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La mano di Antonello

A poco più di un anno dalla dolorosa scomparsa di Antonello Sotgia esce, a cura di Agostino, Alice e Rossella, “Tutto in una mano. Il disegnare come pratica quotidiana” (DeriveApprodi). Il libro raccoglie gli scritti, gli acquerelli e i disegni di Antonello – disegnatore, architetto, urbanista militante – proponendo uno sguardo sulla città libero, eccentrico e rivoluzionario, che in essa vede le possibilità di costruire nuova vita in comune

La città, anzi Roma-ovest, descritta nel precedente libro di Rossella Marchini- Antonello Sotgia, Roma alla conquista del West, era letta con un filtro rovesciato rispetto alle città ideali rinascimentali: quelle fatte di mirabili architetture senza abitanti, questa a partire dagli abitanti che si costruiscono intorno un adattamento delle strutture speculative calate dall’alto. Con l’auspicio di suggerire, con questa griglia, città «dove finalmente i conflitti, intendendo con questo termine soprattutto i desideri degli abitanti, di chi lavora, le loro necessità ed esigenze, inizino a non essere più altra cosa dal progetto».

Gli autori volevano «raccontare un territorio senza dividerlo da chi lo abita» e orail metodo è generalizzato nei vari casi raccolti in Tutto in una mano: acquarelli, schizzi e testi che rendono omaggio a un anno dalla morte alle multiformi attività progettuali e di intervento di una figura singolarissima di disegnatore, architetto e urbanista militante, così caro a tante realtà sociali che coincidono con il nostro pubblico abituale di lettori ma anche lo eccedono.

Metodo che si mantiene tanto negli scritti teorici  quanto nel passeggiare, con l’andatura del flâneur benjaminiano, per le strade di Parigi e per i super-isolati della Villa Olimpica di Barcellona come per la rua Marginal di Luanda, dove le case catturano il sole, o per via degli Angeli a Certosa, che combatte con i pendii, le curve di livello, i binari della ferrovia e gli acquedotti, scavandosi un percorso fra canneti che testimoniano un antica marrana per contrabbandieri, capannoni cinesi, osterie slabbrate, fichi selvatici, casette basse e baracche. Ma anche cercando con accanimento di penetrare nei palazzi di Palermo, o anche semplicemente riflettendo sulla tipologia dei centri commerciali quali immagini e microcosmi della casa (i monofunzionali, articolati in stanze e corridoi) oppure della città (i pluriofferte, che si suddividono in quartieri e si aprono con affacci dall’alto sul fuori urbano). Figure strutturali del neoliberalismo, i centri commerciali assomigliano tuttavia ai centri sociali antagonisti per l’offrire un “riparo”, per il comune opporsi al tessuto preesistente prendendo possesso delle zone della città abbandonate e arrese e riorganizzandole – con intenti opposti, chiaro.

 

 

Sono tutti modi per capire la città, la città vissuta dagli abitanti con le loro esperienze di guerra anti-coloniale o di lotta di classe o di scelte stilistiche o di spontaneo adattamento dei luoghi – la strada che ha deciso di fare a meno degli ingegneri e «trovata una sua quota, ha deciso di mantenerla». E anch’essa, tuttavia, già pronta a essere investita dalla gentrificazione, preannunciata dai locali caratteristici che vi spuntano e dalle belle case e studi riciclati di architetti che già si sono mangiati il Mandrione lumpen e ora assediano Certosa.

Il libro, però, è stato costruito con gli scritti e i disegni di Sotgia in modo più complesso, per mostrare la coerenza di un percorso che mira a “spiazzare” per irregolarità di uno sguardo eccentrico, come il sinuoso divagare di via degli Angeli o la mossa calcistica della “rabona”. Comincia con una grande elogio dell’«irrinunciabile» e quasi perduta (o assassinata da CAD e plotter) pratica architettonica del “disegno” (lezioni alla Facoltà di Architettura di Palermo, 1982-1984) che introduce, per un verso, alla produzione grafica che occupa la parte centrale del libro, con splendida resa su pagina, per l’altro alla successiva sezione dedicata alle città. Questa infatti si apre con un omaggio proprio ai disegni di Aschieri per il pastificio Pantanella (1929) – la “casa del pane” in asse con la tomba romana del fornaio a Porta Maggiore. L’edificio, distrutto nel grande bombardamento di S. Lorenzo del luglio 1943, fu ricostruito nel dopoguerra, continuando nelle sue vicissitudini a definire una soglia fra il dentro il fuori di Roma, fra città e campagna. Prima per il traffico del grano poi per quello di manodopera, quando nel 1990 fu occupato da migranti di diversa nazionalità. Sgomberato e trasformato dal proprietario dell’area, Caltagirone, in appartamenti di lusso e sala Bingo, è diventato l’avamposto della gentrificazione e ludificazione di Roma Est. Il carattere aereo e metaforico dei disegni originari attraversa (anzi, avrebbe dovuto attraversare) lo stupore del Riccetto pasoliniano che vi passa davanti ogni volta che rientra in città dalla Prenestina con la refurtiva e apre la sezione dedicata a luoghi di Roma, stavolta Est, con estensioni ad altre città amate e frequentate, Parigi in primo luogo, ma anche Napoli (e in altre sezioni) Barcellona, Palermo e Luanda.

La terza sezione, che riprende l’iniziale elogio del disegno come volontà di progettazione e trasformazione degli spazi abituali, attinge a un ramo meno noto del lavoro di Sotgia, la collaborazione al trimestrale del Coni “Spazio Sport” (1981-1993). La quarta sezione, In Angola dopo la liberazione: la rinascita di Luanda, si fonda sull’esperienza (1984-1987 e 1995) di cooperazione con le autorità angolane per la creazione della facoltà di Architettura di Luanda e l’avvio di un Programma infantile comunitario a Hwambo e comprende sia considerazioni sulla creatività progettuale del disegno che immagini dei luoghi attraversati e vissuti – non solo con il passeggiare ma con l’incontrarsi, mangiare e vestirsi nei tempi della guerra civile e di una tormentata ricostruzione.

L’ultima sezione è più esplicitamente politica – non per il taglio, che sempre politico è stato, ma per le sedi di pubblicazione e le occasioni di scrittura. In esse si infatti si riassume l’intenso intervento degli ultimi venti anni (suo e di Rossella) sul “manifesto”, “Carta” e il nostro “Dinamopress”, le battaglie per la riqualificazione del territorio romano e il sostegno e lo sbocco delle occupazioni abitative.

 

 

Resta infine da parlare degli acquarelli, che non sono progetti professionali, ma una selezione degli schizzi sui “quadernetti” 9/11-13.5 che sempre portava con sé e infaticabilmente annotava, girando per la città, ascoltando convegni, interrompendo conversazioni. Disegnare – ce lo ricorda la sobria presentazione del collettivo redazionale – permette di riconoscere i luoghi, è il primo passo per «tirar su le pietre dalla pianta dei sogni» e qualcuno durante la presentazione del libro al Macro ha ricordato come la frase della Yourcenar spesso ripetuta da Antonello si fosse quasi incarnata nel tiglio piantato davanti al cinema Palazzo occupato in un riquadro strappato all’asfalto. Ora quei quadernetti sono stati catalogati e riorganizzati, esposti in alcuni eventi (al Palazzo, al Macro, a Esc) e raggruppati tematicamente per questo libro.

Nel titolo e spesso nei disegni c’è la mano del disegnatore. Lo strumento che traccia i segni del pensiero, il dialogo con la mente reso visibile all’esterno quindi condiviso in patrimonio collettivo. L’uomo è sapiente perché ha le mani, diceva Anassagora. E la sola sapienza non basterebbe all’uomo, aggiunge Giordano Bruno, se avesse le mani in forma di piedi: solo la versatilità delle mani rende possibile famiglie, invenzioni e istituzioni, insomma «la conversazione degli uomini». Di questo qui si tratta.

 

 

Antonello Sotgia, Tutto in una mano. Il disegnare come pratica quotidiana. DeriveApprodi, Roma 2019, 71 tavole, pp. 60, 20 €