EUROPA

Oggi si vota in Bielorussia. La strada per il “cambiamento”

Aleksandr Lukašenko, al potere dal 1994, cerca la riconferma per un sesto mandato ma è da almeno due mesi che nella piccola repubblica est-europea si verificano proteste, scontri, detenzioni arbitrarie. I sondaggi danno il presidente uscente al 3 per cento, ma ci sono buone probabilità che il voto venga pilotato

«Non si può coprire un edificio distrutto con una pagina della Pravda», diceva lo scrittore ed esule Iosif Brodskij a proposito dell’impossibilità per i regimi comunisti dell’est-Europa, prossimi al crollo, di nascondere al popolo la miseria diffusa, il generico ingolfamento del sistema. Propaganda di stato vs dati di fatto: se dovessimo provare ad aggiornare questa dinamica alla Bielorussia odierna – dove si stanno per svolgere delle elezioni presidenziali che hanno più il sapore di un plebiscito contro Aleksandr Lukašenko, al potere da 26 anni – verrebbe da sostituire quell’edificio distrutto con la pandemia di Covid-19.

Con un totale ufficiale di 68.500 casi accertati e 580 morti (un numero che si considera di gran lunga sottostimato), la diffusione della nuova sindrome influenzale nella piccola repubblica post-sovietica ha messo in luce non solo l’inefficienza dell’attuale gestione del potere, ma anche il suo crescente distacco dalla realtà. Durante i mesi primaverili, mentre Lukašenko derubricava il virus di Covid-19 a «psicosi», dal basso nascevano gruppi di volontari e volontarie a sostegno del sistema sanitario nazionale messo sotto pressione.

Le persone, pure nelle cittadine di provincia generalmente poco coinvolte dalle ondate di dissenso politico, toccavano con mano la discrepanza fra la comunicazione ufficiale e la propria esperienza quotidiana: su alcuni canali Telegram, nati per fornire informazioni alternative sulla pandemia, ripetuti sondaggi provavano a capire quanti contagi si stessero verificando nella popolazione senza che fossero stati registrati dalle autorità, il 20 maggio è apparsa una petizione on-line che chiedeva conto al Ministero della Salute del perché la percentuale dei decessi in Bielorussia differisse così tanto da quelle di altre nazioni…

 

Così, dopo un primo periodo di lockdown volontario da parte dei cittadini bielorussi, anche le manifestazioni di opposizione al potere sono andate diffondendosi e crescendo in intensità.

 

Inizialmente la miccia sembra essere stata accesa da Sergeij Tichanovskij, blogger di un fortunato canale Youtube di informazione indipendente dal taglio anti-governativo che il sette maggio ha annunciato di voler competere per le presidenziali: gli eventi di raccolta firme per la sua candidatura hanno ben presto assunto il carattere di raduni contro Lukašenko, con cori, slogan e cartelli a sfavore di quest’ultimo, tanto che hanno poi condotto all’arresto del blogger e alla sua estromissione dalla corsa elettorale. Le iniziative di sostegno all’oppositore si sono moltiplicate e, come di “consueto” in Bielorussia, si sono moltiplicati anche gli episodi di repressione: l’associazione per la difesa dei diritti umani Viasna96 denuncia l’ingiusta detenzione di 29 prigionieri politici tra cui anche alcuni candidati dell’opposizione oltre che migliaia di arresti arbitrari.

Il dissenso è allora andato concretizzandosi in vere e proprie manifestazioni, proteste, cortei informali e non autorizzati (spesso condotti con l’uso di biciclette, a mo’ di critical mass). Nel frattempo Svjatlana Tichanovskij, moglie del blogger incarcerato ed ex-insegnante e interprete, ha deciso anch’ella di candidarsi, raccogliendo il sostegno di quasi tutto lo spettro politico dell’opposizione e arrivando a indire alcuni dei raduni politici maggiormente partecipati nella storia della Bielorussia (giovedì 30 luglio oltre 60.000 persone a Minsk, domenica 2 agosto oltre 18.000 nella città al confine con la Polonia Brest…). Il suo programma? Una sorta di “risanamento” del quadro istituzionale: scarcerazione dei prigionieri politici, referendum sulla modifica della Costituzione per limitare il numero dei mandati del presidente, nuove e libere elezioni entro sei mesi (la candidata si è detta infatti «non interessata a mantenere il potere»).

 

La realtà è che l’emergenza pandemica e la comparsa sulla scena di inaspettati outsider stanno facendo da detonatori per un dissenso generalizzato, che covava ormai da tempo.

 

«Mi sembra di essere tornato alla fine degli anni ‘80, quando nessuno oramai sosteneva più il regime comunista», afferma il difensore dei diritti umani di Viasna96 Valancin Stefanovič. Gli fa eco l’attivista e analista politico Mikola Dziadok: «Negli ultimi anni ho partecipato a numerose proteste e manifestazioni, ma non ho mai visto Lukašenko così in difficoltà. Lo odiano tutti, ma proprio tutti».

Dopo essere salito al potere in modo controverso nel 1994 (secondo alcune rivelazioni, anche attraverso l’istigazione di omicidi di stampo politico), il presidente uscente ha fatto della Bielorussia una sorta di “bunker” semi-impermeabile ai cambiamenti che avevano luogo nei territori limitrofi: l’economia ha mantenuto una fortissima impostazione centralizzata e di pianificazione (che se ufficialmente può vantare percentuali ufficiali di occupazione molto alte, attorno al 96% della forza lavoro, dall’altro lato presenta però un prodotto interno lordo pro capite fra i più bassi d’Europa, di poco sopra ai 6500 dollari all’anno secondo l’Fmi), mentre non si è mai costituito un vero e proprio pluralismo dell’informazione (nella classifica per la libertà di stampa di Reporter senza Frontiere, la Bielorussia si trova al 153esimo posto appena dopo la Turchia) e le elezioni si sono sempre svolte in un clima di terrore poliziesco e arresti arbitrari (nel 2008, una risoluzione delle Nazioni Unite esprimeva preoccupazione per «l’uso continuativo del sistema della giustizia criminale per silenziare gli oppositori politici e i difensori dei diritti umani»).

 

 

L’opposizione a Lukašenko si è dunque sviluppata in modo sotterraneo, sia in senso metaforico che letterale: celebre è la parabola della compagnia teatrale Belarus Free Theater (raccontata nel bellissimo documentario Dangerous Acts starring the Unstable Elements of Belarus), che ha messo in scena i propri spettacoli dal messaggio libertario e anti-dittatoriale in maniera clandestina fra appartamenti privati, cantine, foreste ai limiti della città e che ha visto alcuni dei propri membri incarcerati oppure esiliati all’estero come rifugiati politici.

Questo tipo di dissenso, certo ben presente e determinato (come nel caso degli scontri di piazza del 2010 in vista delle elezioni oppure delle recenti proteste del 2017 innescate dall’introduzione di una nuova tassa) ma forse ristretto ad ambienti specifici e a volte legati a personalità di spicco del campo dell’imprenditoria (che anche finanziavano direttamente l’opposizione), sembra ora allargarsi trasversalmente a vari settori della società.

 

La partecipazione di piazza è al suo picco e vari sondaggi mostrano il consenso per Lukašenko aggirarsi attorno al 3%.

 

Esperienze di conflittualità politica e di autogestione, di ispirazione prevalentemente anarchica e cresciute in simbiosi con la scena musicale alternativa nonché con ambienti di tifo calcistico [che abbiamo provato parzialmente a raccontare qui], rappresentano inoltre un “serbatoio” di opposizione informale al potere che – fra momenti di maggiore agibilità e altri invece di maggiore repressione – è rimasto quasi sempre vivo, almeno a partire dagli anni 2000 in avanti. «Le persone oramai si informano su internet e viaggiano all’estero», dice sempre Mikola Dziadok (anch’egli peraltro incarcerato in passato come oppositore politico). «Vedono la radicale differenza qualità della vita nei paesi circostanti. Desiderano, semplicemente, un po’ di libertà in più».

Nei confronti di tutto ciò il presidente uscente agita lo spauracchio del “Maidan” ucraino del 2014, a suggerire implicitamente di essere l’unico capace di garantire un minimo di stabilità in Bielorussia. Eppure, le situazioni dei due paesi sono difficilmente comparabili. Nel feudo di Lukašenko, infatti, non sembrano esserci tensioni irrisolte fra diversi gruppi etnici e linguistici, o almeno non nella misura in cui queste erano effettivamente presenti fra l’ovest ucraino e la regione del Donbass. Anche la volontà di una fetta della società ucraina di entrare a far parte dello spazio politico-strategico europeo, che aveva giocato un ruolo significativo nella crisi del 2014 e che rappresentava un motivo per la Russia di Putin a intervenire, non pare replicarsi nei movimenti che oggi chiedono un cambiamento in Bielorussia i quali, anzi, assumono molto più spesso toni patriottici (l’uso della lingua bielorussa, per esempio, è spesso associato al dissenso).

Non va tuttavia sottovalutata la capacità di tenuta dell’attuale sistema di potere: a oggi pare che già il 50% degli aventi diritto si sia recato alle urne usufruendo della possibilità di voto anticipato (un tipo di espressione della preferenza previsto dalla Costituzione bielorussa, che è generalmente poco controllato e che proprio per questo motivo risulta in ogni occasione in netto favore di Lukašenko), alcune fughe di notizie mostrano come il voto potrà essere ampiamente pilotato (è stato pubblicato l’audio di una Commissione Elettorale a Minsk, in cui vengono già fornite indicazioni riguardanti le percentuali di preferenza dei risultati finali) e, secondo alcuni analisti, gli apparati di sicurezza si stanno apprestando a oscurare internet nel paese per meglio governare l’intero processo di controllo del voto.

 

In questo senso, le elezioni di oggi non rappresentano forse il momento decisivo per il futuro della Bielorussia. Ancor più dei risultati conteranno infatti le reazioni ai risultati da parte delle diverse forze in campo:

 

dovesse vincere l’opposizione, Lukašenko accetterà di andarsene senza colpo ferire? E se provasse a restare al comando, le forze di polizia e i servizi segreti lo supporteranno o si ribelleranno al suo controllo? Viceversa, se i risultati – per quanto manipolati – dovessero mostrare una maggioranza favorevole all’attuale presidente, è difficile pensare che non si intensificheranno le proteste con la conseguente repressione… Sebbene il consenso per il regime di Lukašenko si stia ormai inesorabilmente “dissolvendo” – e questo sembra chiaro – la strada verso il reale cambiamento invocato dall’opposizione è forse ancora in larga parte da tracciare e non priva di ostacoli. Cantava verso la fine degli anni ‘80 il musicista-simbolo del dissenso sovietico Viktor Coj nel suo brano Перемен (“cambiamento”, appunto), che oggi risuona ancora per le strade di Minsk:

 

«Un sole rosso brucia in cenere, il giorno si consuma e un’ombra cade sulla città ardente / “Cambiamento!”: noi aspettiamo un cambiamento».