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Sirāt: Oliver Laxe e lo specchio del nostro tempo inquieto
La parola araba che dà il titolo al film indica, anche, il ponte che nella tradizione islamica separa la salvezza dall’aldilà. Lo spaesamento che induce, nello scenario dell’annuncio della guerra durante un rave nel deserto, è un’efficace metafora dell’angoscia che viviamo nel ciclo reazionario e violento che viviamo ogni giorno
Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025 e in corsa per l’Oscar come miglior film internazionale, è il quarto lungometraggio del regista franco-galiziano Oliver Laxe.
La storia si svolge nel deserto del Marocco, dove viene montato un sound system per dare inizio a un rave di 36 ore organizzato da un collettivo di tekno traveller. Il suono prende forma e domina in quello che sembra un luogo asettico e al contempo insidioso, dove i corpi diventano protagonisti alla ricerca di un significato. In questo spazio appare un elemento dissonante: un uomo di mezza età accompagnato da un bambino, probabilmente suo figlio, distribuisce volantini ai partecipanti. Stanno cercando una ragazza, la figlia, che mesi prima ha deciso di tagliare i ponti con la famiglia.
Nel frattempo la musica continua incessante, determinando l’equilibrio che scandisce il tempo. Solo un evento riesce a rompere quel ritmo: l’arrivo dei militari, che non intervengono per interrompere il rave, ma per annunciare l’inizio della guerra. Questo elemento, che spezza l’immersione dello spettatore, ci riporta bruscamente alla realtà, diventando una componente cruciale nelle scelte e negli eventi che determineranno le vite dei personaggi.
Nonostante ci troviamo in uno spazio tanto spettacolare quanto pericoloso, la cornice definita dall’avvento della guerra ci avvicina a una dimensione molto più verosimile.
Qui si interrompe l’incantesimo: non stiamo assistendo alla storia di persone che scelgono una forma di vita alternativa; i protagonisti, pur desiderando di fuggire, si ritrovano intrappolati in un mondo da cui è impossibile scappare.
I fatti che si susseguono possono sembrarci cinici e crudeli, ponendoci in una condizione di totale disarmo di fronte a qualcosa di allucinante. Tuttavia, quelle sensazioni non sono lontane dalle contraddizioni e dalle assurdità che la guerra, sempre più presente nelle nostre vite, ci costringe a vivere. Quell’elemento che nel film si pone tecnicamente come una cornice ci richiama a una condizione molto più vicina a noi. Le immagini di guerra che vediamo quotidianamente ci pongono in una situazione identica, mettendo in gioco i corpi nelle zone di conflitto con la stessa assurdità. Durante il viaggio riflettiamo su quanto sia difficile trovare spiegazioni di fronte a certi eventi, e il valore stesso della vita diventa effimero.
La sensazione di shock, quindi, non deriva solo dall’anomalia di quegli eventi, ma ci fa riflettere sul fatto che tali percezioni non siano troppo diverse dal contesto nel quale siamo immersi. Ciò che il film trasmette appartiene a qualcosa di molto più reale e concreto di quanto pensiamo. Una scena in particolare farà da spartiacque per tutte le contraddizioni che ci portiamo addosso: nel momento di maggiore sconforto, la musica e i corpi diventano rivelazione. La materialità incontra la spiritualità e, anche in questo caso, la risposta sarà devastante.
Il riferimento al “Sirāt”, il sottile ponte che nella tradizione islamica separa la salvezza dall’aldilà, porta con sé un duplice significato: la Ṣirāṭ al-Mustaqīm è considerata la retta via da seguire in vita per giungere a Dio, ma è anche il ponte sottilissimo che le anime devono attraversare nel Giorno del Giudizio, sospeso sopra l’inferno, per accedere al Paradiso.
Raramente il cinema riesce a farsi carne e ossa in questo modo. Cercando gli sguardi delle persone in sala, ho trovato un senso di appartenenza che non credevo possibile. Sirāt non è solo la storia di una ricerca o di un conflitto; è lo specchio del nostro tempo inquieto. Mi sono riscoperta parte di un tutto, legata agli altri da una vulnerabilità comune.
In copertina un fotogramma del film
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