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Assalti Frontali, una vita con il rap: intervista a Militant A

In occasione dell’uscita del libro “Conquista il tuo quartiere e conquisterai il mondo. La mia vita con il rap”, edizioni Goodfellas, che sarà presentato il 6 dicembre al Nuovo Cinema Palazzo abbiamo rivolto alcune domande all’autore Militant A, voce del gruppo rap Assalti Frontali

Il rap per te è: «Affermazione di sé, affermazione di sé nell’ambiente in cui si vive, messaggio da trasmettere al mondo». Come diventa una presa di parola collettiva?

Oggi le persone non sono ascoltate, la loro parola non viene sollecitata e per questo, soprattutto i ragazzi, non comunicano quello che hanno dentro. Io durante i miei laboratori cerco di far sentire finalmente la loro voce in una dimensione collettiva. Come si fa? Non lo so… ogni volta è diverso, io vado a istinto. La prima sfida è quella di creare un gruppo, un gruppo aperto, e per farlo c’è bisogno di atmosfera, di empatia, di fiducia, sono questi gli ingredienti essenziali per mettersi in gioco e aprire il proprio cuore. Per cominciare cerco dei cori, delle parole positive che uniscano e che parlino del luogo in cui ci troviamo. Per esempio in Libano: Étoiles en Liban, stelle in Libano. «Voi siete le stelle», dicevo, «brillate, fatevi vedere, raccontateci qualcosa di voi…». Oppure in un liceo di Argenta: «Argenta, Argenta! E adesso cosa ci si inventa? Argenta! Qui cosa si diventa? Che tutta l’Emilia ci senta!».  E poi ognuno dice la sua. In questi trent’anni di attività, ho conosciuto a fondo e assimilato l’arte del rap e ora entro in contatto con ragazzi, bambini, adulti. E mi diverto tanto a farlo. Il libro comunque non è un saggio, è una sorta di diario personale e romanzo scritto come un rap, spero destinato anche a chi non legge, che purtroppo sono molti.

 

Tu dici che la musica crea comunità, l’arte ha questo ruolo potente. Vale solo per la musica o pensi che altre forme artistiche possano avere lo stesso ruolo?

Penso che tutta l’arte abbia questo potenziale e sono sicuro che il rap lo faccia perché l’ho visto coi miei occhi. In Libano, in una strada tetra tra palazzi crivellati di colpi è bastato mettere la musica e iniziare a cantare per portare la realtà in un nuovo livello e creare uno spazio pubblico differente, confortevole. Avevamo un po’ di timore, eravamo circondati da soldati e non sapevamo cosa sarebbe potuto succedere. Quel momento di festa inaspettata ha spiazzato tutti e coinvolto le persone che non volevano perderla e scendevano in strada e noi abbiamo capito che era come se avessimo un lasciapassare per entrare nei cuori di tutti. Parlavamo con i sunniti, con gli sciiti, gli alawiti, i cristiano-maroniti e chiedevamo: Cosa vi divide? Vedete che siete uguali, anche se non volete avere nulla a che fare gli uni con gli altri. Altre volte è successo che la musica attraverso le emozioni riuscisse a trasformare la percezione della realtà. Come nel caso del lago della Snia. La canzone del “lago che combatte” è stata come una magia, ha fatto scoprire un luogo che tanti non conoscevano o consideravano in modo sbagliato come un “laghetto”, uno stagno, “roba da zingari”, e invece hanno capito di avere un tesoro, un’oasi dietro casa. L’idea del luogo degradato era quello che volevano far credere i palazzinari e politici per prosciugarlo e costruirci sopra, ma una volta cambiata la percezione tutta la città si è ribellata. Per me il rap è questo, conquistare spazi, creare comunità, ottenere un lago, un parco, la musica può farlo perché parla a tutti ed entra nel cuore. L’emozione scuote e forma la cultura che trasforma la tua vita, ti orienta e indirizza nelle scelte.

 

I tuoi laboratori attraversano generazioni e luoghi geografici differenti. Qual è la costante, se c’è, che hai individuato?

Il libro racconta situazioni differenti ma c’è una narrazione comune, un filo che lega tutto. La scuola, il Libano, i quartieri dove abito, il lago della Snia, Casale Monferrato, sono uniti perché è tutto un grande laboratorio: quello della vita che io racconto con il rap. Recentemente sono andato a parlare nelle scuole occupate, al Virgilio, all’Albertelli, ci vado sempre dagli studenti in lotta per non farli sentire soli, di fronte a cento ragazzi inizio a parlare, poi senza che se ne accorgano attacco a cantare di cose diverse, della storia, del rap, delle battaglie di trent’anni, e quello che resta nell’aria quando vado via, quello che resta nel cuore di questi ragazzi è che stanno dalla parte giusta, che la lotta è una forma di conoscenza sublime. Con il rap unisco tutto. Faccio lo stesso in riva al mare, fra persone in vacanza, nel libro racconto che sono lì e sembra non abbiano nulla in comune le une con le altre, poi attraverso il laboratorio scoprono che il mare che hanno di fronte è inquinato e loro sono unite da quel disastro ambientale che hanno di fronte. E in quel sentimento comune arriva una vecchietta smemorata, lei stessa dimenticata da tutti, che inizia a raccontare al gruppo la sua storia, una vita vissuta secondo le sue regole di donna libera e attorno alla sua storia si intrecciano storie di altre donne. Se l’avesse raccontata solo a me io sarei rimasto affascinato, ma sarebbe stato un rapporto personale. Se la racconta a tutti diventa una crescita collettiva che trasmette forza all’intera comunità.

 

La scuola ha un ruolo fondamentale nelle tue esperienze più recenti. Pensi che, aldilà di persone eccezionali come Simonetta Salacone, riesca ad avere un ruolo positivo nella formazione di nuovi cittadini e cittadine?

Ho incontrato delle donne come Simonetta in tante scuole, a Roma, ad Argenta, come a Sabra e Shatila, in luoghi difficilissimi. Persone che danno forza, coraggio, umanità, e che ritraggo in queste pagine. Loro mi hanno fatto capire che Conquista il tuo quartiere e conquisterai il mondo può essere inteso anche come “Conosci il tuo quartiere e conoscerai il mondo”, perché la più grande conquista è la conoscenza. Purtroppo la realtà che viviamo in Italia adesso è brutta. Il sentimento che aleggia nelle scuole è l’odio. Si respira un clima di rivalità, di competizione. Tutti vorrebbero scappare, insegnanti e studenti. Io ho partecipato a molti convegni di pedagogia e ascoltato bellissimi discorsi sull’importanza della comunità, della scuola come luogo per diventare cittadini, che deve riconoscere la speciale anormalità di ognuno. Ma questi discorsi sbattono contro dei muri. La realtà è che gli insegnanti si sentono soli e non sanno come agire. I presidi spadroneggiano credendosi capi di aziende. La scuola pubblica è un bene prezioso di tutti, una conquista di duecento anni di lotte per dare la possibilità a ogni ragazzo di emanciparsi con gli studi e sentirsi cittadino, dobbiamo sempre occuparcene e sostenerla.

 

Qual è oggi il tuo pubblico? È cambiato rispetto ai primi anni?

Il mio pubblico direi che si è allargato. Vado dagli anarco-insurrezionalisti ai bambini, dalle maestre agli ambientalisti, ma tutti possono stare insieme. All’inizio ci rimanevo male quando mi dicevano: «Eri contro lo Stato e ora canti la costituzione». Siamo sempre gli stessi a lottare nelle piazze, ma il linguaggio deve trasformarsi per riuscire a parlare a tutti. Non dobbiamo dare per scontato quello che per noi è una cosa acquisita. Nulla è scontato, soprattutto se si ha a che fare con i bambini, che vivono in una sorta di buio. E per parlare a tutti io lo faccio attraverso la poesia. La costituzione non è una cosa da imparare a memoria sul libro da pagina 46 a pagina 48. Io con il rap comunico che viviamo in una Repubblica e che la Repubblica tutela la natura e il paesaggio, che è contro la guerra. Noi siamo stati traditi così tante volte, ma agli occhi di un bambino può avere un altro significato.

 

Ti consideri ancora un rapper militante?

Non mi piace tanto definirmi rapper militante, già mi chiamo Militant A. Preferisco dire che faccio la poesia della strada, che dal pensiero passo all’azione e dall’azione al pensiero. Se prima ero il “rapper dei centri sociali” ora sono anche il “professor rapper”. Direi che ho avuto un’evoluzione fra i banchi di scuola ed è stata Simonetta Salacone a farmi vedere le cose da un’altra angolazione. Oggi so che il mio ruolo positivo è quello di raccontare il mondo e far parlare i cuori di chi non è ascoltato.

 

È uscito in questi giorni Adversus l’ultimo disco di Colle der Fomento. In un’intervista a DinamoPress hanno raccontato la loro grande ammirazione per la scena rap “di movimento” di inizio anni Novanta. Le tue rime, in particolare, come esempio di grande scrittura e forza lirica. Quando parli di poesia nei tuoi laboratori è a questa forza che alludi?

Ringrazio Danno e Masito per le loro parole. Non è facile raggiungere la poesia, toccare la verità è difficile, perché bisogna uscire dai cliché. In Libano il bambino libanese non voleva parlare con il bambino siriano, non sapeva spiegare perché e si vergognava dei suoi sentimenti. «Non dovete avere paura di quello che pensate», dicevo, «questa è la forza del rap, della poesia, se riuscite a raccontare la verità dei vostri sentimenti toccherete il cuore di chi vi ascolta». Nei laboratori che faccio coi ragazzi spesso all’inizio escono solo cose banali, per provocare una risata facile, ma poi scavando arrivano le storie autentiche. Il ragazzo che viene dall’Egitto e che ai suoi compagni non aveva mai parlato di sé, del papà muratore e della mamma che vende frutta, riesce a parlare della sua vita e si accorge che questo è fare rap e conquistare la stima degli altri con la poesia.

 

All’inizio del libro parli del trauma che hai subito all’udito. Mentre fai della tua arte un inno alla comunità, alla condivisione, allo stare insieme per affrontare le difficoltà, sembra che tu abbia affrontato la tua di difficoltà in solitudine. Perché?

È vero, all’inizio non riuscivo a parlarne con nessuno. Mi metteva in difficoltà condividere una cosa che io stesso non riuscivo a capire. Mi terrorizzava non avere più il controllo su una parte del mio corpo. Oltre al fastidio tremendo i medici dicevano: «Non si può fare niente, te lo terrai tutta la vita..». Ho dovuto elaborare un lutto: la perdita del silenzio. E mi dovevo adattare a una nuova dimensione psicoacustica. Questo è l’acufene che racconto nel prologo. Molti musicisti ce l’hanno e ha bussato anche alla mia porta. Non ho potuto fare altro che aspettare. Più ne parlavo più aumentava. Ho scoperto poi che tante persone ne soffrono perché è legato, oltre al rumore, anche allo stress e ad altri fattori e quasi sempre all’inizio non riescono a parlarne. Come tutti i traumi deve essere elaborato. Ho capito che iniziavo a superarlo durante un viaggio con il Nano, quando mi sono messo a ridere per le cose che diceva. «È la prima volta che rido dopo due mesi», gli dissi. E pensai che stavo imparando a convivere con il mio trauma.