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ITALIA

Taglio ai fondi per le persone con disabilità: il governo riduce gli stanziamenti

Il governo diminuisce le risorse per il fondo unico per le persone con disabilità, un fondo che si dovrebbe occupare dall’inclusione lavorativa al turismo accessibile, dalle iniziative per le persone con autismo ai progetti sperimentali per la diffusione di servizi di interpretariato in lingua dei segni, obiettivi prima differenziati, ma con molti meno finanziamenti dei precedenti fondi

I tagli al fondo per persone con disabilità

L’ultima versione della legge di Bilancio del 26 ottobre 2023 stanzia il Fondo Unico per le persone con disabilità per una cifra di 231,8 milioni per il 2024, facendo un taglio di ben 350 milioni di euro rispetto al fondo precedente. Questi soldi sono stati destinati al decreto “anticipi” e a seguito di questa manovra è prevista un’integrazione ai fondi a partire dal 2026.

Il suddetto decreto legge ha lo scopo di garantire copertura alle misure previste in esso ricorrendo infatti proprio al Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità. Stando a quanto dice l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, questo fondo, diverso da quello per l’inclusione, non è stato però rifinanziato e, inoltre, negli ultimi anni, le risorse che le leggi di Bilancio avevano destinato a questo fondo sono state utilizzate per altri scopi. Nel 2022, per esempio, il Fondo fu destinato per pagare gli straordinari agli agenti di polizia durante il periodo della pandemia, per acquistare farmaci e vaccini contro il Covid, come supporto per i bonus edilizi e, infine, come aiuto alle attività del Terzo Settore di fronte ai rincari delle bollette.

Queste risorse, che andrebbero destinate alle persone con disabilità, vengono ridistribuite da anni, senza arrivare a chi ne avrebbe diritto. Il Governo ha quindi deciso di risolvere il problema alla radice azzerando il fondo nel 2024 semplicemente non finanziandolo più.

La Ministra per la disabilità Alessandra Locatelli ha provato a smentire tutto questo, affermando che: «Non si tratta di un taglio ma di risorse non utilizzate nel 2023 che erano nel capitolo per la legge delega sulla disabilità che non è stata attuata». Locatelli sostiene poi che questi soldi verranno restituiti dal Mef nel 2025 attraverso la nuova legge delega sulla disabilità (legge 227/2021) di cui però mancano ancora i decreti attuativi. Questa legge è prevista da anni e il suo Fondo dovrebbe essere di 350 milioni. Per il momento quindi, finché non verranno applicati i decreti per la legge delega, si vedono tagliati 700 mln di euro per i due anni a venire.

Il Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità ha quindi una dotazione che ammonta a 552.177.454 di euro per l’anno 2024 e a 231.807.485 di euro annui a decorrere dall’anno 2025. Meno della metà sono i finanziamenti previsti per il Fondo a partire dal 2025 .

Il fondo unico

Il Fondo Unico per l’inclusione delle persone con disabilità è stato istituito il 1° gennaio 2024 dal Ministero dell’Economia e Finanza e ha portato all’eliminazione di altri quattro fondi fondamentali:

– il Fondo per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione dellɜ alunnɜ con disabilità creato con la manovra per il 2022;

– quello per l’inclusione delle persone con disabilità istituito nel 2021;

– quello per il caregiver familiare (manovra del 2018) il Fondo per l’inclusione delle persone sorde (manovra 2019).

Questi fondi sono stati eliminati e accorpati in un unico strumento che dovrà occuparsi di obiettivi che vanno dall’inclusione lavorativa al turismo accessibile, dalle iniziative per le persone con autismo ai progetti sperimentali per la diffusione di servizi di interpretariato in lingua dei segni. Il Fondo Unico dovrà quindi far fronte alle esigenze di cui prima si occupavano quattro fondi differenti ma con molti meno finanziamenti.

I quattro fondi vengono soppressi, infatti, per un totale di 336 milioni nel 2023 e il Governo ha stanziato per il Fondo Unico solo 232 milioni (231,8 per la precisione) per il 2024.

Criticità e soluzioni

Lo Stato, ancora una volta, dimostra non solo di non stare dalla parte delle soggettività marginalizzate ma anche di non ascoltare le loro voci. Risulta, quindi, necessario per le persone con disabilità imparare a tutelarsi da solɜ.

La discriminazione, visibile in maniera chiara nel taglio dei fondi attuato dal Governo Meloni, affonda le sue radici nei modelli che la società abilista continua a portare avanti a partire dal linguaggio e dalla costruzione di spazi accessibili.

Le scuole, per esempio, non sono spazi pensati per persone con disabilità né luogo sicuro per le persone con disabilità e/o neurodivergenti. Ogni giorno bambinɜ e ragazzɜ si ritrovano di fronte a disagi dovuti alla non accessibilità delle strutture e delle lezioni, alla mancanza di strumenti, di docenti adeguatamente preparati e spesso accompagnatɜ da diagnosi tardive rispetto a quando le difficoltà si manifestano proprio a causa della scarsa preparazione dei docenti. Solɜ in ogni spazio perché ogni spazio è abilista e manca da parte di questo Governo, come dei precedenti, la volontà di cambiare e non restare attaccati a una narrazione deleteria della disabilità, anch’essa abilista.

La questione problematica da sottolineare alla base degli “aiuti” che vengono dati, infatti, è il modo in cui viene descritta la non autosufficienza.

La non autosufficienza viene vista semplicemente come un problema da risolvere, promuovendo l’indipendenza dall’altrɜ o affidandosi al totale sostegno dellɜ caregiver, senza mettere in atto progetti e sostegni soprattutto economici. Questa narrazione seppur sbagliata è quella predominante e ha come conseguenza una svalutazione del ruolo dellɜ caregiver.

Un altro tipo di forma abilista preponderante nella nostra società è quella che riguarda il linguaggio.

Nei documenti dell’INPS, ad esempio, sono presenti delle discriminazioni dovute alla presenza di determinate parole nella modulistica: l’uso di veri e propri slurs come la parola con l’acca oppure la locuzione “portatrice di …”, come se la disabilità fosse un peso. Questa è già di per sé una grande violenza, che esclude con uno schiocco di dita la comunità disabile e allo stesso tempo continua a marginalizzarla. Per questo il linguaggio deve cambiare. Bisogna porsi in ascolto delle persone con disabilità per comprendere la complessità della violenza sistemica, che comprende in maniera intersezionale anche violenza di genere, di classe, razzismo e omobilesbotrasfobica che questi corpi subiscono. Solo in questo modo sarà possibile abbattere il sistema abilista in cui viviamo.

Brucia questa rabbia

A fronte dei tagli operati dal governo è necessario sottolineare che le risorse stanziate in precedenza non sono mai state sufficienti per fronteggiare i bisogni delle persone con disabilità. In questo modo la società abilista nella quale viviamo diventa sempre più complicata da cambiare e continua a perpetrare violenza e discriminazioni.

Sono anni che in assenza dei decreti attuativi, il Governo non utilizza i fondi per le politiche per le persone con disabilità. Questi fondi invece di essere utilizzati per altro, dovrebbero essere adattati alle emergenze che ognunɜ con la sua disabilità e la propria specificità deve affrontare e essere destinati a: aiuti economici, formazione, strutture…

La lotta contro l’abilismo si interseca con la lotta transfemminista, in maniera intersezionale per chiedere con rabbia autodeterminazione dei corpi.

La volontà da parte dello Stato di non considerare le persone con disabilitàè, infatti, sempre più chiara. Il governo continua a riempirsi la bocca di parole come “inclusione” e in questo modo afferma in maniera implicita l’esistenza di un’esclusione che avviene da sempre.

Il disinteresse dei media che non riportano la notizia del taglio dei fondi e non raccolgono gli appelli che le associazioni lanciano al governo chiedendo che i fondi vengano ripristinati è un’altra spia dell’abilismo pervasivo della nostra società. Nulla è, quindi, cambiato. Serve contro informazione su tematiche come queste, che non vengono trattate dai media o quando sono presenti si rifanno a una narrazione mainstream a sua volta abilista attraverso storie strappalacrime funzionali solo all’autocompiacimento di chi le guarda. Il governo continua a guardare dall’altra parte mentre restano solo reificazione e medicalizzazione. Nessuna autodeterminazione. La disabilità non sta in noi, ma nel modo in cui la società rifiuta, esclude e limita le nostre esistenze.

Il confronto con altre persone disabili è fondamentale per riconoscere, per sbarazzarsi del dolore, dello sconforto, dell’autocompiacimento e imparare insieme a essere arrabbiatɜ.

Perché la rabbia è il modo in cui i nostri corpi smettono di chiederci di sopportare di essere marginalizzatə e rivendicano il diritto a una società che preveda l’esistenza di tuttə.

Immagine di copertina dal sito Disability Pride Network