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ITALIA

Dietro le quinte di Nemesis (Italia). Tra femonazionalismo e falso femminismo

Tra estetica monocromatica, ridondanti slogan securitari e tediose retoriche identitarie, la neo-nata femonazionalista Nemesis Italia rilegge la violenza di genere in chiave etno-nazionalista, appropriandosi di un femminismo che non le appartiene e mai le apparterrà, strumentalizzando minoranze e tentando di svuotare la lotta femminista delle sue storiche dimensioni collettive

A Lione il 12 febbraio, Quentin Deranque, attivista di un gruppo neonazista, è rimasto ferito – ed è poi morto – a seguito di un’azione di stampo fascista messa in atto dal suo stesso gruppo alla facoltà di Scienze Politiche, dove si stava tenendo una conferenza dell’europarlamentare Rima Hassan (La France Insoumise).

Accanto alla squadraccia vestita di nero e armata di spranghe, fumogeni usati come torce infiammabili e spray al peperoncino, c’era anche il collettivo femonazionalista di estrema destra “Némésis”, che non ha perso un attimo a fornire ai media una narrazione salvifica dell’episodio, tentando di far passare l’aggressione come un mero atto di difesa nei propri confronti.

A ben poco è servita tanta gentile riverenza. A pochi giorni dall’accaduto, mentre la Francia e l’Europa si scagliavano contro il “terrorismo antifascista” violento e assassino, il media indipendente “Contre-Attaque” ha pubblicato un video inequivocabile sulla reale dinamica dell’evento, smentendo la versione fornita sia da Némésis sia dal gruppo neonazista e riposizionando la verità lì dove deve stare, cioè, come sempre, dalla parte giusta della storia.

Molto è stato detto e molto è già stato scritto sulla vicenda, strumentalizzata a favore della propaganda di destra che, come nel caso del poliziotto di Rogoredo, ha cavalcato una notizia che credeva già scritta e che invece le è tornata indietro come un boomerang, grazie all’informazione indipendente e alle voci dal basso.

Quello che ha interessato meno i media è invece il ruolo e il profilo del gruppo Némésis, che ha spalleggiato il pestaggio sbrigandosi a costruire una storia assolutoria e romanzata degna del miglior Bridgerton d’oltre Manica. Perché, si sa, per citare il più basico patriarcato: «dietro un uomo che agisce c’è sempre una donna che trama nell’ombra ma che deve comunque essere protetta». E in questo caso, sarebbe il caso di dirlo, ce ne sono state molte.

Ma chi è Némésis?

Nato in Francia nel 2019 da Alice Cordier (pseudonimo), a seguito sia delle aggressioni del Capodanno 2016 a Colonia, in Germania, sia della nascita del movimento #MeToo, il collettivo opera attualmente anche in Belgio, Svizzera e Italia ed è molto vicino al cattolicesimo reazionario e agli antiabortisti di La Manif pour tous.

Si compone di circa 100–200 esponenti, prevalentemente donne cis tra i 18 e i 35 anni, bianche, con collegamenti più o meno diretti con il Rassemblement National di Marine Le Pen. Sul sito ufficiale si auto-definiscono: «un collettivo nato nell’ottobre 2019, su iniziativa di un gruppo di amiche, stanche di sentire gli inganni dei cosiddetti movimenti femministi che dovrebbero rappresentarle ma preferiscono anteporre , a spese delle donne, un’ideologia di sinistra».

Tra i principali obiettivi: difendere le donne occidentali, promuovere la civiltà europea e denunciare il presunto pericolosissimo impatto dell’immigrazione sulle donne (neanche a dirlo) occidentali.

Non serve una grande arguzia per comprendere da che parte stia Némésis nel panorama politico europeo e non solo; eppure, come spesso accade alle destre, quello che è chiaro può sempre essere ribaltato all’occorrenza.

Nonostante venga giustamente classificato da studiosə e dai media come collettivo di estrema destra – identitario, xenofobo, razzista, anti-immigrazione, anti-islam e trans-escludente – questa dicitura viene rifiutata dalle componenti, che invece lo descrivono come un semplice collettivo di giovani donne (cis) pronto ad accogliere cittadinə di buona volontà (ogni riferimento alla Chiesa cattolica è puramente casuale, ovviamente) «innamorati della nostra civiltà e ferocemente impegnati nei suoi diritti».

In realtà la posizione di Némésis è fin troppo chiara, ciarle fumose a parte. E no: Némésis non è un gruppo femminista. Némésis è innanzitutto un gruppo di estrema destra femonazionalista – concetto elaborato dalla sociologa Sara R. Farris per descrivere la retorica femminista usata a sostegno di politiche nazionaliste e anti-immigrazione – che costruisce la propria matrice identitaria su un inganno in termini.

Definirsi femministe aiuta perché, diciamolo: quanto va di moda la questione di genere in questo periodo? Tanto, anzi troppo. Tanto che possiamo parlare di un vero e proprio fenomeno di gender-washing e “brandizzazione” del femminismo, che serve molto a vendere magliette con scritto Girl Power e molto meno a pareggiare i salari.

Solo che Némésis non ha fatto i conti con chi il femminismo, quello vero, lo fa davvero. Altro che t-shirt. Non è infatti sufficiente affibbiarsi un nome per essere tale, così come non lo è definirsi virologə per avere di default una laurea e competenze annesse. Certo, nel mondo liquido e social in cui viviamo conta la faccia: fake it till you make it. O quanto meno: credici, raccontatela, rivendicala. E il passato ci insegna che i fascisti la storia se la sono raccontata, e continuano a raccontarsela – a modo loro, ovviamente.

Non esiste, e mai esisterà, il femmnismo di destra

Parlare di femminismo di destra è come parlare di un ossimoro politico in grado di provocare allucinazioni e per capire cosa non è femminismo e transfemminismo è fondamentale capire e capirsi su cosa sia il femminismo e il transfemminismo.

Al di là dell’excursus storico – che qui non riassumeremo, anche perché parte dalla fine del XVII secolo – il femminismo ha una caratteristica di base che non potrà mai essere associata alle destre: la lotta a un sistema oppressivo che vive e si nutre di disuguaglianze sociali e di disparità sistemica di potere.

Basterebbe già questo per dimostrare l’inganno su cui cerca di costruire la propria identità Némésis, ma andiamo avanti.

Il femminismo è un movimento politico e teorico con una sua storia, che ha attraversato fasi differenti e si è trasformato nel tempo; ha vissuto le proprie contraddizioni interne – e ancora le vive – ma si fonda su principi basilari che ne delineano i contorni al di là delle sue pluralità.

Le donne – e tutte le altre soggettività marginalizzate – nascono e vivono nelle società contemporanee capitalistiche e patriarcali, in una condizione strutturale di subalternità e discrimazione, generata e foraggiata da un sistema che può continuare a esistere solo grazie a una logica gerarchica ed escludente. Separare, opporre, escludere, sottomettere.

Questo sistema riconosce i privilegi come destinati a specifici gruppi – uomini, bianchi, ricchi, eterosessuali – ed esclude politicamente, socialmente ed economicamente altri gruppi, generando sessismo, razzismo, classismo e omo-lesbo-bi-transfobia.

Il femminismo ha invece come obiettivo quello di ridistribuire equamente: ridistribuire il potere, le possibilità, le risorse. Per questo motivo oggi non si può pensare il femminismo come separato dalle lotte inclusive, come quella per i diritti LGBTQIA+ o per i diritti dellə lavoratorə e delle persone migranti. La scala valoriale su cui si basa il femminismo è intrinsecamente intersezionale, il che rende, ipso facto, il femminismo non associabile alle destre e ai loro sistemi valoriali.

A fare le pulci, qualcunə potrebbe dire che esiste tutto un filone – ad esempio TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism) o neoliberale che esclude o non ha come obiettivo le disuguaglianze di classe e razza.

Beh, per esistere esiste. Che poi sia femminismo, questo è tutto da vedere.

Un “femminismo” che difende solo le donne biologicamente intese ma che al contempo accetta, tollera o promuove l’oppressione e la discriminazione, portando avanti valori e politiche che ledono la libertà di alcunə a favore di quella di altrə, non può definirsi tale.

Inoltre le destre conservatrici fanno di anti-abortismo e “famiglia naturale” due delle questioni cardine del loro pensiero. La determinazione delle donne è subordinata a tradizionali ruoli di genere che si basano su un ordine “naturale”, che comprende solo ed esclusivamente uomini e donne, incardinatə all’interno di una unione religiosa eteronormata finalizzata alla creazione di una famiglia nucleare tradizionale.

L’uomo è il capofamiglia e la donna deve stare lì dove le compete: in casa, spazio che le concederà il grande privilegio di esserne la regina indiscussa, occupandosi del lavoro di cura – non retribuito – e dei figli.

La maternità è il destino “naturale” e il “dovere” verso la nazione.
Dio. Patria. Famiglia. Fuori c’è solo la perdizione queer e la cultura woke.

Nulla di tutto questo ha a che fare con il femminismo, che considera i ruoli e le gerarchie di genere, razza, classe e sessualità come costruzioni storiche e sociali, che producono oppressione e che vanno trasformate insieme, non preservate. Il femminismo intersezionale lotta al fianco delle famiglie monoparentali, queer, ricomposte o scelte fuori dal matrimonio e ne riconosce il valore giuridico e sociale, così come rifiuta il binarismo di genere e l’eteronormatività come unica opzione possibile.

L’autodeterminazione è la chiave: libertà di scelta sul proprio corpo, accesso al mondo del lavoro, parità salariale, diritto a un aborto libero, garantito e sicuro, lotta alla violenza di genere e alla educazione sessuo-affettiva in ogni scuola di ordine e grado.

Questo è femminismo e non ha nulla che fare con le destre conservatrici.

Chi ha paura dell’uomo nero?

Dentro a questo quadro si inserisce dunque Némésis, «femministe diverse», come amano definirsi loro. Così diverse che rifiutano l’intersezionalità e inneggiano alle differenze biologiche: difendono solo le donne biologicamente intese ma soprattutto ce l’hanno con i migranti, uomini, soprattutto di pelle scura, meglio se islamici. A loro, e solo a loro, viene attribuita la colpa e la responsabilità della violenza di genere.

Il fulcro della propaganda è un femonazionalismo puro che razzializza la violenza di genere e la strumentalizza, usandola come arma contro i migranti e puntando su una narrazione etnodifferenzialista che considera Africa, Medio Oriente e contesto islamico come «patriarcali e sessisti» e perciò incompatibili con i diritti delle donne occidentali.

All’immigrato irregolare – ma anche regolare – e ai suoi discendenti di seconda e terza generazione viene attribuita la responsabilità unica della violenza sulle donne, degli stupri, delle molestie e dei femminicidi.

È una narrazione potente, questa, perché alimenta paure antiche al fine di giustificare politiche securitarie, ma anche perché attinge a un immaginario storico molto più antico: quello dell’“uomo nero”; figura costruita per secoli nei discorsi coloniali e razzisti europei come simbolo di pericolo per la purezza e la sicurezza delle donne bianche.

In questo senso il discorso di Némésis non rappresenta soltanto una posizione marginale o provocatoria: si inserisce in una più ampia strategia politica e culturale che usa il linguaggio dei diritti delle donne per rafforzare confini, giustificare politiche repressive e realtà come i centri di detenzione in Albania.

La violenza di genere viene così trasformata in uno strumento di costruzione del nemico: non un problema strutturale da affrontare, ma una colpa da attribuire a un gruppo preciso, facilmente riconoscibile e già stigmatizzato.

La retorica della difesa delle donne proposta da Némésis è perciò un mero dispositivo di esclusione, il cui obiettivo è quello di foraggiare gruppi come Génération Identitaire in Francia o AfD in Germania e la loro politica di opposizione al “Great Replacement”, teoria complottista secondo cui esisterebbe una volontà da parte delle élite di sostituire le popolazioni etniche francesi e bianche europee con quelle non bianche, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso la migrazione di massa, la crescita demografica e un calo del tasso di natalità degli europei bianchi.

Inoltre, concentrare l’attenzione su un presunto aggressore esterno aiuta a sviare l’attenzione dalla realtà più ampia della violenza di genere che, dati alla mano, avviene prevalentemente in contesti relazionali ben radicati nelle società europee.

Secondo i dati disponibili, infatti, la maggior parte delle violenze contro le donne avviene all’interno delle relazioni affettive o familiari: partner, ex-partner, conoscenti. Non è un fenomeno che arriva “da fuori”, ma una struttura di potere e controllo che attraversa l’intera società, indipendentemente da origine, religione o status giuridico.

Ridurre tutto alla figura del migrante aggressore non solo è fuorviante, ma rende anche più difficile affrontare le cause reali della violenza di genere.

Il risultato è una doppia rimozione. Da un lato si invisibilizza la violenza che attraversa le società occidentali, quella che si consuma nelle case, nelle relazioni, nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni. Dall’altro si costruisce una gerarchia implicita tra le vittime: alcune donne meritano protezione perché parte della comunità nazionale, altre vengono rese sospette, marginalizzate o semplicemente ignorate perché migranti e razzializzate.

Affrontare davvero la violenza di genere richiederebbe invece l’opposto: riconoscerne la complessità, guardare alle strutture sociali che la rendono possibile e costruire strumenti di prevenzione, educazione e supporto che non selezionino le vittime in base alla loro appartenenza.

Significherebbe, soprattutto, sottrarre il corpo e la sicurezza delle donne alla logica della propaganda e restituirli al terreno – molto più difficile ma necessario – dei diritti e della giustizia sociale.

Némésis Italia: il volto social del femminismo identitario

Il 31 gennaio a Torino si è tenuta la manifestazione nazionale convocata a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto lə manifestanti impegnatə per ore in scontri contro le forze dell’ordine. Il giorno dopo, davanti alle camionette della polizia impegnata a circoscrivere l’area di Askatasuna, cinque giovani ragazze dall’aspetto acqua e sapone, con le UGG ai piedi e le unghie ben fatte, si sono presentate portando cartelli fatti a mano con scritto: «Le femministe non sono antifa», «Noi stiamo con la polizia».

Sono le aderenti al gruppo Nemesis Italia, costola neonata ma già interessantissima del Collectif Némésis France.

Con la casa madre condividono ideologie e metodologie politiche e, come quest’ultima, anche affiliazioni e relazioni con gruppi ben più grandi e strutturati del panorama dell’estrema destra italiana, come Gioventù Nazionale (fronte giovanile di FdI).

Al di là della loro composizione interna, che vede tra le aderenti anche figlie di esponenti di Fratelli d’Italia, quello che risulta interessante è sicuramente la comunicazione social di Nemesis Italia.

È sufficiente andare a guardare la loro pagina Instagram per comprenderne la retorica: ridondante, piatta, faziosa e tanto, ma proprio tanto, social.

L’estetica visiva colpisce per la sua ripetitività cromatica e simbolica: il blu, il bianco e il rosso (tipici di un’estetica nazionalista) si ripetono senza sosta a sostenere slogan dal linguaggio allarmista ma assertivo come: «stop agli stupri stranieri» e «difesa della nostra cultura», scritti a caratteri cubitali, duri e spessi. Questi slogan funzionano come vere e proprie call to action, con l’intento di provocare una reazione emotiva nellə follower, stimolando il senso di urgenza e di necessità di difesa. Spesso l’uso del termine “straniero” viene utilizzato in modo generico per creare una dicotomia basica tra “noi” e “loro”, senza entrare mai nel merito delle cause strutturali della violenza di genere o dei contesti in cui questa avviene.

L’estetica visiva della pagina è in linea con i temi della sicurezza, della protezione e della difesa

I post spesso utilizzano immagini fortemente simboliche: bandiere tricolore con slogan che richiamano concetti di purezza e difesa delle tradizioni o disegni di donne unite che guardano fiere verso l’orizzonte, vestite di un blu che più nazionale di così non si può e che ricordano tanto le logiche comunicative di “buon’anima”. Almeno quando c’era lui i treni arrivavano in orario.

Le immagini sono poi spesso accompagnate da testi brevi e concisi, pensati per essere immediatamente leggibili e condivisibili. Il messaggio visivo e quello verbale sono sempre legati da una coerenza stilistica che si presenta come una propaganda visiva che vorrebbe essere diretta ma che invece risulta monotona.

In alcuni casi vengono anche utilizzati meme, vignette o video generati con l’IA, raffiguranti sedicenti femministe woke arrabbiate – dai tratti mascolini e dai capelli colorati – che gridano slogan sconnessi come: «vogliamo tutti i profughi».

L’obiettivo è quello di viralizzare i messaggi e raggiungere un pubblico più giovane, e al contempo aumentare il tono provocatorio e offensivo.

Ai post che riprendono – rari – momenti collettivi si affiancano poi i decisamente più frequenti post di singole “attiviste”: giovani, bianche, dall’aspetto impeccabile, sedute di tre quarti, che leggono e commentano – con un tono monocorde dai rari esiti soporiferi – notizie di violenze di genere a opera di “stranieri”. A questi si aggiungono poi quelli in cui vengono proposti vari stereotipi di bellezza pacata – biondo miele e “100% femminile” – da contrapporre ovviamente a quella che descrivono come grezza e appariscente delle altre femministe, quelle che non si depilano per capirci e dalle quali appaiono chiaramente ossessionate, in una dinamica “noi/voi” che neanche alle scuole primarie!

In sintesi, la pagina social di Nemesis Italia somiglia molto a Nemesis Italia. La loro narrazione è incentrata su una visione semplificata e riduttiva della violenza di genere, veicolata attraverso un’estetica bianca, ricca e privilegiata che non si preoccupa di approfondire ma rimane in superficie e che non ha alcuna intenzione di promuovere una vera lotta collettiva emancipatrice. Piuttosto, mira a sfruttare la causa per giustificare politiche xenofobe e securitarie. In questo senso, la loro strategia social si inserisce perfettamente in una più ampia logica di esclusione e divisione sociale tipicamente di destra, piuttosto che di inclusione e reale cambiamento.

Per promuovere inclusione e cambiamento invece l’8 e il 9 marzo il movimento transfemminista Non una di meno, al suo decimo anno di lotta, scenderà in piazza al grido di «Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo» per ribadire che la lotta e di tutt3 e non si ferma.

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