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Femonazionalismo: se un certo femminismo bianco diventa ancella del razzismo neoliberale

Il libro “Femonazionalismo” di Sara Farris edito da Edizioni Alegre analizza l’inedita convergenza del nostro secolo tra nazionalisti, neoliberisti e femministe

Nel campo femminista è in corso una battaglia semantica per la risignificazione delle parole che costruiscono il confine del discorso pubblico del femminismo. Il libro di Sara Farris Femonazionalismo è un’ottima bussola per orientarci e comprendere effettivamente quali siano le forze in gioco in questa battaglia in corso.

 

Femonazionalismo non è un libro sulla stretta congiuntura attuale, è, invece, una ricerca sociologica portata avanti tra il 2000 e il 2013 sulla nascita di un’alleanza inaspettata tra nazionalisti, neoliberisti e femmocrate (neologismo composto da femministe e burocrate), in Francia, Paesi Bassi e Italia.

 

Questa «inedita convergenza» ha costruito il nuovo nemico pubblico delle società europee «l’uomo-immigrato-musulmano-fondamentalista-maschilista» e la nuova vittima da salvare «la donna-mussulmana-velata-arretrata». Quindi, una «convergenza tra le posizioni islamofobiche delle femministe e quelle di nazionalisti e neoliberisti» (p. 18).

Il femonazionalismo «si è costituito e nutrito attraverso la produzione di significati che hanno saturato l’immaginario culturale occidentale: sono significati, simboli, immagini e regolarità discorsive di cui si è impregnato il senso comune» (p.23). Senso comune che oggi associa in maniera incontestabile l’islam alla violenza, e in particolare alla violenza contro le donne. Farris inizia la sua ricerca sulle cause di questa inaspettata alleanza discostandosi da chi la ritiene solo una questione di confusione o di ignoranza. L’autrice, analizzando cosa abbiano prodotto di concreto le politiche e le retoriche femonazionaliste, va, invece, alla ricerca dei nodi attorni a cui questa alleanza è stata stretta.

 

 

Farris viviseziona i programmi di integrazione civica dei Paesi Bassi, della Francia, e dell’Italia, e le relative direttive europee, facendo emergere come questi, nonostante vengano presentati come tali, non siano programmi di promozione dell’uguaglianza di genere e dell’emancipazione delle donne. Le donne migranti vengono interpellate prima di tutto in quanto madri da “rieducare”, e indirizzate solo verso lavori nel settore domestico e della cura, gli stessi settori rinnegati dalle femministe occidentali.

Ed è qui che la denuncia di Farris si fa dura: «queste femministe, associazioni femminili e femmocrate […] hanno rinforzato le condizioni per la riproduzione sociale della segregazione delle migranti musulmane, dei tradizionali ruoli di genere e dell’ingiustizia di genere» (p. 176). Per non cadere in questa trappola femonazionalista bisogna liberarsi sia dall’idea che le donne migranti e di religione musulmana siano un monolite, sia dall’idea che l’emancipazione femminile sia un processo con gli stessi stadi per tutte le donne.

 

Femonazionalismo riesce a cogliere il legame tra il discorso pubblico anti-islam e precise scelte di politica economica che si celano dietro i programmi di integrazione per le donne migranti.

 

In questo senso quella di Farris è un’analisi che collega le costruzioni ideologiche alla struttura economica considerandole in una relazione di influenza reciproca, dove una non può fare a meno dell’altra, così come insegna il marxismo di Gramsci. Il metodo che Farris usa ci può forse essere utile anche per analizzare altre “convergenze inedite” come quelle tra femminismo trans-escludente e destra neoliberale, per il quale dovremmo chiederci, da un punto di vista culturale ed economico, che cosa ci sia di vero e non più solo cosa ci sia di falso.