approfondimenti
MONDO
Un giorno dopo l’altro, in Cisgiordania
Scene di vita quotidiana in Cisgiordania, fra ristrettezze, precarietà e angoscia per il futuro. Altro che pace: la rottura della tregua (promessa) era già nell’aria a febbraio, mentre le violenze di coloni e servizi di sicurezza non si ferma mai
A modo di prologo.
Profezie
A metà febbraio, T., l’autore di questo racconto mi scrisse un messaggio che recitava più o meno così: «Molto presto comincerà la grande guerra e se non veniamo uccisi dai coloni, verremmo uccisi dagli statunitensi». T. mi ha sempre meravigliato per le sue capacità predittive, anche se forse basta seguire con un po’ più di attenzione le questioni geopolitiche internazionali, fatto sta che sabato 28 febbraio, l’attacco all’Iran da parte degli USA e di Israele mi ha colto di sorpresa.
T. è un palestinese nato in un campo profughi nei dintorni della città di Ramallah in Cisgiordania, la sua famiglia fu una delle tante che venne espulsa dalla propria casa e dalle proprie terre durante la Nakba. Il breve scritto che segue, risalente alla fine di gennaio 2026, è una piccola finestra sulla quotidianità in Cisgiordania durante questi mesi in cui il genocidio a Gaza e la continua colonizzazione israeliana non è più sotto i riflettori dei media mainstream. Di fatto la violenza dei coloni continua, come continua la compromissione di una quotidianità con le sue abituali attività per qualsiasi persona palestinese. Non che sia per loro una novità, ma l’inasprimento della violenza dei coloni è particolarmente grave, e non ne parla più nessuno – come dice T. – la guerra sionista contro di loro non è finita, solo che adesso che i morti sono diminuiti sembra che vada bene a tutti, perché quello che succede in Palestina diventa rivelante solo se lo decidono Israele o gli USA.
È assai probabile, inutile dirlo, che con la guerra in corso le cose cambino ancora, in Cisgiordania già da inizio mese tutti i checkpoint sono chiusi, nessuno può spostarsi, il rifornimento di gas per cucinare è stato ridotto (ricordo che è Ramadan), e le strade sono vuote.
Il contesto quotidiano
Ciò che ci preoccupa di più qui è la paura di scoprire al mattino le vittime degli attacchi dell’esercito di occupazione e dei coloni che avvengono di notte. Sentiamo parlare di incursioni in luoghi dove conosciamo parenti o amici. Facciamo telefonate caute, senza parlare molto, senza fare molte domande chiedendo solo: chi è stato arrestato? Chi è rimasto ferito? Chi è stato portato in ospedale? Poi riattacchiamo e cerchiamo di portare avanti le nostre vite. Silenziamo la nostra rabbia e la nostra sofferenza nei nostri petti, dicendo solo: «Grazie a Dio è stato solo questo», perché poteva andare molto peggio. Qualsiasi atto terroristico sionista contro di noi è diventato meno grave del terrorismo sionista che si verifica a Gaza o nella Cisgiordania settentrionale: è considerato un evento relativamente minore ed è chiamato “tregua”.
La cosa che ci spaventa ancora di più è che sappiamo che potrebbe succedere di peggio e non sappiamo quanto può durare. Trascorriamo così le giornate, cercando d’ignorare e chiudere un occhio sulla tragedia che stiamo vivendo, cercando di sopravvivere e sperando che tutto questo finisca presto, aggrappandoci a un ingannevole ottimismo che le cose potrebbero migliorare.
Durante il giorno, se l’esercito o i coloni fanno irruzione in un posto, le madri iniziano a chiamare i figli, a volte piangendo, a volte urlando ai bambini di tornare a casa. E guai agli adolescenti che non rispondono alle telefonate dei genitori! In quel momento potrebbe succedere qualsiasi cosa, tutti gli scenari diventano possibili. E quando i bambini tornano sani e salvi, vengono rimproverati e puniti per non aver risposto al telefono. All’interno del campo profughi, le persone cercano di trovare i percorsi che ritengono meno pericolosi e più sicuri per tornare a casa. Questa è la vita d’oggi in Cisgiordania.
All’interno di uno Stato che pratica il terrorismo e genocidio contro la minoranza esistente, non abbiamo più un progetto di liberazione, quello che ci rimane è il progetto di sopravvivere e tenere stretta la terra che abbiamo e il luogo dove viviamo; non abbiamo altro se non questo posto e tentiamo di preservare le nostre limitate risorse rimanenti.
I prezzi dei prodotti alimentari sono saliti alle stelle sul mercato e il prezzo di alcuni prodotti, come ad esempio l’olio d’oliva, è raddoppiato in questa stagione perché gli agricoltori non hanno più accesso alle loro terre perché le forze di occupazione gli impediscono di accedervi. Non è immaginabile pensare che una casa palestinese non possegga dell’olio d’oliva: rappresenta la forma più profonda di povertà morale qui, per non parlare della povertà di beni materiali e della capacità di cambiare la propria condizione.
L’occupazione sta smantellando anche le strutture sociali che abbiamo sempre pensato ci distinguessero in un luogo come il campo profughi dove vivo, ma non siamo diversi dal resto del mondo, le forze di occupazione proteggono i commercianti di droghe e facilitano le loro attività, e chi affronta tali questioni e le combatte viene arrestato.
In Cisgiordania, nelle aree classificate come B e C, o persino in quelle classificate come A, alla polizia viene impedito di intervenire ad esempio in situazioni di litigi familiari, o viene fatta ritardare per non consentirle di svolgere i propri compiti. L’unica logica dietro la frequenza delle irruzioni e i continui interventi militari in queste aree popolate è tenerci in uno stato di tensione costante fino al totale sfinimento.
Al mattino, mentre i cittadini si recano al lavoro, le notizie che vengono date alla radio sono gli aggiornamenti in tempo reale sulle condizioni stradali: «E in Sina è aperta in una sola direzione per chi entra a Ramallah; Atara è chiusa in entrambe le direzioni; c’è una perquisizione al checkpoint di Al- Murabba’a e un grave ingorgo; i coloni hanno distrutto delle macchine sulla strada di Sinjil e si consiglia ai cittadini di essere prudenti. Che possiate viaggiare in sicurezza». Poi passiamo a varie notizie da tutto il mondo e canzoni d’affetto e d’amore.
Finita questa fase, sui social media appare un avviso di ultime notizie: «Attività zero a Kafr Thulth; annunciamo: le forze di occupazione fanno irruzione nel campo di Al-Am’ari; segnalati feriti».
Continuiamo a sfogliare video pensati per ripristinare l’equilibrio tra dopamina e adrenalina, contribuendo a controllare lo stress del sistema nervoso.
In Palestina, stiamo anche assistendo agli effetti del cambiamento climatico, che ci sta influenzando in modo significativo, in particolare la quantità di pioggia e la precipitazione al livello geografico. Ciò ha portato a una nuova realtà di difficoltà nell’accesso all’acqua potabile e all’acqua per l’agricoltura. Inoltre, le forze d’occupazione che hanno il controllo sulle risorse idriche hanno ridotto la quantità d’acqua che ci dovrebbe spettare. Negli ultimi due anni, e in particolare quest’inverno, nessun imam ha osato pregare per la pioggia, temendo per coloro che hanno perso la casa e vivono nelle tende. Che la siccità prevalga, o che la pioggia cada, basta che non vada oltre quel che riusciamo a sopportare, ya Allah.
Sentiamo notizie di stupri di prigionieri e prigioniere, e cerchiamo di tacere, le ascoltiamo in silenzio, senza riparlarne, e cerchiamo persino di evitare di chiederci nel nostro intimo, come sia successo e cosa sia successo dopo. Siamo sfiniti dal numero di domande. Sentiamo di un prigioniero che muore sotto tortura e poi organizzazioni internazionali come Medici per i Diritti Umani che vengono sommerse di chiamate per scoprire chi sia stato torturato a morte quel giorno. Le domande si accumulano: cosa ha visto prima di morire? Quanto ha sofferto prima di fuggire alla tortura morendo?
Chiedete a coloro che vengono rilasciate/i dalla prigionia: «Com’è stato il viaggio?». Rimangono in silenzio, le pupille si dilatano, come se stesse rivivendo un ricordo. Le lacrime sgorgano dagli occhi del prigioniera/o, che sorride. Le lacrime sgorgano dagli occhi di chi pone la domanda, che sorride. La domanda si conclude con: «Grazie a Dio ne sei uscito sano e salvo». Ma entrambe le persone sanno che coloro che escono da lì non sono veramente né sani né salvi, forse staranno bene solo occasionalmente e non sappiamo come riusciranno ad andare avanti o come faranno per sfuggire al loro vissuto.
In una sala per matrimoni vicino alla città di Bir-Zeit, un prigioniero recentemente rilasciato ha deciso di celebrare lì il suo matrimonio, lo ha contattato un agente dei servizi segreti, minacciandolo che, sebbene il matrimonio in sé non fosse proibito, erano proibiti festeggiamenti eccessivi. A lui e ai suoi ospiti è stato impedito di raggiungere la sala. Il matrimonio si è svolto in silenzio nel suo quartiere, senza alcuna manifestazione pubblica di gioia. Per rafforzare il divieto, diversi soldati d’occupazione e i loro veicoli militari erano piazzati davanti alla sala per garantire che nessuno entrasse.
La madre di un martire caduto dei campi profughi della Cisgiordania ha ricevuto la visita a casa sua da uno dei capi dei servizi segreti che l’ha minacciata di arrestare anche l’altro figlio se avesse continuato a condividere sui social media i ricordi del figlio martirizzato. Lei gli ha chiesto: «Non l’hai ucciso tu?». Lui ha risposto: «L’ho ucciso io, ma non mi sono ancora vendicato abbastanza».
La copertina è di Paolo Cuttitta (Flickr)
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