approfondimenti
EUROPA
Criminalizzazione delle migrazioni in Europa: il laboratorio Lesbo
Una serrata cronaca del passaggio dall’accoglienza alla criminalizzazione dei migranti e alla persecuzione giudiziaria degli operatori umanitari in Grecia. Il modello Lesbo per la remigrazione forzata e la sua validazione europea
Nel 2018, fra le tante cose che ci si poteva aspettare da un’esperienza di volontariato in Grecia, quella di ritrovarsi a passare più di tre mesi in prigione – e i successivi sette anni a difendersi in tribunale da accuse di spionaggio e traffico di esseri umani – era forse impossibile da immaginare. Ora non più. Questo infatti è quello che è successo a Seán Binder e ad altri 23 imputate e imputati di un processo che in Europa è diventato simbolo della criminalizzazione del lavoro umanitario a supporto delle persone migranti e che, dopo più di sette anni, si è finalmente concluso il 15 gennaio 2026 con la completa assoluzione di tutte le persone sotto accusa.
Prima della persecuzione giudiziaria
Facciamo qualche passo indietro. Fra il 2015 e il 2016, la situazione emergenziale, con migliaia di persone che ogni giorno sbarcavano sulle isole greche dell’Egeo, aveva portato moltissime volontarie e volontari, attiviste e attivisti, ragazzi e ragazze da tutto il mondo, a convergere a Lesbo. Nel settembre 2015, la foto del corpo senza vita del piccolo Alan Kurdi, riverso sulle spiagge di Bodrum, aveva catalizzato l’attenzione e destato le coscienze di una larga parte della società civile occidentale sul movimento migratorio senza precedenti che stava attraversando quel tratto di mare.
Questa spinta solidale diede vita a una serie di piccole associazioni e organizzazioni no-profit, che collaboravano direttamente con entità più grandi e strutturate, sia a livello di ONG, sia a livello istituzionale, come l’Hellenic Coast Guard, la guardia costiera greca. Fra le organizzazioni nate in quel periodo c’era ERCI, Emergency Response Centre International, i cui volontari si occupavano di SAR (search-and-rescue, cioè monitoraggio e soccorso in mare), ma anche di assistenza e supporto nei due principali campi profughi dell’isola, Moria e Karatepe. Dopo il grandissimo aumento di sbarchi sulle isole dell’Egeo (più di mezzo milione soltanto a Lesbo) del 2015 e il conseguente flusso migratorio verso l’Europa e soprattutto la Germania, la Dichiarazione UE-Turchia del marzo 2016 aveva di fatto largamente ridotto il numero di arrivi sulle isole greche, senza però azzerarlo.
«C’era parecchio da fare» – ricorda Seán – «passavamo le nostre giornate aiutando le persone nel campo e soccorrendo le persone in mare o sulle spiagge. Lavoravamo a stretto contatto con le autorità, abbiamo insegnato tecniche di rianimazione ad alcuni poliziotti e ricevemmo persino un premio da FRONTEX per il nostro lavoro».
Seán Binder arrivò a Lesbo per la prima volta nel 2017, per prestare soccorso alle persone richiedenti asilo che sbarcavano dalla Turchia. Seán si unì al team di ERCI, di cui faceva parte anche Sara Mardini, la cui storia ha ricevuto grande notorietà grazie al film The Swimmers (2022), prodotto da Netflix. Sara e sua sorella Yusra lasciarono la Siria a causa della guerra civile arrivando a Lesbo alla fine di agosto 2015, dopo aver attraversato il mar Egeo in circostanze particolarmente drammatiche: il motore si fermò e il gommone iniziò a imbarcare acqua. Sara e Yusra, nuotatrici professioniste, si gettarono in mare e, con l’aiuto di altre due persone, trainarono la piccola imbarcazione per ore, portandola in salvo fino alla costa di Lesbo. Sara e Yusra riuscirono ad arrivare in Germania, ma già nel 2016 Sara tornò nuovamente a Lesbo come volontaria con ERCI, per aiutare altre persone che si trovavano nella medesima situazione che lei stessa aveva dovuto affrontare. «Sono anch’io una rifugiata. Nel 2015, durante la traversata, la nostra barca stava affondando. Abbiamo chiamato la guardia costiera e ci hanno risposto di tornare da dove eravamo venute. Ma il motivo per cui sono venuta a Lesbo era proprio perché non potevo tornare a casa», ha raccontato Sara nella sua deposizione durante il processo. «Inizialmente aiutavo durante gli sbarchi sulla costa, in seguito ho iniziato a lavorare anche a Karatepe e Moria. C’erano moltissimi volontari, centinaia, da tutto il mondo».

Un gruppo di richiedenti asilo soccorso da volontari su una spiaggia di Lesbo, gennaio 2016 – di Davide Marchesi
Quando il cielo è sereno, dalle coste lungo la parte nord-orientale di Lesbo, la Turchia si delinea all’orizzonte nitida, definita. A volte, è possibile distinguere a occhio nudo pescherecci e case, strade e pale eoliche. Appare così vicina, che capita di dimenticarsi del fatto che quei pochi chilometri di mare separano di fatto due continenti. Nonostante la relativa distanza, la traversata è sempre stata e continua a essere molto pericolosa. Sono decine le persone che ogni anno perdono la vita cercando di raggiungere le isole dell’Egeo partendo dalla Turchia. Come riportato da Refugee Support Aegean, nel 2024 sono state confermate più di 60 vittime, senza contare altre decine di persone disperse. Per il 2025 i numeri sembrano essersi mantenuti più o meno gli stessi, secondo l’UNHCR.
Sebbene sia ovvio, è giusto ricordare che queste statistiche, aride e distaccate, nulla raccontano delle vite, delle pene e degli amori delle persone che, a migliaia, ogni anno affidano le loro speranze, i loro sogni e le loro figlie e i loro figli a questo tratto di mare, perché alternativa non c’è. Allo stesso modo, i numeri non dicono della tanatopolitica dei pushbacks, respingimenti illegali, portata avanti dal governo greco ormai da anni nell’Egeo. I gommoni e le imbarcazioni di fortuna cariche di persone migranti vengono intercettate in mare dalla guardia costiera greca, che impunemente attacca, colpisce e affonda questi gommoni, di fatto sequestrando le persone richiedenti asilo a bordo per poi abbandonarle in mare su scialuppe gonfiabili, tutto in nome della protezione dei confini.

Fotogramma tratto da un video pubblicato dalla guardia costiera turca durante l’operazione di soccorso di 12 richiedenti asilo che erano stati abbandonati in mare dalla guardia costiera greca l’11 aprile 2023, come dimostrato dall’inchiesta del “New York Times” pubblicata il 19 maggio 2023
La remigrazione forzata
Video, foto e testimonianze dirette di queste pratiche illegali sono facilmente recuperabili sul web, grazie al continuo lavoro di documentazione delle stesse vittime e di gruppi attivisti e iniziative di monitoraggio come quelle di Aegean Boat Report e di Forensic Architecture, mentre notizie e materiali particolarmente eclatanti vengono ripresi e approfonditi da testate mainstream come l’investigazione del “New York Times” di maggio 2023 e il documentario Dead Calm, Killing in the Med prodotto dalla BBC nel 2024. Che la guardia costiera greca sia quindi responsabile di queste attività illegali, che a volte risultano nella morte in mare di richiedenti asilo, è ormai ampiamente dimostrato. La stessa guardia costiera che nel 2015 e nel 2016 veniva celebrata per l’impegno e le attività di soccorso alle persone migranti nell’Egeo, fondamentali nel salvare molte vite in quegli anni. Com’è stata possibile, allora, questa trasformazione da eroi a criminali?
«Il motivo, o uno dei motivi, è il cambio di prospettiva nei confronti della migrazione: i richiedenti asilo non sono visti come esseri umani, ma come un peso, persone che non sono nemmeno persone, che non meritano di essere qui», spiega Seán, e sui pushbacks aggiunge: «La guardia costiera è responsabile di questi respingimenti illegali. Viene negato alle persone il diritto di richiedere asilo, rimuovendo il motore dai gommoni, o distruggendolo. Le imbarcazioni vengono trainate oltre i confini marittimi greci e abbandonate alla deriva, che è molto pericoloso e illegale. Queste pratiche sono state dimostrate non solo da attivisti e organizzazioni attive sui confini, ma anche dalla Corte Europea per i Diritti Umani nella decisione sul caso G.R.J. vs. Greece dello scorso anno».
Dopo l’accordo fra Unione Europea e Turchia del 2016, i numeri del flusso migratorio verso la Grecia diminuirono sensibilmente e i campi profughi sulle principali isole vennero formalmente istituiti come hotspot. Fra le varie misure previste dalla dichiarazione, inclusi i tre miliardi di euro che l’UE avrebbe pagato alla Turchia per “trattenere” le imbarcazioni di migranti dirette in Grecia, l’accordo stabiliva che le richieste di asilo di chi riusciva ad arrivare avrebbero dovuto essere processate direttamente nei campi-hotspot.
Le isole finirono così per diventare il collo di bottiglia del movimento verso l’Europa, accogliendo un numero sempre crescente di persone nei campi profughi.
Questa decisione fu disastrosa: in pochi anni causò condizioni di vita disumane nella maggior parte dei campi profughi sulle isole, come il tristemente noto campo di Moria a Lesbo, e la progressiva congestione di tutte queste strutture, dove la lentezza delle procedure burocratiche e l’aumento delle richieste di asilo risultò in attese lunghe anni, duranti i quali le persone richiedenti asilo erano costrette a vivere in tende e accampamenti di fortuna ai margini delle strutture di ricezione ufficiali, sovraffollate già in partenza.
Nel 2019 la popolazione del campo di Moria a Lesbo arrivò a quasi 25mila persone, rendendo di fatto il campo la seconda città più popolosa dell’isola, la cui capitale Mitilene conta circa 30mila abitanti. Questa situazione provocò crescenti insofferenze e tensioni in una parte della popolazione locale, che all’inizio del 2020 esplosero in una serie di proteste e di violenze, prima nei confronti delle forze dell’ordine e poi della popolazione migrante e delle organizzazioni non-governative attive sull’isola.
Vigilantes armati di catene e bastoni istituirono posti di blocco sulla strada verso il campo di Moria, fermando e attaccando richiedenti asilo e chiunque potesse essere identificato come solidale nei confronti dei migranti. Il primo marzo 2020, un gruppo di abitanti dell’isola si mise a scagliare pietre contro un gommone carico di richiedenti asilo, con l’obiettivo di non farli attraccare, per poi scagliarsi contro due giornalisti tedeschi che stavano documentando l’accaduto, mandandoli all’ospedale. In meno di cinque anni, Lesbo passò dall’essere l’isola della solidarietà a quella delle violenze razziste.

Campo profughi di Moria, ottobre 2019 – di Davide Marchesi
Dal 2018 in avanti, con il calare dell’attenzione mediatica, iniziarono a intensificarsi i procedimenti legali nei confronti sia delle persone richiedenti asilo, sia di volontarie e volontari e attiviste e attivisti coinvolti in iniziative di solidarietà nei confronti della popolazione migrante. Sara e Seán furono arrestati per la prima volta nel febbraio 2018, quando la polizia arrivò presso uno dei punti di osservazione utilizzati dai volontari di ERCI per monitorare l’arrivo di eventuali barche.
«Ci dissero che eravamo coinvolti in qualcosa di illegale, ma furono parecchio vaghi riguardo a cosa, esattamente. Passammo così due notti in cella, detenuti dalla polizia portuale, prima di essere rilasciati. Ci fu detto che venivamo rilasciati in attesa dello sviluppo delle indagini. La nostra aspettativa era che le indagini non avrebbero portato a nulla, perché non avevamo fatto nulla di male», ricorda Seán.
Nell’agosto del 2018, però, Sara e Seán furono arrestati nuovamente, insieme al responsabile di campo di ERCI, Athanasios “Nassos” Karakitsos e altri due volontari. «Fu allora che scoprimmo che, invece di essere una cosa di poco conto, sarebbe diventato uno dei casi più importanti di criminalizzazione del lavoro umanitario in Europa. E così, per la gravità delle accuse, passammo tre mesi e mezzo in prigione in detenzione cautelare».
I cinque, insieme ad altri 19 fra volontari, volontarie e personale umanitario, furono accusati di essere parte di una rete di spionaggio e traffico di esseri umani in un processo che partì effettivamente solo tre anni dopo, nel 2021. Le accuse, che subito si palesarono come infondate agli occhi degli osservatori internazionali, ben si inserivano nella corrente europea di criminalizzazione della solidarietà e delle attività umanitarie, specialmente per quanto riguarda la migrazione.
Fra 2016 e il 2017, il contadino francese Cédric Herrou fu arrestato più volte per aver aiutato persone migranti ad attraversare il confine dall’Italia alla Francia. Dopo prolungati procedimenti legali, nel 2020 il Consiglio costituzionale francese annullò tutte le accuse nei confronti di Herrou, stabilendo che le sue azioni erano mosse esclusivamente da intenti umanitari, come da lui sempre sostenuto. Il 29 giugno 2019, Carola Rackete, allora capitano della nave Sea Watch 3, fu arrestata dopo aver comandato l’approdo a Lampedusa, nonostante blocco navale imposto dal decreto Sicurezza bis, per fare sbarcare le circa 40 persone che l’equipaggio della nave aveva soccorso nel Mediterraneo.
Nel gennaio 2020, la Corte di Cassazione sancì che le ragioni che aveva portato all’arresto erano infondate. Questi e molti altri casi simili – come le vicende penali di Mimmo Lucano, il caso di Anni Lanz in Svizzera, quello della giornalista Ingebord Beugel sempre in Grecia – si possono iscrivere al generale, assurdo fenomeno giuridico che in Europa viene spesso definito come criminalizzazione della solidarietà, che presenta un reale rischio di condanne a lunghe pene di detenzione per attivisti e attiviste, volontari e volontarie e lavoratrici e lavoratori umanitari che offrono vario tipo di soccorso e assistenza alle persone migranti.
Sara, Seán, Nassos e gli altri 21 imputati del processo di Lesbo, per esempio, rischiano fino a 20 anni di carcere. Poco importa se le accuse spesso si rivelano completamente infondate e se la maggior parte di questi processi si risolve con l’assoluzione degli imputati. Lo scopo è politico: questi procedimenti legali servono come deterrente sia per gli individui sia per le organizzazioni che vogliano impegnarsi attivamente nel supporto alla popolazione migrante. Le spese legali che gli anni di processi impongono sulle persone imputate sono enormi, costi che sia gli individui sia le organizzazioni faticano a sostenere.
Dal 2018 in avanti, tutte le operazioni di search-and-rescue (SAR) che erano state portate avanti negli anni precedenti a Lesbo e nell’Egeo sono progressivamente cessate. ERCI è stata smantellata, terminando tutte le sue attività, non solo quelle di SAR, poco dopo gli arresti. L’ONG Mare Liberum ha lasciato Lesbo nel 2022. Un mar Egeo senza navi che conducono operazioni di SAR, senza attività di monitoraggio dei diritti umani in mare, è un mare dove la guardia costiera greca è libera di perpetrare i crimini e le violenze dei pushbacks.
Chi, invece, non può ritirarsi dalle isole né smettere di provare ad arrivare in Europa sono le persone migranti, cioè le protagoniste e i protagonisti e le principali vittime di questo sistema. Infatti, allargando lo sguardo e ricalibrandolo sulle modalità e sulle effettive possibilità di attraversamento dei confini e la conseguente richiesta di asilo, sancita internazionalmente come diritto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, è facile rendersi conto che in Europa, e non solo in Grecia, è la migrazione stessa a essere criminalizzata.
I casi di persone migranti accusate di essere loro stesse coinvolte nel traffico di esseri umani ormai non si contano più. Nell’Egeo, è pratica comune affidare la guida dei gommoni diretti a Lesbo, Samos, Chios e verso le altre isole, a uno dei passeggeri, magari in virtù di uno sconto sul prezzo della traversata o, più comunemente, scelto dal caso.
Secondo l’ordinamento greco, tanto basta – guidare un gommone – per essere accusati di favoreggiamento all’ingresso illegale nel Paese o traffico di esseri umani, con pene potenziali che si contano nelle decine o, paradossalmente, centinaia di anni: fino a 15 anni di detenzione per ogni persona sulla barca la cui vita viene messa a rischio. Questi processi sono i risultati di una giustizia sommaria, sbrigativa, lontana dalle attenzioni mediatiche di cui un caso come quello di Seán e Sara può, fortunatamente, godere. Secondo un report del 2020 pubblicato da BorderMonitoring.eu, la durata media dei 48 processi nei confronti di persone migranti accusate di favoreggiamento all’ingresso illegale, seguiti dagli attivisti fra il 2016 e il 2019 sulle isole greche, è stata di soltanto 38 minuti e la maggior parte dei processi si è conclusa con la condanna delle persone imputate.
Come riportato nello stesso report, nel 2019 quasi 2mila persone stavano scontando pene detentive per favoreggiamento all’ingresso illegale nelle prigioni greche. Di fronte a questi numeri, è bene fermarsi un momento e provare a immaginare l’esperienza di ritrovarsi al timone di un gommone, spesso senza aver mai guidato alcun tipo di imbarcazione e senza saper nuotare, dispersi nella notte del mar Egeo, arrivare finalmente, miracolosamente in Europa per poi essere rinchiusi in prigione senza aver commesso un reato, senza adeguata assistenza legale, vittime di un sistema accusatorio sviluppato in una lingua incomprensibile.
Tremendamente soli, ingiustamente detenuti per anni. Alcuni casi, quelli più fortunati, si risolvono con l’assoluzione grazie a un supporto legale adeguato, come quelli di Afik Rasuli e Amir Zahiri che furono assolti dal tribunale di Lesbo nel 2022, dopo però aver passato più di due anni a testa in prigione. La storia del loro processo è raccontata nello scioccante documentario 142 Years, che deve il suo titolo al numero di anni a cui Mohammad Hanad Abdi era stato inizialmente condannato per le stesse accuse nei confronti di Rasuli e Zahiri. Fortunatamente, nel 2023 la sentenza di Mohammad Hanad Abdi è stata ridotta, con la possibilità di rilascio immediato. Di casi simili soffriamo anche in Italia, ovviamente. Come quello di Alla F. Hamad Abdelkarim, che recentemente è stato parzialmente graziato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, o quelli di Diouf Alaji e Slah Abdullah Mounir.
È bene ricordare quindi che questo approccio alla migrazione è lo stesso a livello europeo e non è solo greco o italiano. Analizzando la storia recente di territori di confine come Lesbo, è facile rendersi conto come questi siano i laboratori politici, sociali e giuridici della stessa dottrina anti-migrazione dell’Unione Europea.
L’azione è politica, prima che giuridica: le disumane condizioni di vita nel campo di Moria non furono frutto del caso, ma di un chiaro disegno politico che mirava alla deterrenza. E la direzione rimane la stessa, a dispetto dell’avvicendarsi dei governi e delle latitudini geografiche. Nel 2018, infatti, l’anno dell’arresto di Seán e Sara, e durante gli anni terribili di Moria, al governo c’era Syriza, partito di sinistra guidato da Aléxis Tsípras, che aveva vinto le elezioni del 2015 fra il generale entusiasmo di promesse di rinnovamento della politica e della società greca, nel pieno della crisi economica.
In quest’ottica, l’inasprimento delle politiche anti-migratorie del successivo governo Mitsotakis, al potere dal 2019 alla guida del partito di destra Nea Democratia, non sembra altro che la naturale conseguenza di una linea politica ben tracciata a livello europeo. Negli anni successivi al cambio di governo, si è tremendamente innalzato il grado di violenza e repressione nei confronti della popolazione migrante, con l’insorgenza sempre più frequente delle operazioni dei pushbacks, terribile naufragio di Pylos del giugno 2023 che costò la vita a centinaia di richiedenti asilo.
Nel frattempo, le misure e le strutture semi-detentive volute dal governo Mitsotakis sono state portate avanti in particolare nelle isole dell’Egeo, con la costruzione di campi-prigione (denominati ufficialmente Closed Controlled Access Centres, CCAC), situati in zone difficilmente accessibili e quindi lontani dall’attenzione mediatica e della società civile, dove le persone richiedenti asilo vengono di fatto detenute e dove le violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione migrante possono essere commesse ancora una volta impunemente, senza testimoni o documentazione. Fra luglio e ottobre 2025, il governo greco ha sospeso il diritto di asilo per le persone in arrivo via mare dal nord Africa, in una misura in chiaro conflitto col diritto internazionale e dell’UE. Da settembre 2025, poi, i richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta rischiano dai 2 ai 5 anni di reclusione se non lasciano il Paese entro due settimane dalla decisione.
Negli ultimi cinque anni, nel frattempo i procedimenti legali nei confronti di Seán, Sara, Nassos e delle altre 21 persone imputate sono proseguiti fra rinvii, giornate in tribunale e la divisione del caso in due processi distinti, uno per i reati minori (falsificazione, spionaggio e utilizzo illegale di frequenze radio) e uno per quelli maggiori, cioè partecipazione a un’organizzazione criminale, favoreggiamento all’ingresso illegale nel Paese e riciclaggio di denaro. Il primo processo iniziò ufficialmente solo nell’autunno del 2021 e, dopo due anni, si risolse con il ritiro delle accuse per i reati minori, per mancanza di prove. Il 4 dicembre 2025, invece, è cominciato il processo per i crimini maggiori, che si è finalmente concluso il 15 gennaio con la completa assoluzione degli imputati. La sentenza è arrivata alla fine di una lunga giornata in cui hanno parlato alcuni degli imputati, fra cui Sara e Seán, e dopo le arringhe finali dei loro avvocati è stata accolta con applausi e celebrazioni dalla piccola folla di famigliari, amiche, amici e attivisti che hanno seguito negli anni l’andamento del processo.
«Chiaramente sono molto sollevato di non dover tornare in prigione, ma anche molto arrabbiato perché ci è voluto così tanto tempo per arrivare a questa risoluzione» ha commentato Seán, dopo il verdetto. «Tutto il procedimento si è concluso come una specie di scherzo, i giudici chiedevano agli avvocati di parlare più velocemente in modo che si potesse arrivare più in fretta al momento di chiudere tutta questa faccenda. Ed è fantastico che siamo stati assolti, ma per arrivare qui non avrebbero dovuto essere necessarie 12 ore oggi, né i precedenti sette anni. Ma allora perché portare avanti queste accuse? Perché criminalizzare operazioni di search-and-rescue funziona come deterrente, scoraggia e blocca tutte le operazioni di SAR sulle nostre spiagge. Questo fa sì che le persone anneghino e sembra realizzare una politica europea che precluda alle persone di esercitare i loro diritti fondamentali».

Seán Binder intervistato dopo il verdetto, 15 gennaio 2026 – di Davide Marchesi
Prospettive inquietanti
Al netto, quindi, del sospiro di sollievo e della soddisfazione per l’assoluzione di Seán, Sara, Nassos e dei 21 co-imputati, le prospettive rimangono estremamente cupe, in Grecia e nel resto dell’UE. Nel mar Egeo continuano i crimini e le violenze dei pushbacks in un clima di generale impunità, mentre a Lesbo procede la costruzione di un nuovo campo profughi, l’ennesimo CCAC, in una zona isolata al centro dell’isola, dove le persone saranno recluse, più che ospitate. Fra le varie criticità del progetto, l’area in cui sorge la struttura: al centro di una foresta a grave rischio di incendio nei periodi estivi, una possibilità che fa riecheggiare alla memoria il ricordo del terribile rogo che distrusse il campo di Moria nel 2020.
Dopo più di dieci anni di emergenza, morti in mare e costanti violazioni di diritti umani, sono poche ormai le realtà sull’isola che continuando ad avere la forza di denunciare e opporsi alla completa deriva anti-migratoria del governo. Le prigioni greche, ma non solo, sono piene di innocenti, senza possibilità di difesa, per aver osato attraversare il Mediterraneo ed esercitare un diritto che, in teoria, dovrebbe essere riconosciuto a livello internazionale. Mentre il resto della società europea, sempre più divisa su queste tematiche, risponde con indifferenza alle notizie dell’ennesimo naufragio.
E mentre tutto questo avviene in nome della protezione dei nostri confini, come possiamo sentirci al sicuro come società civile, a fronte di questa continua erosione di diritti civili ed umani, sotto la forma distopica che la gestione della migrazione ha ormai assunto? Tutto questo risulta ancora più assurdo se ci soffermiamo a considerare il movimento delle persone, e quindi la migrazione, come una caratteristica fondamentale delle società umane, da sempre in transito sotto tutti i punti di vista, incluso ovviamente quello geografico. I diritti e i privilegi di cui godiamo entro determinate regioni, come l’area Schengen nell’Unione Europea, non possono essere esercitati soltanto all’interno di confini sociali, prima ancora che geografici, altrimenti finiscono per non avere alcun significato: i diritti o sono di tutte e tutti, o di nessuno.
La copertina è di IFCR (Flickr)
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
