cult

CULT

“First Man” di Damien Chazelle

“First Man” di Damien Chazelle (regista di “La La Land”), è il blockbuster d’autore che ha inaugurato la Mostra del cinema di Venezia numero 75 e ora è in tutte le sale. Una ricostruzione delle vicende drammatiche che portarono l’ingegnere Neil Armstrong a compiere il primo passo sulla superficie lunare

Il film inizia 8 anni prima dell’allunaggio, all’interno di un un traballante velivolo sperimentale intento a superare i confini dell’atmosfera e la macchina da presa non esce mai dall’abitacolo: si alternano rapidamente il casco, i comandi, le lamiere, i bulloni, le viti, squarci di nulla dai finestrini. Inquadrature concitate, frenetiche, accompagnate dai suoni angoscianti prodotti dalle terribili vibrazioni. Chazelle non ci fa uscire nemmeno quando, finalmente superata l’atmosfera, si giunge nello spazio e per diversi secondi regnano silenzio e quiete e anche il volto di Neil Armstrong/Ryan Gosling, dentro lo scafandro, si distende.

Insomma, Chazelle chiarisce subito che la sua versione di una delle tappe decisive della space age si terrà alla larga da romantiche inquadrature aerospaziali, virando verso una dimensione sorprendentemente claustrofobica e in qualche modo terrificante. Nel corso del film, coerentemente con questo incipit prepotente, Armstrong e gli altri protagonisti di questa fetta di storia appaiono, a tutti gli effetti, come soldati che stanno combattendo una battaglia follemente organica alla Guerra Fredda, rinchiusi in spaventose capsule metalliche, bare mobili sigillate da viti e lamiere e sparate nel cielo. Quel “balzo in avanti per l’umanità” evocato da Armstrong scendendo dal modulo lunare non è una cavalcata epica bensì una traiettoria costellata di caduti sul campo, di orfani e vedove “di guerra” rassegnate a non veder tornare dallo spazio i propri mariti astronauti.

Anche il modo in cui First Man costruisce il personaggio di Neil Armstrong è piuttosto atipico. Chazelle racconta il suo “primo uomo” nel suo lato più intimo, né un eroe né un antieroe, e pone all’inizio del film la morte – di cancro – della figlia piccola. Questo evento fa scivolare progressivamente il “mito” del primo uomo sulla Luna verso una dimensione interiore, come se il viaggio “impossibile” dell’everyman fosse interamente leggibile su un piano squisitamente metaforico: un umanissimo cammino alla ricerca di una difficile pace interiore; una “fuga” verso l’alto per provare a vedere se il mondo, da una prospettiva differente, possa apparire più accettabile. Così come in La La Land il musical serviva quindi a raccontare la fenomenologia parabolica di un immaginario amoroso, qui l’Armstrong di Gosling – anaffettivo, incapace di verbalizzare il dolore, cupo e dolente – sembra un uomo alla ricerca di un “modo” per attraversare il suo fantasma, per elaborare il suo lutto straziante e gettare un’occhiata alla Terra, finalmente piccola e distante.

Lungo queste due direttrici, la claustrofobia e l’intimità, il regista di Whiplash e La La Land conduce il suo gioco per 135 minuti. Sceglie uno stile che in qualche modo ricorda il suo esordio, Guy and Madeline on a Park Bench, con tanta camera a mano e una certa libertà stilistica.

Soprattutto, si muove con una disinvoltura autoriale notevole, specie se consideriamo che ha poco più di 30 anni, supportato dalle partiture dell’abituale Justin Hurwitz, dinamiche e introspettive, da un Gosling perfetto nella sua consueta inespressività e da una splendida e intensa Claire Foy, che dà forza al personaggio di Janeth, moglie dell’astronauta, figura forte e profonda.