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Paraguay: «Que se vayan todos»

Per primi sono arrivati in decine di migliaia contadini e contadine per reclamare la riforma agraria e respingere l’emendamento di rielezione, ma poi migliaia di giovani (almeno 25mila) di tutte le condizioni sociali hanno lasciato i loro quartieri e si sono diretti al centro di Asunción per gridare, come nel 2001 in Argentina,”que se vayan todos».

Cosa pensavano Fernando Lugo e i suoi senatori al momento di riunirsi una e dieci volte con quelli che fino a ieri sembravano loro nemici giurati? Credevano forse, di fronte al disprezzo dei loro stessi seguaci, che poteva succedere qualsiasi cosa senza che il popolo paraguayano reagisse? È così cieco e ambizioso di potere l’ex presidente – che, colmo dei colmi, contava su un grande appoggio nei sondaggi – da non capire che ci sono limiti che è meglio non superare? Nè queste, nè altre domande entrano nella testa di chi ha preso una cantonata gigantesca raggiungengo un accordo vergognoso e nauseabondo con il presidente Horacio Cartes e la sua banda di destra, affinché entrambi possano presentare la propria candidatura. Con Cartes, attenzione, nè più nè meno che il responsabile della conversione del Paraguay in una neocolonia dove portavoce e consiglieri di USA, Israele e persino degli inglesi fanno parte dei think tank politici del governo. Un territorio dove la militarizzazione del nord agricolo è moneta corrente e le carceri ad alta sicurezza l’antidoto per chi si ribella.

Solo 25 senatori lughisti e cartisti hanno assistito al conclave e come se fossero stati alleati da tutta la vita hanno stuprato una Costituzione che già era morta da anni. Lo hanno fatto a porte chiuse ma non si sono negati a far trapelare una foto patetica in cui li si vede votarsi da soli. Attraverso questa mossa solitaria hanno approvato il progetto di emendamento per consentire la rielezione, supponendo che il grande assente, il popolo paraguayano, avrebbe sparato fuochi d’artificio per la gioia. E lo ha fatto, solo che, in un atto di salute pubblica, ha puntato precisamente contro questa classe politica corrotta e spogliata di qualsivoglia sentimento patriottico. Come in altre occasioni trascendentali, Lugo non si è fatto vedere e ha agito nell’ombra.

Cartes, il suo socio, anch’egli ammaliato dall’ingordigia, supponeva che tutto sarebbe rimasto nei binari e che con l’appoggio del Frente Guasù (la coalizione di partiti che fa capo a Lugo n.d.t) del padre Lugo, il suo cammino verso la rielezione sarebbe stato una pista di ghiaccio su cui bisognasse solo scivolare.

Però il glorioso popolo paraguayano di Francisco Solano Lopez e Gaspar de Francia, ma anche di tanti martiri assassinati a causa del loro cuore indomabile, ha deciso di fermare la mano a tanta miseria politica ed è sceso in massa nelle strade, dimostrando al mondo e a loro stessi di esser stanco degli inganni. Per primi sono arrivati – 48 ore fa – decine di migliaia di contadini e contadine per reclamare la riforma agraria e respingere l’emendamento di rielezione. Ma poi migliaia di giovani (almeno 25mila) di tutte le condizioni sociali hanno lasciato i loro quartieri e si sono diretti al centro di Asunción per gridare, come nel 2001 in Argentina, «que se vayan todos». Tutti: quelli che si burlano di chi sta «in basso» e consegnano il paese agli Stati Uniti. Tutti: quelli che fanno della politica una farsa insopportabile da tollerare e si riempiono la bocca della parola «democrazia», ma sono abbonati all’autoritarismo e alla repressione. Tutte e tutti coloro che stanno nel Congresso, dando le spalle alla maggioranza. Un Congresso che la rabbia popolare ha incendiato e invaso, dando un segnale chiaro di scontro con questa «istituzione sacrosanta» della democrazia borghese.

Le strade si sono trasformate in un pandemonio e la valorosa polizia di Cartes, come faceva decenni fa il suo padre putativo, il dittatore Alfredo Stroessner, ha sparato per uccidere i manifestanti. Questi, però, non sono arretrati e si sono gettati una volta dopo l’altra contro le uniformi, obbligandole a retrocedere.

Nel frattempo, la rivolta si estendeva ad altre zone del Paese, veniva tagliato lo strategico «Ponte dell’amicizia» e ancora più manifestanti esigevano la rinuncia di Cartes, mentre dedicavano a Lugo epiteti coloriti.

Per quelli che immaginavano che chiudendosi in un ufficio del Congresso e alzando la mano per la foto avrebbero risolto tutto, la situazione, a partire da adesso, appare quasi senza ritorno. Nè Cartes, nè Lugo possono ricorrere all’argomento che la decisione di imporre l’emendamento sia consone con la volontà del popolo. Al contrario, in questo modo accelerano e potenziano ancora di più la radicalità con la quale i paraguayani e le paraguayane in rivolta sono decisi ad affrontarli.

Lugo, il gestore della legge antiterrorismo e l’uomo che ha perso la grande opportunità per le sue debolezze e deficienze ideologiche, oggi si ritrova traditore del mandato popolare e spifferatore delle ambizioni dell’attuale presidente in carica.

Cartes, nel frattempo, vuole negare la realtà e continua a dare la colpa a «quattro rivoltosi» e ai media, senza rendersi conto che questi media sono quelli che lui stesso ha allineato verticalmente. Lo stesso succede con la sua ottusa visione di quello che pensano le maggioranze popolari.

In Paraguay il problema non sta nella rielezione di nessuno di quelli che già hanno rovinato il paese, ma nel rivendicare una strada differente a questa partitocrazia che si mette d’accordo alle spalle della popolazione. In un Paese in cui la realtà assesta colpi quotidianamente, dove il 2,5% dei proprietari possiedono il 90% della terra. È per questo che nelle strade si spinge per il ritiro forzato di entrambi i capi degli schieramenti e si pone la questione di una nuova Costituzione come una necessità urgente.

Nel mezzo delle barricate e delle fiamme degli incendi, tra il rumore assordante dei «che nessuno torni» si conferma che quando un popolo si mette in testa di dire «basta!» diventa inarrestabile. O quanto meno, decide di non inginocchiarsi più davanti a chi abitualmente lo maltratta.

* Fonte: resumenlatinoamericano

Traduzione a cura di DINAMOpress