ITALIA

La salute negata nei campi della Basilicata

È la fotografia scattata dal rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane” presentato oggi a Matera da Medici Senza Frontiere (Msf), che tra luglio e novembre 2019 ha offerto cure mediche e orientamento socio-sanitario in 7 insediamenti informali, tra cui l’ex-Felandina, ex fabbrica dove l’estate scorsa è morta in un incendio una donna di 28 anni

«La persona che ero una volta non esiste più. Dicono che siamo in Europa, ma mi sembra che qui si viva peggio che in molti posti in Africa. Questa è la periferia invisibile dell’Europa». A parlare è Aboubakar (il nome è di fantasia ma la sua storia è drammaticamente vera) richiedente asilo, uomo di 30 anni che proviene dal Niger. È quasi la fine dell’ estate del 2019, tra le campagne dei comuni di Bernalda e Metaponto, a due passi dalle scintillanti luci della città di Matera eletta in quell’anno Capitale europea della Cultura. Le fanno da sfondo vecchi edifici industriali e capannoni dismessi, o mai usati, buoni soltanto ad accumulare fondi e a gestire clientele per la classe politica locale al tempo dei finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno. Vecchi scheletri oggi rimasti a disegnare lo skyline di questo fazzoletto di terre che dopo pochi chilometri incontrano la Puglia, all’inizio della valle del Basento. Siamo davanti all’ex fabbrica della Felandina.

Qui qualche giorno prima, il 7 agosto, una giovane donna di 28 anni aveva perso la vita in un incendio dell’edificio, una ex fabbrica dove vivevano ammassati circa 500 braccianti che si alzavano all’alba per andare a lavorare nei campi circostanti di pomodori e di agrumi per salari da fame. È il 29 agosto, la Regione Basilicata agli ordini dell’ex comandante dei carabinieri Vito Pardi, attraverso l’ufficio stampa, ha appena comunicato che «circa 130 migranti che occupavano alcuni capannoni abbandonati della “Felandina”, utilizzati come “base” per raggiungere poi i campi della zona dove lavorano per raccogliere i prodotti agricoli, sono stati sgomberati stamani dalle forze dell’ordine». Aggiungendo soltanto che «i migranti sono trasferiti a piccoli gruppi in altre strutture della zona» e , infine, che «lo sgombero è stato deciso dopo che, il 7 agosto scorso, in uno dei capannoni si è verificato un incendio che ha causato la morte di una donna di 28 anni, Eris Petty Stone, di nazionalità nigeriana, che dormiva nella Felandina e ogni giorno lavorava nei campi».

«Viviamo come animali», raccontava Aboubakar all’équipe di Medici Senza Frontiere che dal 4 luglio di quell’anno, in collaborazione con l’Asl di Matera, aveva cominciato a lavorare nei pressi di quell’ex fabbrica e di altri spazi abitativi informali «per rispondere ai bisogni essenziali degli abitanti dell’insediamento, impiegati stagionalmente come braccianti agricoli nelle campagne del Sud Italia». Spiegava allora Francesco Di Donna, il coordinatore medico dei progetti di MSF in Italia: «nel corso dei due mesi di attività, abbiamo effettuato più di 400 visite mediche riscontrando che più di un quarto dei pazienti manifestava dolori e/o infiammazioni muscolo-scheletriche collegabili alla tipologia di lavoro svolto». E ancora: «A circa 60 pazienti sono state diagnosticate patologie di natura gastrointestinale dovute anche allo scarso accesso a fonti d’acqua potabile e alle condizioni igieniche precarie». Di Donna lanciava infine l’allarme sul fatto che «sebbene la presenza di migranti impiegati nel settore agricolo nell’area del Metapontino sia un fenomeno di lunga data, si continua a trattarlo in modo emergenziale con vane promesse e sgomberi senza alternative».

«Costretti a vivere come animali», come dicevano di se stessi più di 70 anni fa i contadini lucani abitanti dei paesi dopo Eboli incontrati da Carlo Levi. «Nei paesi successivi, i nostri, non si vive da cristiani, ma da animali». «Di notte vivono in baraccopoli, aree industriali dismesse e casolari fatiscenti, senza acqua potabile e in pessime condizioni igienico-sanitarie, di giorno lavorano duramente nei campi nella raccolta di frutta e ortaggi, in uno stato di esclusione che spesso riguarda anche la possibilità di ricevere cure mediche», hanno denunciato pubblicamente, oggi dalla Ong Medici Senza Frontiere, in una conferenza stampa che si è tenuta a Matera a Palazzo Lanfranchi. È una fotografia impietosa quella scattata da Msf e contenuta nel rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane” presentato oggi a Matera.

Secondo quanto ha spiegato l’ organizzazione: «sono circa 2.000 i braccianti migranti in Basilicata, le cui vite a giornata scorrono sul territorio di sgombero in sgombero, di ingaggio in ingaggio, in cerca di una sistemazione umana e dignitosa». E poi, ancora: «La nostra clinica mobile in 5 mesi ha effettuato 910 visite mediche, identificando in 785 casi condizioni mediche legate in particolare alle difficili condizioni di lavoro e di vita, registrando 51 casi di malattie croniche come diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari». È un quadro ancor più allarmante se si pensa che più di 1 paziente su 2 ha mostrato di aver avuto problemi di accesso al sistema sanitario, sebbene oltre il 30% di loro abbia dichiarato di essere in Italia da più di 8 anni. Oltre i numeri, però, ci sono le storie, alcune quasi a lieto fine. Come è la testimonianza di Senghour (nome di fantasia) che quando l’estate scorsa era arrivato a Ferrandina da Venezia non credeva a quello che vedeva: «La situazione era orribile, le persone vivevano come gli animali, peggio degli animali. C’erano i rifiuti davanti alle case, non c’era il bagno, non c’erano le docce. Non era una situazione umana». E che quando l’insediamento dell’ex Felandina è stato sgomberato, lui, invalido, si è trovato anche senza un tetto, cercando  ospitalità da amici nella marina di Metaponto, fino all’incontro con l’equipe di Msf, di cui racconta: «Li ho visti arrivare con il camper alla ex-Felandina. Ho fatto la visita con il dottore e poi ho parlato con l’operatrice socio-sanitaria. Avevo bisogno di aiuto per rinnovare il mio certificato di invalidità.  Volevo trovare un posto in cui stare, poter studiare, ottenere un lavoro». L’uomo, rifugiato di origine eritrea, dall’ottobre scorso è ospite di un progetto Siproimi (ex Sprar) a Matera dove vuole prendere la patente di guida e trovare un impiego.

 

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