approfondimenti

EUROPA

Sur une ligne de crête: note sui gilet gialli

Con la giornata di sabato 1 dicembre, la mobilitazione dei gilet gialli è divenuta una vera e propria rivolta popolare. Eppure, nonostante in questi giorni si affollano i confronti con altri eventi di portata storica, il movimento che in questi giorni sta sconvolgendo la Francia mostra dei caratteri del tutto inediti

Troverete di seguito la traduzione italiana dell’editoriale del collettivo parigino Plateforme d’Enquêtes Militantes, pubblicato venerdì 30 novembre alla vigilia del III atto del movimento dei gilets jaunes. Com’è noto, questo III atto che ha avuto luogo a Parigi e in molte altre città dell’esagono sabato 1 dicembre, ha assunto, con il passare delle ore, dei tratti propriamente insurrezionali. I principali luoghi simbolici e istituzionali della République sono stati invasi da un numero incalcolabile di manifestanti, presi di mira, circondati e assediati frontalmente: ancora una volta gli Champs Elysées e l’Arco di Trionfo, a cui si sono aggiunti la Bourse de Paris, la Prefettura, Place de la République et Place de la Bastille. Nel corso del pomeriggio la situazione è del tutto sfuggita di mano alle forze dell’ordine. Proprio mentre il Primo Ministro Edouard Philippe e il Ministro dell’Interno, Christophe Castaner, annunciavano il loro arrivo in Prefettura per sostenere le operazioni di “gestione” dell’ordine pubblico, la città veniva presa, appropriata selvaggiamente e gioiosamente dai manifestanti.

Nella stampa francese, come nelle reti sociali, i parallelismi con altri eventi di portata “storica” si sprecano. In primo luogo, il confronto viene fatto con il maggio del ’68 rispetto al quale vengono anche mostrate delle analogie che riguardano i luoghi presi d’assalto dai manifestanti: in primo luogo la Bourse de Paris, e poi le barricate diffuse un po’ ovunque nei quartieri bene della capitale. Ma altri parallelismi circolano: si dice che è un ciclo di lotte che si era visto, nei tempi recenti, in Grecia, oppure ancora, come ha scritto lo stesso leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, con la Tunisia di Ben Ali – in questo caso, il parallelismo viene fatto con riferimento all’illegittimità del sovrano: in Tunisia Ben Ali, in Francia Macron. Quello però che questi parallelismi non colgono è il carattere del tutto inedito della composizione sociale che caratterizza questo movimento, come la sua articolazione e disseminazione territoriale. Per questa ragione, l’editoriale che pubblichiamo costituisce un avvio della riflessione in tal senso, un invito allo sviluppo di questa ricerca politica “in medias res”.

Appare chiaro che di fronte a questa composizione ibrida e “ingarbugliata” che irrompe sulla scena del presente al ritmo incalzante del moltiplicarsi dei gilets jaunes e di fronte alla forza inedita di una mobilitazione presto tramutatasi in rivolta popolare metropolitana, appaiono del tutto fuori fase le grida di allarme al fascismo. Così come ci sembra quanto meno riduttivo limitarsi al fornire un quadro descrittivo dei soggetti e delle istanze in gioco. Così come ci appaiono inutili e ripetitivi, come un disco incantato, gli inviti allo “sporcarsi le mani” i quali, più che un’indicazione di metodo, sembrano costituire un’ammissione implicita della propria impotenza politica. Una volta riconosciuta questa complessità della composizione sociale dei gilets jaunes, occorre immergersi nelle acque agitatissime di questo movimento, provando a tracciare delle linee di discrimine politico e delle possibili prospettive di estensione della lotta. 

Da questo punto di vista, la giornata si sabato 1 dicembre sembra aver segnato un salto di qualità sociale e politico rispetto alle prime due settimane di mobilitazione: la città di Parigi, diremmo anche la composizione sociale metropolitana, ha preso parte attivamente al sollevamento, accanto ai moltissimi provenienti dall’estrema periferia dell’Île de France come da molte altre regione della Francia profonda e dimenticata dalla luce dei riflettori. L’editoriale che qui pubblichiamo si chiudeva con la convocazione di una manifestazione autonoma nei pressi della Stazione di Saint-Lazaire. Proprio da questa stazione della città, divenuta uno dei luoghi simbolici delle convocazioni delle manifestazioni durante il movimento della scorsa primavera, sabato ha preso vita un imponente corteo che ci pare aver contribuito a un salto qualitativo, in termini di soggettivazione politica, rispetto alle prime giornate di lotta: collettivi dei quartiers populaires, cheminots (ferrovieri), studenti, collettivi queer e femministi hanno invaso le strade del centro di Parigi, accanto ad altre decine di cortei improvvisi e senza un’apparente coordinazione. In molti indossavano i gilet gialli, altri quelli rossi, altri ancora nessuno dei due. 

Quella del macronismo è oramai una tragedia che si sta consumando in più atti, tanti quanti sono gli atti che il movimento dei gilets jaunes ha finora compiuto. Un quarto Atto è già stato annunciato per sabato prossimo, sempre nella città di Parigi. Un presidente, eletto da una minoranza di francesi, votato da chi voleva far fronte alla pericolosa avanzata dell’estrema destra, e che insediandosi all’Eliseo aveva dichiarato con tono solenne che avrebbe riconciliato in pochi mesi la Francia. Un presidente che, come sanno bene gli cheminots (ferrovieri) e gli studenti, ha fatto della rottura della mediazione politica il tratto distintivo della sua anti-politica, un’anti-politica perfettamente compatibile con i sogni di una nuova guida tecnocratica dell’Europa. Un presidente che con l’assalto agli cheminots sognava di passare alla storia come colui che aveva fatto in Francia ciò che la Thatcher aveva fatto con i minatori inglesi. Un presidente e un governo delegittimati dagli scandali estivi – vedi il caso Benalla – e dallo sgretolamento del suo stesso assetto di governo, con la dimissione di più ministri.

 L’insieme di questi elementi, per andare al di là dei meri resoconti di cronaca politica, ci mostra che il sistema politico-istituzionale gollista, e la sua costituzione materiale, che hanno segnato la storia della V Repubblica, sono arrivati a un punto di non ritorno. Se gli esiti di questa rivolta sono ancora imprevedibili, in Francia come sul piano europeo, un elemento appare chiaro: l’estremismo di centro che ha caratterizzato l’anti-politica macroniana è giunto al capolinea. E i colpi di coda di questo tracollo potrebbero essere dei più duri: c’è già chi invoca, come il sindacato di polizia Alliance, il ripristino dell’état d’urgence e l’uso dell’esercito per le prossime manifestazioni – cosa che è già accaduto nel caso de La Réunion, dove il movimento ha preso caratteri insurrezionali da circa dieci giorni.

È a partire da tali considerazioni, da questo livello di delegittimazione interna e esterna del potere francese, che va colto anche un altro tratto essenziale di questo movimento: la volontà oramai unanime al suo interno di detronizzazione del sovrano (una scritta campava accanto all’Opera di Parigi sabato scorso: Macron = Luigi 16). Un movimento nato in rete, con una petizione, con i connotati tipici del “cittadinismo” alla francese, ma che presto ha sposato la pratica diretta, il blocco economico, l’assalto ai luoghi del potere politico. Un ritorno della violenza popolare iscritta nella storia di un paese la cui temporalità è segnata da cicli di rivolte e rivoluzioni. Ora questa istanza di detronizzazione che si è sedimentata come un sentimento diffuso nella società francese, viene interpretata differentemente dalle forze di opposizione: Benoît Hamon ha chiesto le dimissioni immediate del ministro dell’Interno. Jean-Luc Mélenchon chiede a tutte le forze di opposizione di convergere su una mozione di censura e l’insieme delle forze di opposizione insistono sulla necessità della modifica del sistema elettorale in senso proporzionale e di tornare a nuove elezioni parlamentari. Marine Le Pen, la quale si è mossa agilmente nelle prime settimane, tentando di interpretare le istanze dei gilets jaunes e provando a codificarle in termini nazionalisti e identitari, dopo i fatti di sabato ha mostrato qualche segno di cedimento, indirizzandosi apertamente ai gilets jaunes e chiedendo loro di uscire dai cortei per lasciare il campo libero alle forze di polizia.

L’editoriale che pubblichiamo è il primo di una serie di contributi volti a consegnarci delle chiavi di lettura e una presa diretta di quanto sta accadendo in Francia, con la consapevolezza che la forza d’urto e destabilizzante dei gilets jaunes avrà degli effetti immediati e di medio periodo sul piano europeo, in uno scenario già fortemente caratterizzato da instabilità. È evidente che il problema strategico che questo testo si pone in forma di interrogativo, al di là delle alchimie o delle soluzioni politico-istituzionali immediate, è quello di insistere sull’estensione di lotte e su processi di soggettivazione che facciano saltare la gabbia tecnocratica e allo stesso tempo la tendenza già in atto alla rinazionalizzazione dello spazio europeo. Sappiamo che non è per niente facile, ma.. Hic Rhodus hic salta.

 

 

Sur une ligne de crête: note sui gilet gialli

 

Un campo di battaglia: ecco come qualificare il movimento che tormenta la Francia da qualche settimana, essendo esso caratterizzato da una composizione sociale e da tematiche politiche, a partire dalla fiscalità e dal potere d’acquisto, che mettono in tensione le classiche griglie di lettura. Una cosa è chiara: il movimento dei gilets jaunes ci obbliga a mettere da parte le nostre abitudini politiche, per prendervi parte dall’interno con la prudenza di coloro che sanno di avanzare in un ambiente particolarmente sconosciuto. E ciò implica anche di doversi sottrarre alla rigida dicotomia tra il polo del mimetismo con i gilets jaunes o quello dell’ostilità frontale nei loro confronti. A questo riguardo, ci pare anche necessario non derogare alle nostre convinzioni politiche, a partire dalla tematica dell’antirazzismo e dell’antifascismo.

 

Al di là delle due grandi giornate di mobilitazione di sabato 17 e di sabato 24 novembre, questa prima fase della mobilitazione prolunga la sequenza di lotte del 2016-2018, segnandone allo stesso tempo un salto significativo.

 

Se le forme di azione praticate dai gilets jaunes ci restano del tutto familiari – blocchi della circolazione, scontri contro la polizia – diversi elementi emersi durante queste tre settimane ci interrogano.

In primo luogo, la composizione del movimento. Da un punto di vista sociale, sono i ceti medi impoveriti e gli strati di società in via di proletarizzazione che caratterizzano questo inedito sollevamento. Certo, i funzionari dell’amministrazione pubblica, gli impiegati del terziario, i salariati dei bacini industriali e gli studenti sono ben presenti. Ma tutto un insieme di altri segmenti sociali che penano a raggiungere la fine del mese sembrano costituire la punta del movimento: dipendenti delle piccole e medie imprese, commercianti, artigiani e la pletora crescente di nuove forme di lavoro indipendente e precario.

 

L’unità di questa diversità sociale, al di là del rifiuto di Macron e delle politiche centriste (destra o sinistra, poco importa), è un sentimento di rifiuto e indignazione (di ras-le-bol) generalizzati e fortemente ancorati nella materialità delle condizioni di vita.

 

La violenza del declassamento per i primi, la durezza del lavoro per i secondi; chi vede i propri diritti sociali erodersi e chi non li ha mai veramente avuti; coloro ai quali l’avvenire appare improvvisamente più oscuro di quanto non avessero previsto e coloro che sono cresciuti con un orizzonte di aspettative decrescenti. È questa dimensione sociale della protesta, fatta di difficoltà salariali e di una più grande insicurezza economica, che nutre il rifiuto anti-politico. E se le donne sono così numerose tra i gilets jaunes è sicuramente perché esse subiscono in primo luogo la doppia violenza consistente nel dover sopportare il degrado della vita quotidiana e l’invisibilizzazione di tutti gli aspetti pratici provocati da questo degrado. Vedere la propria vita, quella dei parenti, degli amici e dei vicini diventare sempre più insopportabile: ecco cosa spinge le persone non solamente a prendere le distanze nei confronti dei rappresentanti dell’“interesse generale”, ma anche ad investirsi attivamente. E a farlo in maniera frontale, diretta, nonostante la stragrande maggioranza dei gilets jaunes siano dei neofiti della politica.

 

 

Questa composizione sociale spiega in parte la composizione geografica, generazionale e politica del movimento. Dal punto di vista territoriale, né i centri metropolitani, né i quartieri popolari sono al cuore della mobilitazione, ma le zone peri-urbane, limitrofe alle banlieues, le periferie diffuse. Né città né campagna, questi spazi metà-rurali e metà-urbani costituiscono un limbo tanto sul piano socio-economico quanto politico. Se l’affitto è meno caro che altrove, sono i luoghi dove i trasporti pubblici mancano di più. L’uso della macchina, lontano dal costituire la scelta di uno stile di vita confortevole, deriva dunque della pura necessità: per recarsi al lavoro la mattina, per andare a far la spesa e per rientrare a casa a dormire la sera, si è obbligati a rinchiudersi in un’automobile e a percorrere diverse decine di chilometri al giorno, molto spesso inghiottiti negli imbottigliamenti. E inoltre, bisogna spendere migliaia di euro per l’acquisto e il mantenimento di un veicolo, mentre si fa sempre più difficile arrivare alla fine del mese. È facile comprendere perché quest’aumento iniquo del prezzo del carburante rappresenti la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ancor di più se questa misura è presentata come uno strumento necessario per finanziare la transizione ecologica – ciò che aggiunge al rincaro economico anche una netta sensazione di presa per il culo. Come è stato detto a più riprese: l’aumento del prezzo della benzina è ecologicamente inefficace e socialmente ingiusto!

In questo senso, il movimento rappresenta di fatto una politicizzazione dell’ecologia. Le classi dominanti sembrano aver rinunciato a fare di tale questione una sorta di ingiunzione morale fissata sul consumo individuale per attribuirgli una determinazione pienamente politica: da un lato, facendo pagare alle classi medie e popolari i costi di una fantomatica transizione ecologica, dall’altra parte, utilizzando le loro rivendicazioni per delegittimare il movimento. Ora, questa politicizzazione della questione ecologica è un campo di battaglia nel quale le lotte anticapitaliste possono e devono trovare il loro posto. In questo contesto, il rifiuto di accettare una menzogna di stato corrisponde al rifiuto di farsi addossare l’etichetta di “responsabile” della crisi ecologica e, conseguentemente, la possibilità di segnare una linea di classe per separare “responsabili” e “non responsabili” di questa crisi. Evidentemente, non si tratta di limitarsi alla misura del tasso di “coscienza ecologica” tra i manifestanti; ma di riconoscere che è esattamente in questa fase di accelerazione della soggettivazione politica del movimento che un tale discorso può diffondersi.

Il fatto che il movimento si sia sviluppato attorno alla rivendicazione di una diminuzione delle tasse (anche se poi si è esteso ad altre tematiche) viene talvolta invocato a sostegno dell’idea secondo la quale non avremmo a che fare con una classica dinamica di lotta anticapitalista. Ciò presuppone che le questioni legate alla fiscalità e dunque del ruolo dello Stato siano esteriori alla riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici. Fondamentalmente anti-egualitarie, le tasse possono costituire un appoggio importante – ma certo non esaustivo – per la critica dei sistemi di sfruttamento. Criticare i gilets jaunes su questo solo aspetto, in quanto portatori di una rivendicazione che rileva della sfera privata rischia perciò di apparire miope.

Per uscire dalla temporalità corta, tentiamo allora di allargare il quadro. Ancora una volta, la Francia sembra essere investita con un certo ritardo dalle dinamiche sociali che si sono già manifestate in altri contesti dopo la crisi del 2008. A parità di condizioni, come con le riforme del mondo del lavoro e il ciclo di mobilitazioni che le hanno accompagnate, questi fenomeni politici “impuri” e “ingarbugliati”, “ambigui” e “contraddittori”, o del tutto “sporchi” si sono manifestati da qualche tempo in Europa e in particolare nel Sud e nell’Est dell’Unione.

 

In seguito a una dura sequenza tecnocratica – che impone riforme “lacrime e sangue” in puro stile neoliberale, cioè senza la minima ricerca di consenso – una reazione popolare difficile da cogliere è sorta spontaneamente al di fuori dei quadri partitici e sindacali tradizionali.

 

A differenza delle “lotte di piazze” del ciclo del 2011, tuttavia, questi nuovi fenomeni più difficili da anticipare e determinare politicamente non fanno parte della galassia variegata dei movimenti sociali “post-68”.

 

Il movimento italiano dei “forconi”, per esempio, apparso tra il 2012 e il 2013, ha manifestato alcuni tratti simili ai gilets jaunes: dopo le purghe del “governo tecnico” guidato da Mario Monti, una composizione sociale e politicamente trasversale, lontana dell’essere uniforme a seconda delle differenti regioni (in Piemonte, in Sicilia, etc.), appare sulla scena chiedendo una diminuzione delle imposte. In uno strano miscuglio di rivendicazioni sociali e di atti di sessismo e di razzismo, i “forconi” – come i gilets jaunes – hanno bloccato dei nodi strategici dell’economia e manifestato nelle strade secondo delle modalità più o meno conflittuali a seconda dei contesti locali. L’analogia però si ferma qui. Questa mobilitazione che appare après coup come una delle anticamere del patto di governo Lega-Movimento Cinque Stelle, ha avuto luogo in tutt’altro contesto. Per farla breve: la Francia del 2018 non è l’Italia del 2013. Da un lato, cinque anni fa, l’estrema destra non era ancora al governo in molti paesi, in Europa, negli Stati Uniti e in Brasile, e la crisi economica durava da “soli” cinque anni. Dall’altro, l’Italia non usciva da un ciclo di mobilitazioni intenso come quello francese degli ultimi tre anni.

A tale riguardo, bisogna anche constatare l’eco transnazionale che i gilets jaunes stanno avendo, a differenza dei movimenti della primavera scorsa e di quello del 2016. Con i gilets jaunes abbiamo a che fare con qualcosa di più “perturbante”. In effetti, Macron, dopo la sua “intronizzazione”, ha incarnato sempre di più l’alternativa alla governance ordoliberale della Merkel in seno al blocco dell’ “estremismo di centro” che comanda l’Unione Europea: una tale delegittimazione popolare, vasta e interclassista, alla vigilia delle elezioni europee del 2019, inquieta fortemente i guardiani dello statu quo. E ancora di più perché l’estrema destra ha preso il potere in Europa dell’Est come in Italia e la scalata dei partiti reazionari si fa sempre di più minacciosa nel centro e nel nord del continente.

 

Detto questo, i giochi non sono ancora fatti e la partita resta largamente aperta, anche se si avanza di un ambiente ostile.

 

In questo momento entriamo nella terza settimana di mobilitazione e la situazione è sempre in gestazione. Dopo il movimento della primavera scorsa, con le lotte promosse dagli studenti e dai ferrovieri, il movimento sindacale sembrava prepararsi per la prossima infornata di riforme antisociali del governo Macron, in particolare quella delle pensioni e della disoccupazione, previste per la fine dell’inverno-inizio primavera. Lo stesso discorso per gli studenti, alle prese con l’aumento esorbitante delle tasse d’iscrizione per gli studenti extra-europei e, almeno a Parigi, sempre alla ricerca di una forma permanente di coordinamento. Nel frattempo, la città di Marsiglia è stata investita da una doppia mobilitazione: prima le proteste contro la ristrutturazione urbana del quartiere della Plaine, poi i tre cortei seguiti alla morte di otto persone nel crollo di un immobile a Noailles. A loro volta, dei collettivi femministi, riuniti attorno al coordinamento “Nous aussi”, sono scesi in strada sabato 24 novembre “contro le violenze sessiste e sessuali fatte alle donne”, insistendo inoltre, a differenza di “Nous toutes”, sulla dimensione di razza e di classe di queste violenze. Per ciò che concerne sabato 1 dicembre, terzo round dei gilets jaunes, tre altre manifestazioni erano previste da lungo tempo: quella della CGT, su delle basi classicamente redistributive, quella di Actup, per la giornata mondiale contro l’AIDS, e quella del collettivo “Rosa Parks” su basi che ibridano questione sociale e antirazzismo.

 

 

Per parodiare Mao, possiamo dire: grande è il caos sotto il cielo – ma non è sicuro che la situazione sia eccellente.

 

Ciò che sappiamo, tuttavia, è che la sfera della riproduzione sociale è al centro di tutte queste lotte: pensioni, disoccupazione, formazioni, alloggi, sanità, etc. Inoltre, è precisamente nel lavoro di riproduzione che le dimensioni di genere e di razza determinano e ricodificano lo sfruttamento.

 

E sono sempre queste dimensioni che segnano un punto di incompatibilità strutturale con le tendenze sessiste e xenofobe pur presenti tra i gilets jaunes. Ora, la sfera della riproduzione sociale sarà centrale non solo per determinare una linea discriminante in seno al movimento, ma anche per definire gli orizzonti di lotta e nello stesso tempo una moltiplicazione possibile – e auspicabile – dei foyers di lotta. Il terreno della riproduzione sociale è un altro campo di battaglia che ci permette di non restare imprigionati nel trittico: prezzo della benzina, potere d’acquisto e rivolta fiscale. Un trittico che, e bisogna riconoscerlo con realismo, al momento attuale non sfuggirà da solo al processo in corso di rinazionalizzazione dello spazio politico europeo. In ultima analisi, la centralità della “riproduzione sociale” rinvia dunque alla necessità di una soggettivazione politica del movimento attuale, che non potrà darsi che attraverso una moltiplicazione dei luoghi e dei temi di lotta. In altre parole, nel medio termine non ci sarà soggettivazione politica di questo movimento senza un’estensione dei fronti di lotta e una loro articolazione.

Infine: se questo movimento – malgrado il suo carattere altamente contraddittorio – rende il malessere sociale irrecuperabile dal centrismo del sistema poltico; se la crisi economica e politica porta con sé sempre più caos e sempre più gestione autoritaria di questo caos; se questo insieme pericolosamente caotico implica un cambiamento delle forme di lotta e una riconfigurazione delle pratiche militanti, allora sta a noi di non rimanere indietro (in décalage) rispetto a questi movimenti. È per questa ragione che abbiamo chiamato – con il comitato Vérité et Justice pour Adama, con l’Azione Antifascista Paris Banlieue e con il Collettivo di Liberazione e di Autonomia Queer e con i lavoratori in lotta – a manifestare sabato 1 dicembre a fianco dei gilets jaunes. Senza già sapere cosa sarebbe accaduto in questa giornata, ma con la certezza che è impossibile di restare al margine e di non prendere spazio in seno al movimento, partendo dalle nostre lotte.

 

Articolo apparso sul blog della Plateforme d’Enquêtes Militantes

Traduzione a cura di DINAMOpress