intelligente, raffinato e demenziale al tempo stesso, è a oggi uno dei passaggi più riusciti di questa Venezia 77.

 

 

Molto deludente, finora, la sezione “Orizzonti”, nella quale gli unici sussulti sono arrivati dal western australiano The Furnace di Roderick Mackay, che pur essendo l’ennesima storia di violenza ambientata nell’outback australiano mostra una robustezza stilistica e narrativa notevole, e da Gaza Mon Amour di Tarzan e Arab Nasser, racconto fiabesco della quotidianità di un pescatore sessantenne di Gaza, opera intelligente e leggera che rappresenta il meglio di quanto visto in tale sezione.

La seconda settimana dovrebbe, però riservare il meglio: arrivano Notturno di Rosi e Le sorelle Macaluso di Emma Dante, a completare il quartetto italiano e, soprattutto, l’attesissimo Nomadland di Chloé Zhao, con Frances McDormand, presentato in contemporanea a Venezia e Toronto, che arriva al Lido con i favori del pronostico.

 

In copertina un’immagine di Amants di Nicole Garcia. Nel testo immagini da Pieces of a Woman di Kornél Mundruczó, The World to Come di Mona Fastvold, Miss Marx di Susanna Nicchiarelli, Amants di Nicole Garcia e Mandibules di Quentin Dupieaux