cult

CULT

Turchia folle e malinconica

Nella settimana delle elezioni politiche in Turchia leggiamo il libro di Ece Temekuran, autrice del libro Turchia folle e malinconica (per i tipi di Spider&Fish), che racconta le contraddizioni del paese diviso dal punto di vista storico fino ad arrivare a Erdoğan e ai tumulti di Gezi Park

Ieri, oggi, domani: è con questa scansione temporale che Ece Temekuran, autrice del libro Turchia folle e malinconica, dipinge il potente ritratto di un paese tumultuoso, attingendo a un susseguirsi di eventi che da le vertigini. Quello che in altri luoghi è avviene in secoli diversi, in Turchia si verifica in pochi anni. La Turchia non è un paese facile da capire, ma attraverso l’analisi acuta e profonda di una persona piena di amore e dolore allo stesso tempo, questo libro svela ciò che non può essere colto senza essere figli di questo paese. Riesumando eventi cancellati o dimenticati, scoprendo i lati nascosti di quelli noti, l’autrice svela traumi, ipocrisie, paradossi, elementi chiave alla luce dei quali le contraddizioni che questo paese ha vissuto e continua a vivere, diventano più chiare.

La Turchia di ieri è una storia dolente e sanguinosa, scandita da massacri, colpi di stato, rivolte, torture, assassinii, orchestrata con il culto dell’indifferenza e dell’oblio, distribuendo come pane quotidiano menzogna e rimozione. Il massacro degli Armeni del 1915 fu solo l’inizio di una di una serie di crimini della quale non si è data nessuna possibilità di rielaborazione e che ancora intossicano profondamente le coscienze turche. Un’impressionante opera di vendetta, oblio e rimozione. «Ieri è ieri, oggi è oggi, domani è domani» – questa strana frase, ci ricorda l’autrice, veniva utilizzata spesso da Suleiman Demirel, il nono presidente della Repubblica Turca e che in qualità di Primo Ministro ha governato per 10 anni tra il 1965 e il 1993.  Demirel nel 1972 in parlamento fomentava i suoi deputati del partito nazionalista urlando «tre, tre, tre», ottenendo l’impiccagione di tre giovanissimi attivisti di sinistra. Si era all’indomani del colpo di stato “tecnico” del 1971, e quell’esecuzione non solo doveva fungere da esempio, ma era anche una vendetta dei  conservatori di destra, perché anche nel precedente colpo di stato del 1960 erano stati impiccati 3 loro uomini. L’immagine terribile di un capo di stato che,seppur destituito,ottiene di lavare il sangue con altro sangue venne presto dimenticata. Ma il volto fiero di Deniz Gezmiş, uno dei tre giovani impiccati, compare durante tutte le manifestazioni di protesta progressista e durante Gezi Park campeggiava dalla facciata dell’immenso Centro Culturale Atatűrk che dominava Piazza Taksim occupata.

La Turchia di oggi è dominata dalla controversa figura di Recep Tayp Erdoğan, il primo e unico uomo che sia riuscito a radiare i militari dallo scenario politico riportandovi i valori dell’Islam combinati in un partito religioso e neoliberale. L’oggi è quell’illusione di conquista della democrazia vissuta dai turchi quando il partito della Giustizia e dello Sviluppo dai lui fondato non solo rilanciava l’economia del paese cavalcando l’onda del progresso ma apriva alle altre confessioni, cancellava i tabù e le censure, negoziava la pace con i curdi. L’autrice racconta molto bene come nel contempo Erdoğan, gettando ombra sui valori laici fondativi della Repubblica, insinuava un conservatorismo misogino e il culto della sua personalità; come in tempi non sospetti per le democrazie occidentali che plaudevano al modello turco, il popolo veniva educato alla spudorata manipolazione della verità e alla violenza del giudizio unicoe insindacabile. Una democratizzazione fittizia e sovranista, che presto ha iniziato a mostrare la corda fino a scadere in quella deriva autoritaria e delirante che ha ributtato il paese nel sangue, nella paura e nel rancore. Gezi Park fu l’espressione della frustrazione accumulatosi vedendo sfumare i loro sogni di democrazia poi definitivamente soffocati sotto tonnellate di lacrimogeni.

La Turchia di domani occupa poche pagine del libro. Perché nessuno è in grado di immaginarla. Si può solo osservare il presente e chiedersi se e quando sarà il proprio turno.  Si può solo sperare e desiderare.

 

 

Ece Temelkuran è una giornalista e scrittrice molto letta eapprezzata in Turchia. Èstata tradotta in più di 20 lingue e ha ricevuto il premio PEN per la pace. Dal suo “amato paese” se ne è andata per non perdere, dopo il lavoro, anche la libertà. Questo libro è inedito in Turchia. La sua storia di intellettuale critica nei confronti dell’autoritarismo di governo e per questo scomoda è il paradigma di un paese che, per usare le parole di un’altra grande scrittrice costretta all’esilio, AslІErdoğan, «cova risentimento verso se stesso».

Mustafa Kemal, il fondatore della Repubblica, si faceva chiamare Atatűrk, che letteralmente significa “padre dei turchi”. Ece Temelkuran ci fa capire come questa retorica di una nazione orfana alla ricerca di un padre abbia sempre caratterizzato i discorsi delle campagne elettorali. Un paese, la repubblica Turca, che è nato volendo essere tutto quando non era più niente, al perenne inseguimento di un’identità fittizia che anziché unire ha diviso e fatto smarrire. Chi si candida è il candidato padre di bambini orfani, «che ogni giorno vengono picchiati per poi sentirsi dire che no, non è successo niente. Un padre che ha sempre colpito con violenza i figli che più lo amavano».